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Al di là del Fiume Nero

by Germano on 15/09/2010
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Nella fascia di terra compresa tra il fiume Nero e il fiume del Tuono c’è l’ultimo avamposto della colonizzazione aquiloniana: forte Tuscelan, i cui bastioni e mura e torri sono soltanto tronchi di legno intrecciati. Una ben misera difesa contro l’avanzare dei Pitti.
Siamo nel 1935. Il continente è quello hyboriano, con tutto il suo carico d’immaginazione febbrile, ma la realtà è [ancora] il Texas. Il quotidiano per Robert Howard.
Al di là del Fiume Nero (“Beyond the Black River”) è un canto di guerra. È involuzione culturale. È sopraffazione della barbarie sulla civilizzazione.
Nessuna graziosa fanciulla, dalle aderenti tuniche di seta, ad allietare le ore del cimmero.
Questa è la frontiera. Al di là del fiume Nero ci sono le terre selvagge dei Pitti, dominate da foreste intricate e del tutto impenetrabili al benché minimo tentativo di progresso.
C’è solo il sangue. E antichi riti pagani. Rituali e magie che la scienza dei colonizzatori, i raffinati aquiloniani, si rifiuta di comprendere.
Il racconto appare essere anche un riadattamento dell’Anabasi di Senofonte. Il viaggio, la fuga, il ritorno. Motivo universale.

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Le Braccia di Dio

Si dice che il fiume Brazos (Rio del los brazos de Dios) in Texas (foto in basso), nome spagnolo che stava ad indicare le “Braccia di Dio”, sia stato lo scenario naturale che ispirò a Bob Howard l’epica del Fiume Nero. A guardare le foto relative, reperibili in rete, c’è da meravigliarsi nel constatare un paesaggio contornato da un verde lussureggiante che mal si sposa con il Texas polveroso dell’immaginario collettivo. Questa foto sembra, in effetti, una testimonianza dell’era hyboriana, uno sguardo sull’impenetrabile terra dei Pitti.
I Pitti sono una popolazione fiera e selvaggia, di carnagione scura, avversaria della stirpe dei Cimmeri, da cui Conan discende, popolo con il quale condividono l’impossibilità evolutiva, così marcatamente selvaggio il loro modo di essere, quasi fosse eredità genetica.
Il colonialismo americano ai danni dei nativi. Le schermaglie che esplodevano feroci intorno ai forti inglesi e francesi, i colonizzatori, gli uomini civilizzati e insieme gli usurpatori degli antichi territori. Impossibile non ravvisare similitudini storiche in questo splendido racconto.
Sembra, scorrendo le sue pagine veloci, di essere catapultati sul set de “L’Ultimo dei Mohicani” (1992).

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Natura e Evoluzione

Gli europei sono la gente di Aquilonia, un impero che sa di romanità moderna, in costante espansione, che incontra nella ferinità delle popolazioni limitrofe, Pitti a ovest e Cimmeri a nord, i limiti invalicabili della propria cultura.
Prospettive ribaltate rispetto a ciò che è considerata normale evoluzione storica. Una società culturalmente brillante, solitamente, svetta rispetto alle popolazioni limitrofe che, in modo diretto o indiretto finiscono per esserne inglobate.
Pitti e Cimmeri sono lì a ricordare che è la loro condizione la più naturale per l’essere umano. Vivere secondo natura, in un’accezione radicalizzata che vuole l’essere umano inserito perfettamente in un contesto che è suo perché familiare, ovvio, spontaneo. All’opposto, su un altro piano di esistenza, direi quasi contro-natura, la cosiddetta civiltà, con le sue strade, le sue meraviglie architettoniche, la superbia del proprio intelletto sempre più astratto e sempre più lontano dalle voci del mondo naturale.
Conan, in queste pagine, è attore. Lui è un privilegiato. È un selvaggio e, pur non trovandosi tra le montagne della Cimmeria, è immerso nella natura. È silenzioso laddove tutti gli altri si muovono causando un insopportabile frastuono ed è l’unico al quale le meraviglie e la crudezza della foresta non destano alcun timore.
Bellissimo paragone si instaura qui, per una volta non ingenuo, tra il barbaro superstizioso Conan che non teme i sortilegi celati dalla vegetazione impenetrabile proprio perché convinto della realtà di questi, e gli aquiloniani che, al contrario, perché illuminati dalla scienza non possono credere a tali manifestazioni e, di conseguenza, temono ciò che non riescono a capire.
Comprendere la natura delle cose comporta arrivare a possederle.

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Il Punto di Vista

Balthus è un Turaniano recatosi sul confine, agli ordini del governatore di forte Tuscelan, per partecipare alla difesa dei coloni contro le scorrerie dei Pitti. È suo il punto di vista. Egli viene salvato da Conan e, al suo fianco, partecipa a una missione suicida. Uccidere Zogar Sag, un pitto, uno stregone capace di convocare i demoni, un unificatore, colui il quale è stato capace di radunare una quindicina degli sparpagliati clan dei Pitti per scagliarli contro il forte, e le case dei coloni e contro tutti coloro che, a torto o a ragione, sono intrusi in un dominio ancestrale che per secoli ha vissuto di leggi proprie.
Balthus e Conan, ben presto abbandonata la missione perché scampati a stento a un’aggressione dei pitti, sono costretti a tornare indietro dopo una lunga e frenetica fuga nella giungla per depistare gli inseguitori, con l’intenzione di avvertire il forte dell’imminente attacco e i coloni al di qua del fiume del Tuono, perché abbandonino le loro case e si dirigano a Velitrium, città aquiloniana fortificata.
A loro si aggiunge ben presto un cane, Squartatore, un tempo appartenuto a un colono trucidato dai Pitti. La bestia è tornata, come molti uomini civilizzati che hanno scelto di vivere in queste terre, a uno stato ferino, sul suo manto ferite e cicatrici della sua nuova, quotidiana condizione.

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Lex Arcana

La foresta è magistralmente descritta. E a questo punto si rafforza in me l’idea che Howard si sia recato di persona sul Brazos e lì abbia lasciato la sua immaginazione ingrandire a dismisura quei panorami incontaminati. Nel fitto intrico di liane e foglie, demoni palustri gettano richiami ingannatori. Il verso della strolaga, sono soliti chiamarlo i soldati. Un richiamo che giunge modulato secondo il timbro di voci amiche, perché i demoni imitano le voci umane, per attrarre la vittima designata in letali imboscate.
Zogar Sag, il leader dei Pitti, è uno degli ultimi depositari di arcane conoscenze, rune e formule magiche appartenute al tempo dei titani, ricordate ora solo dagli animali e da pochi esseri umani.
Conan, durante le sue avventure, è entrato in possesso solo di un frammento di questa sapienza, e tuttavia bastante a salvargli la vita.
In generale sembra, e l’impressione è sostenuta dall’aver spostato il punto di vista principale da Conan a una comparsa, Balthus, che qui il concetto di natura selvaggia e incontaminata che è soprattutto incoercibile, ed è anche perno della mitologia howardiana, sia dominante persino su quella incarnata dal cimmero.
Pur rappresentando quest’ultimo il baluardo contro la corruzione e la decadenza del vivere civile, il barbaro Conan appartiene a un modo d’essere che è ormai lontano dall’ancestrale purezza.
I riti magici che gli animali e i demoni rispettano, Conan non li possiede più, ma li usa per imitazione augurandosi che servano a qualcosa. Neanche lui capisce, ormai, ciò che è andato perduto per sempre.

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Quello che non si vede

“Al di là del Fiume Nero” è un racconto su Conan, più che di Conan. Ma questi è, ora più che mai, solo un uomo. Magari più forte, più adatto degli altri a vivere in lande sperdute, ma pur sempre un uomo di fronte a una vastità che si stenta a comprendere. Egli affronta come tutte le altre volte il suo nemico, sovrannaturale o ingannatore che sia. La sua forza basta ancora una volta ad assicurargli la sopravvivenza. Ma anche il suo avversario, come lui, è un piccolo uomo che è diventato grande utilizzando segreti incomprensibili, molto più antichi e potenti della storia stessa. Segreti che divorano perché non possono essere mai dominati a lungo.
Alla fine si beve del vino in calici di creta, inneggiando alle virtù guerriere. Quelle, almeno, comprensibili. Il resto, ciò che si nasconde, è meglio lasciarlo riposare…

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