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Whiplash: lo spettacolo crudo del dialogo

by Germano on 02/03/2015
Book and Negative
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Whiplash 2014_JK_SimmonsHo letto tanto, su Whiplash.
Teorie più disparate, che s’inventano modi industriosi per distruggerlo, se non dal lato tecnico (praticamente quasi impossibile), da quello ideologico.
La teoria dell’ideologia giusta, o del modo giusto di vedere le cose/il mondo, sapete? Forma mentis tipica dei nuovi bodhisattva, capaci quasi sempre di processi alle intenzioni, costoro destinati all’inazione.
Ma qual è questo messaggio, dietro Whiplash?
Il bello, che poi è la sciocca verità (ché mica la verità dev’essere per forza intelligente), è che il messaggio è diverso per ognuno. Ogni fruitore dell’opera la interpreta diversamente a seconda della vita che ha vissuto, degli studi che ha fatto, delle esperienze che hanno segnato il suo essere umano, quasi sempre andando al di là delle intenzioni dell’autore della stessa.
Ecco perché vi dico di diffidare dalle recensioni/pareri/giudizi filosofici, compreso questo.

whiplash-1 (Small)

Per chi non sapesse di cosa stia parlando:

Whiplash è il nome di un componimento Jazz. E di un film premiato agli Oscar.
È la storia di un giovane studente di batteria che ha grandi aspirazioni: diventare il più grande batterista del suo tempo.
Sulla sua strada, incontra un insegnante dittatoriale che vessa i suoi allievi, e quindi anche il nostro protagonista, perché genuinamente convinto che, mettendoli sotto pressione inumana, riuscirà a snidare il nuovo Miles Davis che si nasconde tra essi.
O forse no, forse è solo un grandissimo stronzo che gode a maltrattare la gente.
Tra i due si crea un rapporto di odio/rispetto reciproco, fino a quando…

Ok, basta così con la trama.

Se avessi visto Whiplash quando avevo quindici anni, probabilmente il giorno dopo mi sarei iscritto a un corso di batteria jazz, convinto che le vicissitudini attraverso le quali Andrew (Miles Teller) passa tutto fuorché indenne sarebbero state una barzelletta se rapportate alla mia forza di volontà dopata dal testosterone.
In sostanza, l’idea di suonare la batteria fino a farsi sanguinare le mani, essere trattati da merde umane da un insegnante dittatoriale (e forse anche stronzo), finire coinvolto in un incidente stradale, perdere ogni chance riguardo la mia carriera futura, ecco… per un adolescente è un parco giochi. È il Paese delle Meraviglie.
Non per tutti.
Ma per certi sì.
Certi idealisti convinti che l’arte sia passione e sacrificio, e talento. E che, per qualche strana ragione, trovano la prospettiva attraente.

batterista (Small)

Quindi Whiplash si candida automaticamente tra i film scomodi, che danno cattivi consigli?
No, assolutamente.
Questa, a mio avviso, è una lettura superficiale dello stesso.

Annichilendo le stolide letture politiche, ché davvero, non è giusto o corretto ridurre tutto a politica e elevare personaggi a simboli di classi sociali, non se ne può più… l’idea che ho oggi di Whiplash è di un film che distrugge le altrettanto stupide idee romantiche sull’arte, che si riassumono in ragazzino di talento viene scoperto da insegnante talentuoso e attento, e spinto verso il successo.

Primo perché Whiplash ci dice una cosa chiarissima: il talento c’è o non c’è, non te lo puoi inventare.
Ma il talento da solo, senza esercizi, ve lo potete ficcare dove non batte il sole.
L’esercizio, lo studio, la conoscenza dello scibile umano è condicio sine qua non per eccellere in musica come in qualunque campo artistico e non (qualcuno ha detto scrittura? Io no. D’altronde, volendo fare un esempio meno banale, ci sarà differenza tra un Fisico laureato con 66 e uno che ha preso 110 e Lode, raccomandazioni escluse, no?).

Ma non solo, Whiplash supera anche il discorso del talento applicato, ed è qui che rinuncia a divenire simbolo generazionale, quando ti mostra sotto una luce caldissima (che ho adorato), che a volte, se incontri sulla tua strada un figlio di puttana, non basta nemmeno l’alchimia sangue/talento.
Arrivati a quel punto, la storia si tramuta in impresa individualista tra due libertà, uno scontro tra:

la libertà di Andrew di diventare il miglior batterista del suo tempo, sogno al quale lui è, con l’incoscienza tipica di quell’età, disposto a sacrificare tutto, anche la propria vita

e

la libertà dell’insegnante, Fletcher (J.K. Simmons), che il potere lo detiene, di disporne a piacimento, muovendo Andrew e il suo destino, del quale non se ne frega più di tanto, com’è umano che sia, come a lui piace di più

Quindi Whiplash non trasmette un messaggio diretto, non vuole ammaestrare o ispirare, ma narrare una storia cinica, avente per protagonisti due personalità deteriori.
Perché alla disfunzionalità di Andrew, soggetto a crolli psichici e a un fallimento sociale dietro l’altro, corrisponde l’alienata insoddisfazione di un insegnante che, nella sua solitudine, parla a se stesso, cercando un genio del jazz, che forse, non c’è e non ci sarà mai.

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Piccola nota a parte merita un’altra delle scene chiave di Whiplash, la cena di Andrew con la sua famiglia, che non fa altro che sottolineare la natura aliena dell’arte rispetto all’umanità. Una creatura, l’arte, per pochi eletti che la gente comune, felice della pancia piena, dei bei voti e del frigorifero colmo di cibo, non capisce e nemmeno ha interesse a farlo.

E noi che la pratichiamo, siamo soli.
Con la nostra speranza.
Coi sogni.
Con la fatica e le delusioni.

Al resto del mondo non importa.
Whiplash è un dialogo del quale noi siamo spettatori: non vuole insegnare niente, solo mostrarsi per ciò che è.

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