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WARRIOR (2011)

by Germano on 16/11/2011
Book and Negative
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Vediamo un po’: mazzate come mezzo di riscatto sociale. Perché, se sei a terra, senza un soldo, ma la salute è buona, allora tanto vale provarci, picchiare finché si può, per uscire dalla miseria. Questo è WARRIOR.
Famiglia disastrata: papà ex-alcolizzato (Nick Nolte), mamma morta di malattia tra atroci sofferenze (raccontato, non mostrato), due figli, il primo che usa le mani (reduce della Guerra del Golfo), Tommy (Tom Hardy, già visto in Bronson) e il secondo che, oltre le mani, usa il cervello (infatti è professore di Fisica), Brendan (Joel Edgerton). Quest’ultimo è sposato con Tess (Jennifer Morrison) e ha due bambine, una delle due ha subito di recente un trapianto cardiaco (non mostrato, ma raccontato).
Tommy è il tipo in conflitto con tutto il mondo, ma prima di tutto con papà e fratello. Non ha una dimora fissa, è un solitario, ma ha bisogno di un allenatore; finisce per tornare dal padre (ex-militare anche lui), che lo allenava da ragazzino; sua intenzione è partecipare a Sparta, un torneo di MMA (Mixed Martial Arts), la cui posta in palio, per il primo classificato, consta di cinque milioni di dollari. Tommy ha fama di imbattibilità e vuole donare l’intera somma alla moglie di un suo commilitone, morto in battaglia.
Brendan sta per perdere la casa, insieme alla moglie Tess, pur con tre lavori, non riescono a pagare il mutuo. Anche lui, ultra-trentenne, finisce per essere sedotto dalla prospettiva dello Sparta. Futuro assicurato, soldi, riscatto, per potersi di nuovo guardare in faccia allo specchio, e allontanare lo spettro del fallimento. Anche se, come viene detto, oggi il fallimento è tanto comune che non deve far vergognare più di tanto. Ma magari, un po’ di preoccupazione sì, che dite?

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Ecco l’intreccio, spiegato nel modo più sintetico possibile. Il miscuglio letale del film vincente per antonomasia è all’opera. La storia dello sportivo battuto dalla vita che, a sua volta, batte tutti i suoi avversari e il misero destino è La Storia, quella che conquista. Da sempre. Per l’assurda e spaventosa empatia che riesce a sucitare, per la capacità, ancora più assurda, dell’immedesimazione. Poco importa che si faccia sport e si sia condiviso, prima o dopo, lo stesso sudore e la fatica degli allenamenti; ognuno di noi ha le sue battaglie quotidiane, il proprio sport. Quindi ognuno di noi può essere Tommy, Brendan, o Tess, nervosa in platea a guardare suo marito che si fa massacrare di botte per la famiglia. Il punto è che può non bastare.
Non un film piatto come avrebbe potuto far pensare la prima metà, spesa nella breve introduzione di tutti i protagonisti. Fosse stato uno solo, il focus si sarebbe concentrato su di lui soltanto. Invece Gavin O’Connor, regista, ce li mostra proprio tutti, un po’ alla volta, anche se, per farceli apprezzare, avrebbe dovuto insistere almeno una mezz’ora in più.
Così com’è, Warrior passa direttamente dalla vita quotidiana (difficile ma non troppo) alle mazzate, che per fortuna arrivano, altrimenti il principio d’abbiocco trova terreno fertile.

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Apprezzabile la scelta di rappresentare personaggi comuni. Scelta che ha consentito di non insistere sul piano drammatico più di tanto, di mostrare conflitti brevi ed essenziali. Tutte le carte ci vengono svelate fin dall’inizio, ogni rapporto è chiaro, con dinamiche pre-impostate. Per cui, si cammina sul velluto per quanto riguarda l’approfondimento psicologico, talmente ovvio che non è necessario (per fortuna) alcuno spiegone carpiato. Caratteristica, questa evidenza tematica che, in ogni caso, va a detrimento della capacità di coinvolgimento della narrazione. A partire dalla locandina sappiamo che lo scontro tra i fratelli è inevitabile e che, guardate un po’, avverrà nello stesso torneo. Se alla locandina ci aggiungete il trailer, non ci sono più dubbi.
Manca la musica. Per una storia che è quella di Rocky, pur nella variante doppia del conflitto familiare, manca davvero un accompagnamento musicale che possa aiutare a fissare le immagini nella mente. Ad amarle e ricordarle per altri trent’anni.
Non credo di sbagliare, dal momento che anche il ricordo di The Fighter, a distanza di un anno, è divenuto flebile, nel dire che questo Warrior ce lo saremo dimenticato tra sei mesi.

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Noioso e persino freddo, ma questo secondo aspetto della regia credo sia voluto, come il non calcare la mano sulle scene strappalacrime. Un’unica sequenza di stampo drammatico affidata a Nolte che a me, a parte ridestare l’attenzione sopita, non ha commosso più di tanto. Per il resto, gli allievi che fanno il tifo per il proprio insegnante Brendan, la vedova che spera che Tommy vinca, l’accenno alla crisi economica globale, sono rappresentate con lo stesso coinvolgimento emotivo di un reportage televisivo, laddove The Fighter aveva avuto il buon gusto di ricorrere per davvero a questo escamotage narrativo.
Gli incontri sono rapidi e mal orchestrati, più simili a zuffe, e non riescono a entusiasmare più di tanto. Complice, anzi colpevole, una pessima direzione della fotografia che sceglie di staccare sui volti del pubblico, più che sull’azione sul ring ottagonale. Poco sangue, cosa più realistica, ma era bello vedere Rocky perderne a ettolitri, e poca suspense per un finale annunciato che, è vero che è il più giusto, ma un po’ di crudeltà in più, magari, avrebbe aiutato. E dove sono andati i doppiatori dei cronisti? Le telecronache di Rocky ce le sognamo.
Warrior, almeno, alla fine è solo mazzate, infarcite di inutili battute, nel mezzo dello scontro. Senza questi tentativi di redenzione all’ultimo stadio sarebbe stato buono ancorché scontato. Così perde punti. Però, ribadisco, almeno ci sono le mazzate. E, alla fine, com’è giusto che sia, la paura del tracollo economico è il motore più potente per l’agire di tutti. Cinico, ma realistico.

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