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V/H/S/2 (2013) – [Recensione]

by Germano on 12/06/2013
Book and Negative
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vhs2_poster

C’è da riflettere un po’, su questo sequel e sull’intera operazione VHS. Dietro ci sono sempre Bloody-Disgusting e The Collective.
Da un lato, questo secondo capitolo mi ricorda gli intrecci plumbei, ambientati in una realtà distopica, che è simile alla nostra, se non fosse per il taglio oscuro, che è una delle caratteristiche della miglior serie televisiva dell’ultimo decennio, Black Mirror.
Dall’altro, mi piace l’idea di queste antologie spericolate, dove finalmente si riesce a vedere qualche guizzo creativo. Peccato che restino guizzi o poco più…
Vien da domandarsi se il formato ideale per questo tipo di operazione non fosse proprio quello del serial, piuttosto che il film a episodi.
Magari è una scelta dettata da criteri di distribuzione, non saprei.

L’idea di base quindi è ottima, pur presentando, VHS2, molti difetti.

La prima cosa da sottolineare è che questo secondo episodio non spaventa, nemmeno riferendomi agli jump scares. I sobbalzi meccanici.
Probabilmente non era nemmeno nelle intenzioni degli autori, o forse sì, e in tal caso hanno fallito.
In certe parti diverte. Diverte gli appassionati di determinate tematiche e generi. Ci arriviamo tra poco.

Il debito maggiore è nella riproposizione del filmato introduttivo/narrativo attraverso cui mostrare gli altri quattro spezzoni, cosa che dopo cinque minuti sa già di stantio.
Tornando al discorso serializzazione, si sarebbe potuto evitare, per dirne una, proprio questo: l’introduzione, che è anche la cornice. E che ha stancato.

***

vhs2_tv_sets

 

[Warning Spoilers!]

Tape 49 di Simon Barrett

Il precedente era il Tape 56. Mi chiedo se questi numeri siano casuali, o intenzionali. La risposta non c’è. Non ancora. Come detto, è il filmato introduttivo: due investigatori privati penetrano all’interno di una casa e vi trovano videocassette sparpagliate, televisori accesi, stavolta persino un notebook.
La casa sembra abbandonata da poco. I protagonisti sono giunti sul posto per collezionare dati, così si danno subito da fare col pc per copiare l’hard disk, e nel frattempo, spinti anche da un filmato rinvenuto sul computer, nel quale un ragazzo annuncia che le cassette devono essere visionate in un certo ordine perché abbiano efficacia sullo spettatore, indovinate un po? Guardano le cassette, una dopo l’altra.
Niente di che, un fiacco remake del filmato introduttivo del primo episodio. E trattandosi di un remake di un finto filmato amatoriale, è sorprendente quanto possa fare più schifo.

La curiosità riguarda l’insistenza verso il mezzo videocassetta. Si tratta di uno strumento obsoleto. Mi sembra che venga sussurrata una scusa, a tal proposito, del tipo che solo i nastri magnetici possono essere “segnati” da un certo tipo di presenze sovrannaturali. Ma continua a sembrarmi una scusa buona solo a giustificare il titolo del film: CD-Rom o Periferica USB, probabilmente, non avrebbero avuto lo stesso fascino. Voi che dite?

Phase I Clinical Trials di Adam Wingard

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Wingard è il regista di Tape 56, del primo VHS.
E per un attimo, guardando questo episodio che sembra ambientato in un prossimo futuro, data l’ampia tecnologia a disposizione dei protagonisti, è sembrato che la mia ipotesi circa la provenienza futura dei nastri fosse confermata. Ma no, non è così, e quindi è altamente probabile che il mio sia stato un abbaglio.
Il personaggio principale è un giovane uomo, molto ricco a giudicare dalla villa in collina con piscina, a cui, in seguito a un incidente, è stato applicato un occhio bionico che, almeno per il periodo di rodaggio, registrerà tutto ciò che lui vede.
L’occhio bionico, però, oltre a registrare tutto, mette il tipo in contatto con entità sovrannaturali, spettri cattivissimi, tra cui una bambina orribile, che vogliono fargli la festa. Nel modo più chiassoso e lercio di sangue possibile.
La cosa mi fa sorridere, per due ragioni:

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a) l’occhio bionico e la sua capacità di individuare i fenomeni sovrannaturali contraddice ciò che si è affermato poco prima riguardo alla medesima capacità delle videocassette.

b) finisce che lui, per evitare di vedere i fantasmi, si strappa l’occhio con le sue mani. Esattamente come accade in Black Mirror, nell’episodio The Entire History of You, dove il protagonista si strappa l’apparecchio cibernetico che gli permette di registrare tutto ciò che vede.
Solo che questa è una versione grezzissima.

Come avrete intuito, non è tra i miei preferiti.

A Ride in the Park di Eduardo Sànchez e Gregg Hale

Ecco, qui entriamo nell’ambito delle piccole perle.
Trattasi di zombie outbreak. E uno dei due registi è lo stesso de The Blair Witch Project. Ebbene sì.
Quindi inizia nel più classico dei modi, ciclista su mountain bike, che scorazza in un parco, soccorre una turista aggredita e scopre che è stata attaccata da uno zombie. Giusto il tempo di rendersi conto dell’accaduto, e il tipo viene morso e infettato.
La novità è che la zombie outbreak è narrata dal punto di vista dello zombie, letteralmente, visto che indossa un casco munito di telecamera.
Esiti facilmente intuibili: il neonato zombie fa, in una ventina di minuti, tutto ciò che fanno gli zombie, si nutre, attacca, spaventa a morte una famigliola che sta festeggiando un compleanno con tanto di torta, fischietti e cappelli di carta a cono. E le prende anche di santa ragione.
Come vi avevo detto: divertentissimo.
VHS2 è da vedere, se non altro, solo per questo capitolo.

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Safe Haven di Gareth Evans e Timo Tjahjanto

Gareth Evans ha scritto e diretto quel capolavoro action che è The Raid: Redemption. Qui ripropone un’ambientazione indonesiana: una piccola troupe giornalistica riesce a ottenere, dal leader di una setta religiosa, il permesso di entrare nella loro immensa struttura e di intervistare lui e i suoi adepti.
La cattiva fama che aleggia intorno alla setta, l’ansia millenaristica incombente, la situazione che degenera nel giro di poche inquadrature: Gareth Evans si riconosce subito, è in grado di saltare da un’atmosfera inquietante ma tranquilla, se si ripensa ai veri casi di cronaca riguardanti le comunità religiose chiuse, a un’orgia di sangue e violenza condita di delirio generalizzato.
Molto buono, a voler trascurare il caprone diabolico nel finale, che smorza tutta la tensione e fa scappare la risata involontaria.

Slumber Party Alien Abduction di Jason Eisener

Come da titolo, è una variante schizofrenica e dinamicissima di un rapimento alieno affidata a colui che ha diretto Hobo with a Shotgun. Come set una villa su un lago, protagonisti un gruppetto di quattro ragazzini pestiferi, due adolescenti e… un cane munito di telecamera.
Non vi dirò come mai un cane se ne va in giro con una telecamera in testa, sicché avete sempre un ciuffo di peli nella parte bassa dello schermo, e se è vero o no che la telecamera sia stata effettivamente montata su un cane, e non su un carrello con pelliccia, scopritelo da soli.
Il video è dinamicissimo. Tanto che non si è nemmeno tentati di interessarsi alle vicende del gruppo, nei confronti del quale il distacco è quasi assoluto.
Per lo più, trattasi di fuga disperata da questi alieni, grigi e altissimi, secondo la forma canonica, che emettono un frastuono dirompente e sembrano capaci di alterare lo spazio tempo.
Buoni effetti speciali, peccato per la mancanza assoluta di un intreccio e di empatia.

VHS-2-safehaven

***

Per concludere, stavolta il conteggio degli episodi degni di nota si abbassa a due (e nemmeno due interi!) su cinque, contro i tre su sei del capitolo precedente. Troppo manierismo di fondo e uno strumento, la videocassetta che collega (forse) i due film, che è già arcaico di suo e, cinematograficamente, è obsoleto dai tempi di Samara e The Ring (o Ringu, se preferite la versione nipponica).
Le videocassette che causano il male? Andiamo, ma chi ce crede più?
Resta il parere positivo circa il proporsi di questi giovani registi in piccoli cortometraggi molto intensi che, lo ribadisco, probabilmente avrebbero trovato una dimensione più coerente se fosse stato distribuito su qualche network televisivo, magari in miniserie da cinque, sei episodi ciascuna.

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