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The Tall Man (2012)

by Germano on 16/08/2012
Book and Negative
Contents

{contiene spoilers}

Pascal Laugier aveva fatto talmente bene con Martyrs che era praticamente impossibile perdersi The Tall Man, in italiano I Bambini di Cold Rock.
Ci si aspettava un’orgia di sangue e violenza immotivata. Era lecito, insomma. Ma soprattutto ci si beava della possibilità, ancora una volta, di stupirsi.
Diciamo che il sangue in eccesso avrebbe potuto essere il marchio d’autore, o avrebbe anche potuto non essere del tutto, giusto per non cadere in cliché auto-indotti.
E poi c’è Jessica Biel. Anche se qui, con la fotografia desaturata, è conciata come una non-morta.
Ma non stiamo a sottilizzare.
Anzi, no, sottilizziamo. Dal momento che ad oggi, 2012, è davvero davvero sgradevole assistere a scene in notturna, ambientate in un bosco illuminato a giorno dai faretti che, in teoria, dovrebbero evocare la luce lunare, ma che sono talmente forti da far distinguere il colore del fogliame.
Ditelo prima, che volete la patinatura, così facciamo un bel fotoromanzo in salsa thriller e finisce la storia.
A conti fatti, Laugier scade, in effetti, proprio in uno stereotipo auto-indotto. Visto che con Martyrs aveva stupito, s’impone di farlo anche qui, allestendo un colpo di scena ridicolo su una storia arcinota.
In The Tall Man c’è un villaggio rurale dello stato di Washington, a uno sputo da Seattle, sorto attorno a una miniera ormai chiusa, dove i bambini spariscono.

***

Ne sono scomparsi diciotto. C’è il solito Sceriffo pupazzo, il solito pupazzo dell’FBI e il solito Diner, che è il centro sociale del paese. La gente tira a campare in quella che sembra, in tutto e per tutto, una baraccopoli.
La televisione sguazza col caso dei bambini scomparsi, eppure non ci sono reporter e ponti mobili in paese. C’è solo un cielo perennemente plumbeo, una Jessica BIel emaciata, e una serie di personaggi disfunzionali e schizoidi, tipici dei paeselli americani. Sembra quasi una puntata di Twin Peaks, ma senza il gusto sopraffino di David Lynch, o la musica d’accompagnamento, che è talmente dozzinale (quella di Tall Man) da restare muta.
Quindi Laugier, forte del successo squartante e dell’ultra-violenza mistica di Martyrs, va a fare questa trasferta americana costruendo il suo lavoro su una trama di sicuro interesse, i rapimenti di bambini all’ombra del serial-killer e/o dell’ipotetico mostro sovrannaturale, l’Uomo Alto del titolo, che è il nomignolo col quale la gente del luogo ha chiamato la propria paura.
Ora, da dove cominciare?
Visto che la trama non riserva sorprese, almeno per un’ora di film, si comincia da Jessica Biel. Anche lei alle prese, come la Stewart, con problemi di espressività facciale.
Insomma, ce l’avete presente il thriller che DEVE essere cupo, tetro, angosciante (si spera) per definizione di genere? Ecco, Laugier impone quest’atmosfera a tutto, attori compresi, sulla base del perché sì.
Siamo alle soglie del film raffazzonato in seguito a una scommessa sul cavallo vincente.

***

Già ho citato l’orrenda fotografia notturna, talmente atroce da rasentare la perfetta finzione di Marcus Nispel in Non aprite quella Porta. Singolare che anche in questo film ci sia Jessica Biel.
E se il resto dell’impianto tecnico porta a casa la pagnotta senza particolari soluzioni visive o guizzi registici, ciò che più fa accanire, nella visione di questo film, è il tentativo di attribuire a esso un significato che, arrivati a un certo punto, dev’esserci per forza, altrimenti…
Ma fermiamoci un istante.
Stiamo parlando di Laugier, sempre quello di Martyrs. Quindi deve esserci il significato, in mezzo a questo machiavellico piano di sparizione dei bambini e deve esserci la sorpresa.
E ciò corrisponde a un’istituzione che mi sono permesso di battezzare, insieme ai miei due cugini coi quali ho visto The Tall Man, in Extreme Social Service.
Perché, arrivati in fondo, dopo una baraonda di colpi di scena a base del nonsense più spinto (tipo, perché dare la caccia a Jessica solo per il fatto che “ha visto l’altare”? Perché non fuggire attraverso le grotte? E queste sono le domande più ovvie), ci si rende conto che al film si può attribuire un tragicomico significato degno del teatro dell’assurdo: nient’altro che una rappresentazione della crisi economica globale e del ruolo dei servizi sociali.

***

Perché i Servizi Sociali, quelli americani, quelli di tutto il mondo, hanno, tra le varie mansioni, quella di sottrarre i bambini alle famiglie che, per negligenza e/o incapacità, non possono provvedere ai loro bisogni.
Ecco, solo che qui sono in versione Extreme, degna di un reality show rampante e sprezzante, tipico ammerigano. Ovvero, aggirano le odiose scartoffie e si dedicano al rapimento in prima persona. Rubano i bambini ai poveri, per darli ai ricchi.
E se ancora non vi viene da ridere, ascoltate questa: forniscono ai bambini una nuova identità e li fanno adottare da famiglie di Seattle che, ricordo, è a uno sputo da Cold Rock.
Cioè, qualunque genitore di Cold Rock che si reca a Seattle può incontrare con facilità il proprio bambino al parco. Capita un cosa simile, verso la fine.
Ecco. Siamo passati dalla tensione mistica raggiungibile attraverso un esecrabile impiego della violenza ai Servizi Sociali Deviati, che rapiscono i bambini per dar loro un futuro migliore.
E davvero, si finisce col restare esterrefatti, perché Laugier ha la pretesa di essere preso sul serio. E mentre si assiste a fenomeni fisici incontrollabili, un bicchiere colmo d’acqua che trabocca all’infinito, ci si domanda che cosa sia potuto capitare. E dove siano finiti i diciotto milioni di dollari di budget.

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