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The Innkeepers (2011)

by Germano on 24/01/2012
Book and Negative
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Ancora una volta, cominciamo dalla musica. Ve la linko, non essendo sicuro che domani, quando leggerete queste parole, ci sarà ancora. Sono le 01:28 del mattino, tempi infausti, per internet. Ma quello che conta è che il cinema riesca ancora a essere fatale. Come un innamoramento. Di quelli che cominciano lievi, e poi ti ritrovi coinvolto fino al midollo. Ed è difficile staccarsene.
Amo il modo di fare cinema di quest’uomo: Ti West; sempre lui, sempre quattro anni meno di me, sempre conciato così.
The House of the Devil è stato un lusso per gli occhi dopo tanto, tanto cinema pessimo. Tutti, me compreso, West lo aspettavano al varco con The Innkeepers. Tutti se la sentivano, come quelle cose che senti quando sei adolescente. Sai che deve andar bene, senza scuse, senza remore. Doveva essere un bel film. E lo è, ma… non posso fare a meno di dirlo: 5.8, che è il voto che questo film “vanta” sull’Internet Movie Database è uno scandalo. O un modo idiota di intendere il cinema.
Ma lasciamo gli spettatori anglofoni, di certe longitudini, ai loro deliri e torniamo a The Innkeepers, che fa dell’attesa la sua bandiera, puntando su un’attrice che si riscopre tale dopo anni di schifo, a base di quarti di carne mostrati senza un grazie e sangue a ettolitri: Sara Paxton.
Ecco, la forza di quest’uomo, Ti West, che io stimo e invidio con tutte le forze. Lo odio, quasi. E non posso fare a meno di ringraziarlo. Lui arriva da chissà dove e punta su un’attrice che, a sentirla nominare, uno comincia a pensare, ma che cazzo di scelta ha fatto? E salgono i brividi del “me lo sentivo”. E invece, ancora una volta, se servisse, viene dimostrato che il cinema percepito è diverso dal cinema reale, lavorato, pensato. Il primo è fandonia, il secondo arte. E l’arte, il thrilling, l’horror movie classico che più classico non si può, fatto di sussurri, cigolii, di momenti sopra le righe, di fotografia limpida e tranquilla, mancavano da troppo tempo. Queste sono scelte anti-commerciali per eccellenza. Questo è Ti West. Ed è per questo che lo adoro.

***

Se ne sta lì, a prendersi secchiate di merda ingiuste come poche, da parte di chi l’horror lo vuole per forza bagnato di sangue, e si concede film che scorrono placidi.
Mentre guardavo, non annoiandomi un solo istante, vedendo susseguirsi le sequenze che ti portano per mano, te spettatore, facendoti credere di avere a che fare con una commedia, prima, con un film brillante, dopo, con una contaminazione tra una commedia e il sovrannaturale, con un film comico-romantico, drammatico, per poi svoltare bruscamente, nel quarto d’ora finale, nell’horror che ti fa strizzare, pur non mostrando tanto, e facendolo secondo gli schemi classici, ecco, m’è venuto in mente che il termine di paragone per The Innkeepers è sinfonia. Una sinfonia dell’orrore, certo, andando a scomodare i primordi del cinema. E perché no? Ma, a dire il vero, quello a cui mi riferivo era altro, era per l’esattezza la capacità di Ti West di mutare tempo e modo della narrazione, tanto e tanto velocemente da rammentare gli improvvisi, vertiginosi, cambi di ritmo tipici di certe sinfonie. E, notevole, egli lo fa producendosi in pochissimo rumore, persino lo score, nei momenti topici, consta di pochissime note, spesso di pianoforte. Le si ascolta e si comincia ad attendere un salto, uno spavento, qualcosa che squarci l’incantesimo.

***

Sette attori, una location, un albergo ottocentesco, e il fascino immortale dei fantasmi. Si dice che l’hotel si infestato dal fantasma di una vedova, morta impiccata al suo interno. Luke (Pat Healy), collega di Claire (Sara Paxton), ha persino messo su un sito contentente foto e video delle presunte presenze spiritiche che aleggiano nelle stanze e nei corridoi, per rilanciare l’immagine dell’attività, e gli affari, dato che stanno andando a rotoli. Di giorno, i due sonnecchiano nella hall, fornendo assistenza ai pochissimi clienti, di notte, a turno, si improvvisano detective dell’occulto e, armati di microfoni, tentano di registrare prove di manifestazioni paranormali. Nel mentre, discutono di tutto. Luke fisso alla tastiera del suo portatile, con un adesivo rosso stampigliato sopra, Evil Inside (lo voglio assolutamente!), guarda i porno e nel frattempo, quando si ricorda, aggiorna il sito. Claire, afflitta dalla vita di un paese addormentato, dove l’avventura consiste nell’andare a farsi un caffè al bar e, se si è abbastanza sfortunati, finire vittima della logorrea della barista, che ti prende e ti cattura con l’epopea della sua storia sentimentale travagliata.
È l’ultimo weekend, e cominciano ad accadere tante cose non proprio giuste (cit.).

***

E non vi mentirò, proprio per come è strutturato, all’inizio sembra che The Inkeepers sia fatto apposta per non spaventare. Si suppone che il fine sia un altro, quale non è dato sapere. La fotografia splendida, che indugia su scenografie barocche, ricchissime di dettagli, impreziosisce il tutto. Non importa che i sussurri, i rumori notturni, le piccole suggestioni non tocchino più di tanto: la storia, in qualche maniera, riesce intrigante e affascinante. Si fa guardare.
Poi, pian piano, brusche virate, fino a un primo assaggio di ciò che sta per esplodere. Inizia come una cosa innocua, avvolta d’un lenzuolo. Inattesa. E poi arriva.
Ma, forse, s’è trattato di un sogno.
Altra cosa che arriva coi cambi di ritmo narrativo, l’attenzione, la vostra di spettatori, che viene catturata sempre di più, sempre di più, nonostante vi rendiate conto che, alla fin fine, di fatti ne stanno succedendo ben pochi. E, avendo visto il suo precedente lavoro, da Ti West ve l’aspettate un certo colore, il rosso. Deve arrivare, in abbondanza magari.
E arriva, infatti. E quando decide di mostrarcelo, tempi e modi sono perfetti, perché già tutto intriso in un’atmosfera disperata. Il tono leggero, di commedia brillante con spiriti, ha lasciato il passo, ce lo siamo lasciato dietro. Ora vi scoprite a guardare lo schermo con espressione seria, perché l’atmosfera si fa più rarefatta, tensiva, magistrale.

***

Questa è una prima recensione, su un film che molti di voi non hanno ancora visto. Non voglio addentrarmi in dettagli che possono rovinare la trama, la sorpresa, in definitiva il vero e proprio gusto che proverete, finalmente, dopo tanto tempo, guardando questo film. Poco importa se siate amanti dell’horror o meno. The Innkeepers è un horror? Forse. Ma credo che la definizione gli stia davvero stretta. Si presagiva, colpa di Sarah Paxton, diciamolo, un “bad script” e un altrettanto “bad acting”. Niente di tutto questo. Solo completezza, maturità disarmante, per una regia che fa sua l’impostazione più classica della narrazione, usando persino i fucili di Checov, per spaventare nel senso più puro e divertente del genere. Non è per questo, in fondo, che si fa questo tipo di film? Ancora un volta, riduttivo.
The Innkeepers è contaminazione. Ti West si mostra a suo agio, padrone di qualunque tipo di narrazione e dei suoi tempi. Imprime alla pellicola la sua volontà, agli spettatori il ritmo che vuole lui. Mostra all’inizio (meta)spaventi meccanici, facili, tipici del cinema odierno, che durano il tempo dell’affanno di Claire, che soffre d’asma e mi ricorda un certo ragazzino a caccia di un Pirata, nelle grotte insieme a un gruppo di amici; tradisce le attese, focalizzandosi sui personaggi, lo pseudo-nerd, sguardo inquietante, quando lo vediamo illuminato in cantina, complice la montatura, e la bellina con gli occhi acquei, due acchiappafantasmi che si compensano. E ci si sta per arrendere, di fronte a una trama che pare perdersi tra i rumori delle case vecchie e le ciarlatanerie, col pendolino, di una Kelly McGillis; e si arriva alla serietà e all’esplosione della follia. Forse ci ha preparati per condurci fino a qui, forse ci ha teso la mano, insieme ai colori freddi che divengono lignei e potenti, fino a quel maledetto rosso, che esplode sulla fronte di Claire. O forse no, perché l’abbiamo intuito l’orrore, l’abbiamo ricercato, persino voluto a ogni inquadratura: eccolo, eccolo che arriva lo spavento facile! Ecco che il film tradisce. E invece no, quando lo spavento arriva, il film t’ha già conquistato. E sai che non puoi farne a meno. Che lo vedrai ancora. Che ti comprerai quel cazzo di dvd, quando uscirà. Per una volta, ne vale la pena.

(Edit 24/01/2012, ore 16:15)
E vorrei concludere citando le parole di Ti West che dice, finalmente, quello che tutti pensiamo, riguardo lo stato dell’horror e del cinema e di come sia giusto considerare certi aspetti dello stesso:

“If you look at ‘The Shining,’ it is a movie about a guy who hates his family and he’s unraveling in this hotel. The horror stuff is secondary. ‘The Exorcist’ is about a woman with a sick daughter. The possession stuff is secondary to that. They’re always movies first and horror movies second. It think that’s been flipped recently where it’s horror movie first, and I think that’s just sort of lame.

It’s weird too because the people who make the really lowest common denominator horror films will all agree the ‘The Exorcist,’ ‘The Shining’ and ‘Rosemary’s Baby’ are the best horror films, but they don’t even want to try to make anything like that. [They don’t] because it’s easier. Because look, those three movies I just referenced are not only some of the best genre movies ever made, they’re some of the best movies ever. To try and make a movie as good as those, the chance of failure is so high. The world of studio filmmaking is about sure things; no one wants to risk anything. But when you don’t risk anything, you don’t make anything interesting ever.”

(su segnalazione di Poggy)

La recensione di Lucy

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