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The Illusionist (2006)

by Germano on 27/05/2010
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Qualcuno, da qualche parte, ha esposto una sua originale teoria. La teoria che a Hollywood le idee si diffondano attraverso l’etere per osmosi. E che esse tocchino le menti dei creativi che, di conseguenza, partoriscono progetti simili, se non identici. Il 2006 fu l’anno della magia, del fascino arcano dell’illusionismo, con due film contenenti tenui richiami al mondo reale sapientemente mescolati con la realtà, “The Prestige” di Christopher Nolan e The Illusionist di Neil Burger, seguiti a distanza di qualche mese, nel 2007, da “Death Defying Acts” di Gillian Armstrong che romanzava l’ultimo periodo della vita di Harry Houdini.
Altri, come me, romantici sì, ma non fessi, le chiamerebbero soffiate. Ma qui, trattandosi di “illusione”, possiamo anche accettare la teoria dell’osmosi. Non è neppure l’unico caso. In questi anni, in quel di Hollywood, l’osmosi è fin troppo diffusa.
Ad ogni modo, parlando del film di Neil Burger, sono lieto di far felice un’amica, e speranzoso che l’articolo sia di suo gradimento.

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Prima della storia dell’illusionista Eisenheim e delle sue mirabili doti, alcune delle quali inscenate con inconsueta eleganza, e del pittoresco corridoio con le centinaia di teste di cervo impagliate, arriva la musica. Un motivo semplice, pulito, con un ritmo crescente, che suggerisce bellezza e speranza. Philip Glass, l’autore che ha firmato le musiche originali, è riuscito, cosa rara, tanto per cominciare a farsi notare da me, notoriamente sordo al cosiddetto score, ovvero l’accompagnamento musicale e a rappresentare l’incarnato pallido e leggero di questo film, che potrebbe approfondire, durante il suo sviluppo, più di un argomento, assumendo i contorni più netti e precisi che contraddistinguono l’opera d’autore, ma che, invece, preferisce sfiorare delicatamente più generi restando, in definitiva, un frutto acerbo che promette tanto, nella fattispecie, visioni soavi, ma che dà soltanto accenni incompiuti. Avrebbe potuto essere un fantasy, un romance, un dramma, un giallo e persino un thriller sovrannaturale. L’illusione, sia nella finzione scenica che nella realtà, prende il sopravvento dando la sensazione, a visione ultimata, di aver sopravvalutato il tutto, di essersi lasciati sedurre dalle atmosfere ben ricreate della Vienna ottocentesca, di aver creduto di avere chissà quale ricompensa per gli occhi di spettatore e di aver invece ottenuto un piccolo spettacolo messo su in fretta, in un teatro di provincia abbandonato e tirato a lucido per l’occasione.
Eisenheim parte da lontano, da quando è un ragazzo che incontra lungo un sentiero campestre un vecchio mago che lo inizia a discipline arcane. Cresce la sua abilità magica e l’amore che reciprocamente coltiva con la giovane amica, la duchessa Sophie Von Teschen, ostacolato dalla differenza di classe. Più tardi, divenuto un uomo, Eisenheim si esibisce nei teatri viennesi regalando sogni di straordinaria intensità alle annoiate platee dell’Impero. Egli incontra di nuovo la sua amata, dalla quale era stato separato anni prima, ma intatte restano le convenzioni sociali che, ora come allora, impediscono ai due di stare insieme. L’improvvisa morte di Sophie, avvenuta, si sospetta, per mano del Principe Leopold, induce Eisenheim a superare i confini tra illusione e spiritismo per tentare di rendere giustizia alla propria amata e far condannare il suo assassino. Ma, da buon illusionista qual è, non tutto è come sembra…

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Curiosità

# La figura del Principe Leopoldo d’Asburgo ricalca in maniera piuttosto fantasiosa quella storica del Principe Rudolf. Il vero Principe morì, apparentemente suicida, insieme alla sua amante, la baronessa Maria Vetsera, nel casino di caccia di Mayerling, nel 1889, “consegnando” la sua carica di erede al trono nelle mani di Carlo Ludovico. Circostanza questa alla quale si accenna nella scena dello spettacolo dell’illusionista Eisenheim a corte, in particolare nei tentativi che alcuni nobili presenti in sala fanno per sollevare la spada del Principe saldamente piantata in terra, durante i quali, dal pubblico si levano richiami espliciti alle legittime pretese di potere che avrà colui che dovesse “estrarre” la spada rievocando il mito di Re Artù. In particolare, il secondo nobile a tentare di “diventare re”, dovrebbe rappresentare proprio Carlo Ludovico.

# Edward Norton fu addestrato dallo specialista James Freedman per acquisire una sufficiente agilità manuale che gli consentisse di effettuare personalmente alcuni dei giochi di prestigio visibili nel film.

# Il personaggio di Eisenheim è ispirato a Erik Jan Hanussen, chiaroveggente e illusionista austriaco nato a Vienna nel 1889 e morto a Berlino per mano dei nazisti nel 1933. Personaggio controverso, di lui sono documentati numerosi interventi, in collaborazione con le autorità austriache, nella risoluzione di altrettanti casi di furto e omicidio grazie alle sue doti paranormali. Si disse  che avesse predetto con incredibile esattezza, tra le altre cose, l’ascesa e il declino di Hitler e il momento esatto della propria morte. Eisenheim, nella seconda parte del film, sembra tutt’a un tratto virare dal semplice illusionismo all’occultismo e spiritismo e sembra possedere particolari virtù medianiche.

# Il trucco dell’Albero delle Arance è esistito realmente ed ha origini antichissime. Sembra appaia già in alcuni antichi manoscritti indiani. Nel secolo XVIII un certo Pinetti pare avesse acquisito notorietà nelle corti europee effettuando un trucco analogo, ma invece delle arance sembra utilizzasse dei limoni. L’Albero delle Arance fu portato alla ribalta nel corso del XIX secolo dall’illusionista francese Robert Houdin, lo stesso da cui  Harry Houdini prese il nome d’arte. Solo Houdini, però, fu in grado di usare, nella sua variante del numero, vere arance, esattamente come mostra di saper fare Eisenheim durante i suoi spettacoli.

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“The Illusionist” ha molti punti deboli e poche virtù. Una storia esile, esposta senza particolari guizzi artistici, annoiata più che noiosa in sé, annoiata quasi quanto appare essere Edward Norton, il nostro Eisenheim che, a più riprese, sembra quasi addormentato dietro il pizzetto messo su per l’occasione. A questo punto siamo di fronte o ad una interpretazione scazzata, come sono propenso a credere, o ad una eccellente performance di Norton stesso o della sua controparte, Aaron Johnson, il giovane Eisenheim. Entrambi, infatti, mostrano la medesima espressione di torpore. Se non è un caso, allora c’è del metodo e quindi, tanto di cappello. Diversamente e di tutt’altro spessore il contributo di Paul Giamatti nei panni dell’ispettore Uhl che risulta divertito e leggero, a dispetto del ruolo di pseudo-antagonista che il suo personaggio ricopre. Giamatti riesce a fare del suo aspetto ordinario, persino brutto, una dote unica, un plus-valore.  Anche Rufus Sewell, classe 1967, rende il suo Principe Leopold un cattivo “all’antica”, meschino, sufficientemente crudele e morboso per quel poco di tempo che gli viene concesso sulla scena avara. Jessica Biel, mi dispiace dirlo, ma sembra la Statua della Libertà, imbalsamata e portata a Vienna e per l’occasione, foderata in pizzi e merletti, ma c’è da aggiungere in sua difesa che neanche il suo personaggio era tutto questo incredibile divertimento e che, in definitiva, a lei spettava il ruolo della donna in balia delle limitanti convenzioni sociali che traformavano le individualità attive in statici manichini. Da questo punto di vista è perfetta, ma la duchessa Sophie resta un personaggio invisibile.
Notevoli, ma neanche particolarmente strabilianti se non fosse per il già citato accompagnamento sonoro di Philip Glass, le sequenze iniziali dei trucchi magici di Eisenheim, quello dell’Albero delle Arance in particolare, motivo ricorrente nel film, e la parte finale, le evocazioni spettrali cui lo stesso illusionista dà vita; apparizioni che avrebbero potuto trasformare la pellicola in un avvincente thriller metafisico ma che restano lì, inerti come Jessica Biel [una di esse] e tanti quadri dalle immagini sbiadite. Per un film che ha preteso di essere un po’ di tutto, basare il suo colpo di teatro e la sorpresona finale su un giochino di strategia vecchio almeno quanto Shakespeare è pretendere tanto. Ma è comunque piacevole a vedersi. Senza considerare quella che è, di fatto, l’intrinseca malvagità che promana dal diabolico duo Eisenheim-Duchessa Sophie responsabili di: a) aver mandato in prigione un innocente a pagare per un crimine mai commesso e b) istigazione al suicidio. Non so se prevista da Neil Burger o se trattasi di mia elucubrazione, ma, in definitiva è questo che i due piccioncini fanno pur di soddisfare i loro desideri: il Male. Senza tanti giri di parole. Se si parlasse di modernismo in questo film, loro ne sarebbero senz’altro il vanto. Involontariamente tragici e attuali, nonché veri precursori.
Alla fin fine intrattenimento leggero. “The Illusionist” avrebbe potuto essere migliore? Senz’altro. Ma l’affetto e le serate trascorse a guardarlo in compagnia riescono a fare la differenza.

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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