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The Descent (2005)

by Germano on 17/10/2011
Book and Negative
Contents

Neil Marshall avrebbe dovuto dirigere Drive e, se tanto mi dà tanto, a quest’ora starei imprecando contro di lui. Perché i suoi film li ho visti tutti e quattro (mi manca il suo cortometraggio d’esordio) e, come dire, l’idea dominante è che quello che poteva essere un regista innovativo, via via che il tempo passa, appare sempre più freddino e ingarbugliato su sé stesso.
Questa recensione di The Descent nasce, quindi, da un punto di vista il più possibile distaccato, dato che il fascino registico del suddetto Marshall ha smesso di sedurre da tempo. Almeno il sottoscritto. Distaccato anche perché doppio. Scritto a quattro mani con Lucia, amica e blogger, che sono felice di aver conosciuto e di poter ospitare su queste pagine virtuali.

Esperimento di rilettura, il presente, teso a fornire pareri distanti sul medesimo soggetto. O, più semplicemente, sguardi. Diversi per natura, per essenza. O magari no.

Apertura

Spaventare. Bisogna tenere bene a mente questo verbo, perché negli ultimi anni si sta perdendo di vista la natura più profonda del genere horror (o perturbante, come dicono quelli bravi), che non è disgustare, divertire con facile umorismo slapstick, o indurre lo spettatore ad andarsi a cercare qualche infimo prodottino anni ’80 che fa tanto cool per indovinare la giusta citazione tanto simpatica nel film tanto grindhouse che esce nel 2011, ma è girato come se dietro la macchina da presa ci fosse Ed Wood Jr, drogato di CGI. No, il fine ultimo, sin dalla nascita del genere, è quello di spaventare chi guarda.  Favole paurose, prima di tutto. Il resto viene dopo, le finezze umoristiche, il gioco di specchi cinefilo, i benedetti sottotesti e le metafore spesso non richieste, devono sempre essere in secondo piano rispetto all’ obiettivo principale: devo farti saltare sulla poltrona, devo farti guardare intorno con sospetto mentre torni a casa in un vicolo buio, devo farti addormentare con la luce accesa. Senza arrivare a questi estremi, almeno devo renderti un po’ nervoso a fine visione. Se non riesco a fare neanche questo, ho fallito. Posso aver girato un film meraviglioso, nessuno lo mette in dubbio, ma non ho girato un horror.

1.

The Descent, come quasi tutti i film che ritengo degni di essere chiamati tali, se la prende con calma. O meglio, dopo averci tramortito con un shock iniziale repentino e inaspettato, rallenta il ritmo e ci introduce ai personaggi:  sei amiche. Tante da gestire in uno spazio ristretto e in un tempo limitato. Sarebbe stato semplice buttarle subito tutte nelle gallerie e farle inseguire dai mostri per 90 minuti. E invece, per vedere il primo mostro, ci tocca aspettare quasi un’ ora. E qui entra in gioco il perfetto e oliatissimo meccanismo di paura messo in piedi da Marshall. Quello che accade, prima che arrivino le creature, è la lenta discesa del gruppo di speleologhe attraverso cunicoli e tunnel sempre più stretti. La paura è un sentimento che va stimolato con pazienza. Per questo, prima dei mostri, c’è la claustrofobia, lo smarrimento, il terrore vero di rimanere bloccati e non poter respirare. La parte più intensa di The Descent non è quella basata sullo schema fuga, omicidio, scena splatter, combattimento all’ ultimo sangue che occupa l’ ultima mezz’ora di film, ma quella iniziale, in cui entriamo in contatto con le protagoniste, impariamo a conoscerle, anche ad amarle e cominciamo a soffrire con e per loro.

2.

Sei amiche, dunque, tre in primo piano, le restanti in ombra. Sulle prime tre, Sarah (Shauna Macdonald), Juno (Natalie Jackson Mendoza) e Beth (Alex Reid), d’altronde, è costruito non tanto l’intreccio, ma la sua risoluzione. Sarah e Juno amano lo stesso uomo. Beth lo sa o l’ha capito da tempo, non bastassero le attenzioni che lui rivolge alla messicana tutto pepe. Sarah si limita a vederlo strano. Ma è tutto inutile, arriva la morte (“la morte, la morte, la morte puttana”, cit.).
La discesa nell’abisso è lo scopo di questo film. Donne amanti dell’avventura, certo, eppure Sarah, Juno e Beth hanno dei conti da regolare. Juno vuole espiare, regalando a Sarah un nuovo bambino, una grotta sconosciuta a cui dare il nome, dopo essere penetrate al suo interno e averla esplorata, conquistata con lacrime e sudore. Unico elemento attivo nella vicenda, fino a tre quarti della pellicola.
Beth osserva, come sempre. Ha visto il tradimento, le piccole ipocrisie. E come sempre tace, parla solo quando è il momento di scatenare la vendetta, per cattiveria.
Sarah subisce, dall’inizio fino a tre quarti di film. Le prende dall’amica che la cornifica, dalla vita che le strappa la famiglia, dalla grotta, a più riprese, fino alla rinascita, attraverso una pozza d’acqua sanguinolenta tramite la quale riemergere a nuova consapevolezza. Anche se questa traformazione è inconscia.
Significative due cose, Neil Marshall riprende senza giudicare: oggetto della ripresa un gruppo di donne. Non mi sembra ci siano particolari meriti nell’aver proposto un cast al femminile, se non quelli di aver infine capito come stanno le cose, che non c’è nulla di sbagliato o automaticamente sdolcinato o femminista nel ritrarre donne in gamba, di evitare i soliti insopportabili siparietti a base di romance diabetico ventimila piedi sotto terra. E di aver proposto figure che si lasciano guardare, belle e credibili. Abbiamo a che fare con donne imperfette. Questo è quanto. E, in quanto tali, esse si comportano e agiscono. La cosa può non piacere, come la stupidità di avvicinarsi in silenzio (Beth), alle spalle, all’amica appena aggredita e offendersi dopo che questa le ha dato una picconata nella gola, ma, ehi, non stiamo qui a giudicare. Non più del solito, almeno.

3.

Juno è forza positiva, sentimento d’espiazione. D’accordo, è anche una stronza rovina-famiglie. L’ha fatta sporca e ora vuole rimediare e, quando la situazione precipita, dichiara di non voler abbandonare proprio lei, Sarah, verso la quale ha un debito. La più forte del gruppo e anche la più idiota, Juno, visto che solo sua è la scelta di correre il rischio di esplorare un complesso di caverne sconosciuto. Con tutto ciò che ne consegue.
Sarah è sull’orlo del baratro. Si dice che Shauna Macdonald, l’attrice che le dà il volto, sia claustrofobica e che questo abbia giovato alla sua interpretazione, nel mostrarsi sofferente e spaventata dalla situazione. Possibile, ma io non l’ho notato. Quello che invece ho notato è che il suo personaggio è singolare, e ragionato. E questo è merito di chi l’ha creato. Avendo perso tutto prima della discesa, è anche colei che meglio si adatta al precipitare degli eventi, è l’unica che cambia, radicalmente, in una trasformazione così repentina, tale da rasentare l’impossibile (da avventuriera ad amazzone guerriera armata di piccone anche lei), ma non così tanto se entra in gioco il simbolismo. Lo stesso che, vedendola sporca di sangue, la trasforma non già in donna, ma in furia e vendetta.
Stupida. Come di solito sono tutte le vendette. Ma di grande e cieca soddisfazione.

4.

La macchina da presa di Marshall, infilata nei cunicoli strettissimi ricreati in studio (nessuno è mai sceso in una vera grotta per girare questo film) ci racconta l’ odissea allucinante di donne alle prese con i loro incubi, le loro più profonde paure, i loro conflitti, il loro “cuore di tenebra”. Non è un caso se il film più citato da Marshall, in The Descent, è Apocalypse Now. Il regista si attacca ai suoi personaggi e li segue da vicino: dopo un inizio in cui abbondano i campi lunghi per dare un’ impressione adeguata della grandezza delle grotte in cui le nostre si trovano disperse, le scelte di Marshall vertono sempre più su piani ravvicinati. Montaggio frenetico, ma comprensibile, dettagli gore forniti con generosità e senza alcun compiacimento da torture porn, e una regia che indugia sui visi stravolti dalla fatica e dal dolore delle protagoniste.  Inquadrature ferme e stabili, scarsissimo uso della macchina  a mano, anche nei momenti più concitati: basti pensare alla scena del primo attacco dei mostri, gestita quasi del tutto in totale, con dei lenti movimenti circolari intorno alle ragazze assediate dalla creatura. Persino i brevi inserti in digitale hanno una funzione specifica, quella visione notturna indispensabile nel momento in cui non si possono utilizzare i razzi di segnalazione o si spengono le torce.
Un horror “puro” e “classico”, quindi, che non abbandona mai la sua natura di macchina da e per il Cinema, privo com’è di qualsiasi concessione a uno stile televisivo o da videoclip. Un vero film dell’ orrore, perfetto per realizzazione e messa in scena, uno di quei rari esempi di cinema di genere che non si vergogna di essere tale e che contemporaneamente, rivendica dignità e coerenza tipiche del cinema chiamato d’ autore.

Chiusura

Marshall gioca coi set costruiti ai Pinewood Studios, in Inghilterra. Bellissimi, resi poetici dall’impiego di luci sulfuree. Gioca con le creature, i crawler, interpretati, secondo il suo volere da attori professionisti, non da semplici stuntman. Crawler che gocciolano bava, puzzano, cacciano e fanno sprizzare sangue. Gioca alla citazione spietata, dita negli occhi per ammazzare una creatura, pozze di sangue come uteri da cui riemergere cambiate, avversari ciechi che non vedono le loro prede mimetizzate con l’ambiente.
Poche chiacchiere, quindi. Azione lenta, ma inesorabile una volta arrivata. Piccolo viaggio nella follia, a base di torte e fantasmi di bambine che narrano parentesi dolci e inquietanti e… dulcis in fundo, un doppio finale, sovrapposto.
E anche in quest’ultimo, simbologia della rinascita. Dalle viscere della terra si riemerge cambiati, oppure si resta sotto, illuminati da un fuoco acceso chissà da chi (?). Ma i nostri fantasmi sono sempre lì accanto, in entrambi i casi, a farci compagnia.

Hell & Lucy

Il blog di Lucia, IlGiornodegliZombi

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