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Survival of the Dead

by Germano on 24/03/2010
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Certe volte mi rendo conto di quanto io possa apparire banalmente romantico, allorché mi lancio in discorsi tipo: “Eh, non si fanno più i bei film di una volta!”. Se inciampate, durante la lettura di questo blog, in frasi di questo genere, sappiate che esse non hanno valore assoluto, bensì rappresentano l’umore momentaneo di chi scrive, cioè io. Quando mi trovo di fronte a certi orrori, non posso fare a meno di rifugiarmi nel passato. Un passato confortevole in cui il cinema era fantastico, e non mi riferisco solo a quello di genere. Mi rendo conto, sempre di più, di quanto siamo stati fortunati noi che, nati tra i Settanta e gli Ottanta, abbiamo potuto contare su un patrimonio cinematografico assolutamente insostituibile. Noi abbiamo avuto “La Notte dei Morti Viventi”, “Zombi” e “Il Giorno degli Zombi.” E ce li siamo goduti. I quindicenni di oggi hanno “Land of the Dead”, “Diary of the Dead” e “…of the Dead”, dopo un po’ ribattezzato Survival of the Dead, dell’anno del Signore 2009 e… non credo proprio che siano riusciti a goderseli, come noi abbiamo fatto con gli originali. Il regista è sempre lo stesso, George A. Romero. E su di lui non mi dilungherò nel tentare di spiegare chi è e cosa ha rappresentato, ma…
Ma il tempo, ahimé, è passato.

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L’intreccio. Più o meno

Plum Island. Un’isola lungo le coste del Nord America. L’epidemia che causa la resurrezione dei morti è scoppiata e, lì come altrove, si tenta di riorganizzarsi per andare avanti. L’emotività è il nemico principale per i viventi. Quelle emozioni che li portano a serbare i propri congiunti, morti e risorti, accanto a sé, nelle proprie case, nella vana speranza che sia tutto un brutto sogno, oppure una malattia, per la quale, un giorno, chissà, qualcuno troverà una cura. Altri, invece, non tanto più cinici, quanto più pratici, hanno capito che una pallottola in fronte è sempre la cura più giusta per i ritornati, rapida e indolore. Una piccola isola è un mondo a sé, coi propri rituali, con le proprie tradizioni e anche con le proprie rivalità. Qui, in scala ridotta, gli stessi partiti del Pro e del Contro la Soppressione che stanno mandando a scatafascio il resto del mondo, litigano su quale sia la politica più giusta da adottare. Il temporeggiare e la stupidità umana fanno il resto e gli zombie, dato che non perdono tempo né a riflettere su questioni morali, né a litigare tra loro, si avvantaggiano della disorganizzazione dei vivi…

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Riflessioni

[ATTENZIONE! LUCE BLU! ALLARME ANTICIPAZIONI!] (ma neanche tante, a dire il vero…)

Una volta sdoganati gli zombi velocisti, secondo alcuni amici, simbolo del modernismo, di un mondo che va sempre più di corsa, del cambiamento, vedere ancora i classici zombie barcollanti può avere un doppio effetto. Il primo nostalgico, che subito ti porta alla mente i fasti del Centro Commerciale e di Philadelphia di notte. E rivedi subito le luci sul grattacielo che si spengono una dopo l’altra… Il secondo è che ti domandi, ma come cavolo fanno queste mummie lentissime a sopraffare gli esseri umani?
Ok, siamo d’accordo, gli umani sono così stupidi che… si lasciano sopraffare. Però, qui si è esagerato un pochino. Questi umani, i tipi di Plum Island, sono veramente stupidi. E non solo quelli di Plum Island, anche gli altri, gli esterni che, immancabilmente, arrivano da chissà dove, in tenuta mimetica e imbracciando armi automatiche, credendosi fighi. E, badate bene, ho detto credendosi fighi, perché, alla resa dei conti, poi tanto fighi non sono.
Sull’isola, intanto, abbiamo le controfigure in carne e ossa di Tex Willer e del Nostromo del Tonno Nostromo, ma in versione attempata, ovvero due arzilli settantenni. Uno cowboy, tutto cappelli, fucile e tabacco, l’altro giaccone di lana, berretto e barba bianca, ma senza la pipa, sennò sarebbe stato plagio. Potranno mai questi due andare d’accordo?
In più Nostromo vuole far fuori tutti gli zombie, e non va per il sottile. Tex, invece, vuole allevarli come fossero capi di bestiame, e non perché crede che esista una cura, no! Semplicemente per andare contro il suo acerrimo rivale, Nostromo.
Non si capisce perché, forse è vero che Romero fa satira politica, in fondo, tutti seguono questi due vecchi imbecilli, fino alle estreme conseguenze.

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Zombie Evolution

Che Romero si fosse fissato con l’idea che gli zombie potessero evolvere è cosa nota. È dal 1985 che ci gira intorno. All’inizio fu Bub, lo zombie che rispondeva al telefono, tentava di radersi, faceva il saluto militare e ti sparava addosso con la Beretta. Poi è toccato al benzinaio rivoltoso e lagnoso di Land of the Dead che non solo ti spara addosso con un fucile d’assalto, ma ti fa anche saltare il culo dopo averti riempito la macchina di benzina. Perché… è intelligente.
Ma su Plum Island, la faccenda si fa pesante. Qui abbiamo la mogliettina zombie che ancora cucina per Tex Willer, abbiamo lo zombie postino, quello taglialegna e, dulcis in fundo, la Cavallerizza che mostra agli altri zombie come variare la dieta, cibandosi non già solo di esseri umani, ma di animali.

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Scene Ultra-Trash

Assistendo a certi spettacoli, si finisce per chiedersi se Romero l’abbia fatto intenzionalmente, parodiando sé stesso e tutto il genere, oppure se abbia lo stesso morbo di un altro suo collega di sangue italiano. Ad ogni modo, in Survival of the Dead si può assistere a sequenze che travalicano i confini del normale ridicolo, per assurgere allo stato dell’arte del trash.

# Uno zombie viene finito ficcandogli in bocca la manichetta di un estintore e insufflandogli dentro la schiuma fino a fargli schizzare fuori gli occhi dalle orbite.

# Un altro zombie viene finito conficcandogli in fronte un forchettone da barbecue con annesso wurstel già arrostito.

# Ancora uno zombie viene colpito al torace dal proiettile di una pistola lancia-razzi che lo fa accendere dall’interno come un mozzicone di sigaretta e poi spedito a farsi un bagno da un calcione sul torace.

# Stavolta è uno zombie a far fuori un uomo strappandogli il cuoio capelluto dal cranio con la sola forza delle dita.

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You, fuckin’ bitch!

Il sentimentalismo ha annientato i vampiri. Quanto tempo passerà prima che lo stesso sentimentalismo faccia fuori anche gli zombie? Guardate, non vado a sindacare sulla veridicità del dilemma morale che spinge i personaggi di Romero a meditare se sia o meno il caso di far fuori un proprio congiunto, spesso non riuscendoci. Razionalmente, direi che si tratta di un dilemma piuttosto stupido. Da vero duro direi: “E che ci vuole?”. Poi, mi sforzo di sospendere la mia incredulità e mi domando se ne sarei, effettivamente, capace. Ebbene, non so rispondere.
Forse il dilemma varrebbe anche per me. Forse anche io, sopravvissuto, avrei qualche difficoltà a far fuori uno zombie che, un tempo, era una persona cara.
Però… il sentimentalismo no, eh? Anche perché il confine è davvero molto, molto blando. Lo è sempre di più.
Qui il vecchio cowboy si tiene in casa la sua mogliettina zombie e le lascia sbrigare le faccende di casa e chissà cos’altro… Non ci voglio neanche pensare. E poi c’è il giovane cowboy che cattura al lazo la sua bella, ormai morta vivente, la guarda negli occhi languidamente e per poco non…
Meno male che il pudore Romeriano ha preso il sopravvento e gli zombie, alla fin fine, ti mordono… sennò, addio!
Ma, mi rimane il dubbio. Per quanto ancora varrà il detto “Niente zucchero e miele per gli zombie?” [detto che ho inventato io proprio adesso, ndr].
Si può sempre esclamare, alla fine, dopo essere stati morsi stupidamente dalla nostra ragazza zombie: “You, fuckin’ bitch!”, come fa una tipa, altrettanto stupidamente, dopo essere stata morsa, allo stesso tempo fulminando il vostro avversario con lo sguardo.
E poi divenire come lui. E amen.

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Conclusioni

La cosa più realistica del film è che i viventi, ormai, non hanno più paura degli zombi. Sono talmente familiari, sono ormai entrati talmente tanto nel quotidiano da non spaventare più. Ecco, gli zombie romeriani non spaventano più né i personaggi del film, né gli spettatori. Quel che è peggio è che non divertono neanche più.
Sono scontati, e barcollano inutilmente come la trama di questo film. Se ce n’è una.

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