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Stoker [recensione]

by Germano on 29/08/2013
Book and Negative
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Stoker (2013) è un film difficile da analizzare in una recensione.
Perché da un lato asseconda la tendenza narrativa attuale, che è quella di privilegiare, nel ruolo di protagonisti, le figure negative, storicamente piazzate dalla letteratura di tutti i tempi, prima ancora che dal cinema, nel ruolo degli antagonisti.
Dall’altro risente tantissimo della regia di Chan-wook Park, sud-coreano, che, molto probabilmente a livello inconscio, com’è naturale per ciascuno di noi alle prese con un mondo altro, applica un filtro alla cultura occidentale, sovvertendone i canoni narrativi tradizionali e utilizzandone invece di propri.
Qualche giorno fa ne discutevo con Davide e Lucy, circa il privilegiare protagonisti non proprio irreprensibili, che sono passati dall’essere eroi, diretti, chiari, tutti d’un pezzo, che salvano la donzella legata ai binari mentre sta per arrivare un treno e nel mentre combattono contro un pitone che vuole stritolarli (o magari sono loro stessi legati ai binari, e sul treno ci sono i nazisti), all’anti-eroe tipico degli anni ’80, così, per fare un esempio, i primi che mi vengono in mente sono Riggs di Arma Letale e Murphy di RoboCop, buoni poliziotti, trasformati loro malgrado in qualcosa di diverso da eventi infausti, che quindi operano comunque per il bene, ma attraverso percorsi grigi, se vogliamo. Oggi invece, a partire da Hannibal il Cannibale, che è passato dalla sua gabbia infrangibile all’essere la vera star nei quattro film a lui dedicati, la lente narrativa si è spostata sul mostro.
E siamo d’accordo, esiti e intenzioni di questa operazione sono diversissimi e delicati.

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Stoker, che fin dal titolo evocativo richiama il sangue, è il cognome di una famiglia, madre, figlia e (dopo pochi minuti) lo zio, appare fin da subito iper-cromatico, irreale, ambiguo, e capace di suggerire ansia. È come guardare una natura morta, ma che ha appena iniziato a marcire. Sembra tutto profumato, perfetto, ma ecco che spunta una mosca, e poi arriva al naso quell’odore dolciastro…
Quindi una famiglia che sta dall’altra parte della barricata morale. Il paragone più diretto e comodo tirerebbe in ballo gli Addams, creepy, con la mano nella scatola, il maggiordomo, l’aria cimiteriale. Ma le cose sono un po’ diverse, perché l’aspirazione di Stoker, e di molti prodotti coevi è inscenare la natura del (possibile) mostro, senza giustificarlo, presentandocelo come ineluttabile.
In altre parole, richiamandomi all’esistenzialismo e a Sartre, il mostro è tale e sempre uguale a se stesso, senza alcuna possibilità di non esserlo.
Il risultato è che ne siamo affascinati in quanto personaggio narrativo di cui ci piace scoprirne le sfumature, le ragioni profonde che, una volta tanto, non risiedono in un antico trauma, ma nel DNA.
Ed ecco che Chan-wook Park prende in prestito il classicissimo Tieste: la protagonista, India Stoker (interpretata da una bravissima Mia Wasikowska) è nata così. Lei vanta non solo un udito prodigioso, ma anche una natura deviata. Non ci si può fare nulla, tranne, per i genitori (un po’ come accade in Dexter) deviare a loro volta quella stessa natura verso azioni sì cruente (come la caccia), ma non aberranti per il resto della società. In modo tale da far sfogare la sete, ma senza finire in galera.

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E non sto esprimendo un giudizio morale, ma solo narrativo. Io per primo subisco la fascinazione di questi personaggi ambigui, ma chiari, se non altro nella rappresentazione di ciò che sono, nelle esigenze precise.
Per ciò che concerne India si tratta, in sostanza, di riscoprire se stessa, dopo diciotto anni di deviazioni, da parte del padre defunto all’inizio del film, e della madre (Nicole Kidman, brava pure lei) che in verità tratta la propria figlia con l’indifferenza tipica di molte madri, regalandole quindi traumi del tutto naturali, non terapeutici (come invece si sforza di fare il padre, con il quale India ha cacciato prede su prede).
Al quadro si aggiunge lo zio, fratello del padre (Matthew Goode), che cela un passato oscuro e che ricopre il ruolo del maestro all’inizio, e del complice/amante verso la fine, con tanto di iniziazione “cavalleresca” (che riprende la vestizione, il cambio di calzatura) che è duplice, perché serve a fare di India una donna e allo stesso tempo la propria compagna, perché lei condivide la particolare visione del mondo con lo zio. Duplice, ma anche fallace, perché lo zio non ha fatto bene i calcoli.

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Il secondo aspetto del film, il filtro di cui parlavo all’inizio si vede oltre che nella struttura ipercromatica, soprattutto nel taglio narrativo. La narrazione di Stoker è non lineare, con innumerevoli dettagli che vanno costruiti. Il regista ci mostra tutto, ma non lo fa con chiarezza, perché siamo anche noi spettatori che non vogliamo accettare di aver visto certe cose, fino a che non ci vengono mostrate. Inoltre, i personaggi vengono tratteggiati non dalle chiacchiere, ma dai loro difetti. L’audio iperdettagliato che ascoltiamo all’inizio del film ci fa intuire che India è dotata di udito sovrumano, senza che ci sia bisogno di ribadirlo, se non verso la fine del film, quando lo zio chiede conferma alla nipote di questa caratteristica ereditaria della famiglia. E poi, più che dai dialoghi stringati, sono le interazioni gestuali che stabiliscono i rapporti in gioco, qualche carezza, la tensione sui volti, l’indifferenza, la nevrosi (tipica della Kidman, che sarebbe stata perfetta per Hitchcock), l’estasi…
Tutto riesce così naturale che anche le scene aberranti, le uccisioni, oppure l’udire la vibrazione di un cellulare sottoterra, in giardino, essendo vissute attraverso la logica alterata del protagonista mostro, perdono la carica sconvolgente e terrifica. Non esiste lo spavento meccanico, in Stoker, perché non ce n’è bisogno, l’orrore sedimenta tranquillo, perché facente parte del modus vivendi differente di personaggi disfunzionali, e diviene organico alla narrazione, pur sussistendo il rifiuto di esso.
Stoker è opera limite, matura, fonte di riflessione.

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