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Song of Kali – Il Film

by Germano on 21/03/2013
Book and Negative
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Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere.

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Queste sono le parole che appaiono sullo schermo, rosso sangue contro un fondo nero. Non v’è il riferimento alla citazione, che è tratta dall’incipit del romanzo omonimo di Dan Simmons, anno 1985. Romanzo cupo, nerissimo, sulfureo e drogato, bel lontano allora, dal politically correct.
D’altronde, si è sempre pensato che l’arte, in questo caso la letteratura (quasi trent’anni dopo portata al cinema), debba usare il mondo a piacimento, senza preoccuparsi della suscettibilità altrui.
Il luogo troppo malvagio è la città di Calcutta. Lo è nel libro come nel film di Darren Aronofsky (già regista de Il Cigno Nero), Song of Kali (Il Canto di Kali).
Infatti, il nero della schermata iniziale si dirada pian piano su una panoramica polverosa e pestilenziale della città, illuminata da un bagliore accecante, la luce nucleare che è anche presa di coscienza, quella di Robert Luczak, da giovane attivista che marciava a sostegno della coscienza sociale e dell’ambiente, e che ora sogna l’atomica sul carnaio che è Calcutta, percorso da note di sitar.
L’onda d’urto sgretola ogni cosa sul suo cammino, edifici, orde di gente in fuga, mendicanti storpi, templi e statue di divinità oscure. Le sagome bruciano e paiono danzare, crepitano come mantidi religiose in fiamme. Perché Luczak la odia, Calcutta.
Così, Aronofsky dichiara non tanto la fedeltà al testo di Simmons, rispetto al quale si ritaglia almeno due deviazioni originali, quanto che non ci si nasconderà dietro l’ipocrisia dominante. Questo è un film d’odio.
Song of Kali è un film cattivo e disperato, che tocca vertici tali da infastidire, quasi, per la loro insistita crudeltà.

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E ammetto che la scelta di portare al cinema Il Canto proprio in questo periodo possa far sorgere polemiche facili. L’India come futuro colosso economico e serbatoio umano, potenza nucleare sempre in bilico sul confine pakistano. Un mostro che pende dall’Asia su un pianeta che sta conoscendo la miseria. Porre Calcutta sotto una luce fosca sa di attacco strumentale.
Simmons fece scelte precise, decidendo di narrare la sua storia in quella città e con quei toni, calorosi e freddi al tempo stesso. Aronofsky, dal suo canto, non ha l’equilibrio della scrittura di Simmons, la sua visione di Calcutta è magmatica, rimbalza da scorci assolati di confusione a immagini di miseria universale, quella che si legge sulle ossa sporgenti dei bambini che corrono nei vicoli, fogne a cielo aperto, coperti di fango fino alle ginocchia. L’impressione che si ha, di fronte a questo spettacolo di umanità così alieno, filtrato e finto com’è nel linguaggio cinematografico, di messinscena verosimile, è stordente come dovrebbe essere l’odore dei fiori d’estate, dolce e marcio al tempo stesso, simile a quello della decomposizione.
Tema, la morte, affrontato nel poema che è al centro dell’intreccio (uno pseudo-biblium, ovviamente), scritto da un uomo scomparso, creduto morto, forse compromesso dalle medesime tradizioni occulte cui sembra alludere nelle terzine del suo componimento.
Protagonisti, Sean Bean (Luczak) e Rhona Mitra (Amrita), accoppiata che può sembrare strana. Il primo a richiamare le sue doti di “Walking Spoiler” o “spoiler vivente”, visto che muore in tutti i film che interpreta (morirà anche qui? Lo saprete solo vedendolo).
La seconda troppo impegnata a restare a galla, districandosi fra copioni pessimi e meno pessimi, i soli, dalla guerra fra Vampiri e Lycan, che le vengono proposti, se si eccettua la parentesi mercenaria di Strike Back.
In ogni caso, Sean Bean e Rhona Mitra se la sentono addosso, l’India umida e piovosa. La respirano.

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Luczak è un poeta, cosa rara, quasi utopica, un poeta che ha perso smalto, ed è finito per lavorare per la sua stessa casa editrice, ma ora come curatore di sillogi composte da altri, più fertili autori. Uno di essi, l’indiano Das, ha fatto perdere le tracce, proprie e del manoscritto a cui stava lavorando. L’editore è deciso a conoscere il destino di entrambi, soprattutto perché le ultime pagine giuntegli prima del silenzio sono scritte in uno stile estraneo all’autore e al tema del componimento, che da essere un canto bucolico s’è trasformato in un delirio di orrore, cadaveri e sangue.
Così, Luczak e la moglie Amrita si recano in India, in compagnia della figlioletta Victoria, di pochi mesi.
Ed ecco che entra in scena M. Night Shyamalan, la cui partecipazione come attore tante polemiche ha suscitato, dal momento che i suoi film deragliano sempre più, e finora s’è concesso solo camei, eccetto il ruolo dello scrittore destinato a essere ucciso per le sue idee, in Lady in the Water. Quasi profetico, se a lui fosse toccato il ruolo di Das, qui invece è Krishna, interprete e faccendiere, “giovane” studente che aiuta Luczak nella sua indagine su Das.
Mossa vincente di Aronofsky, e punto di divergenza rispetto al romanzo, è la scelta di far vivere ciò che Krishna nel libro si limita a raccontare, a entrambi. Quindi Luczak agisce in prima persona. E l’aria perennemente depressa di Bean, e la sua barba di tre giorni, fissa e immutabile, lo rendono perfetto, l’occidentale alle prese con una cultura che non capisce, che teme e che soprattutto non ha alcun desiderio di comprendere, si limita a starci, perché gli conviene a livello economico, perché il culto osceno di Kali scuote la sua coscienza come un’esperienza di pre-morte, ma il desiderio è scappare il più veloce possibile.
Quindi il soggiorno a Calcutta si tramuta ben presto, per Luczak, nella scoperta dei Kapalika, la setta occulta dedita al culto della dea Kali. Della setta e delle sue usanze, e del rapporto rituale che essi hanno con la Dea, considerata entità non solo esistente, ma vivente, fatta di carne e sangue, e con i cadaveri, considerati offerta naturale alla dea.
Si sussurra, infatti, che Das sia morto suicida nel Gange e che uno degli inziati abbia recuperato il suo corpo offrendolo in dono alla dea, che l’ha benedetto.

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Shyamalan in questo caso particolare mantiene le promesse. Poteva distruggere il film, ma non lo fa. Sembra davvero un venditore di collane e tappeti. Sapete, quelli che si incontrano sulle spiagge? Ecco, loro. Il suo Krishna sa di opportunismo, finta ignoranza e una buona dose di egoismo. S’esprime a frasi smozzicate che non fanno mai intendere se, quelle che rifila a Luczak, siano solo balle o sia la verità. Perfetto, con la sua camicia a maniche corte sudaticcia, gli occhiali spessi, e gli occhietti bovini che paiono inerti. Non lo vedremo mai più così.
Rhona, alle prese col suo primo ruolo veramente drammatico, non gode di troppe linee di dialogo, perché l’indagine, coerentemente con il libro, è affidata a Luczak e a Krishna; è quindi oggettivata da Aronofsky, proprio come Calcutta. I lineamenti decisi e spigolosi, la silhouette che si staglia contro le finestre d’albergo costituisce una sfida silenziosa alla città infernale, in momenti di forte impatto poetico, rafforzati dallo score perfetto.
Ultima nota, per l’attore che sta facendo del trasformismo la sua carriera. Joseph Gordon Levitt, gli alternano volto, età, lineamenti, e lui è contento. Non ricordo chi ha detto che l’attore, proprio come nell’antico teatro greco, non dovrebbe essere troppo affezionato alla sua faccia, perché indosserà sempre una maschera.
Levitt la indossa letteralmente, suoi i lineamenti sfigurati di Das, il poeta scomparso, con gli insetti che gli scivolano addosso. Sue le labbra del cadavere che bacia il piede di Kali, quando si risveglia, eppure si stenta a riconoscerlo.
Aronofsky gioca coi personaggi e con la percezione degli eventi. Gioca col pubblico, confondendogli la mente, e presagendo future chiavi di ricerca sulle tracce del significato di Song of Kali. E lo fa dipingendo col sangue, evitando penose voci narranti che citano passi di un poema mai scritto, e proprio in quanto tale falsissimo, usa il mezzo espressivo che ha scelto: il cinema, e lo tinge di rosso, comunicando anche attraverso le variazioni cromatiche del medesimo colore.
Opera matura che sublima sentimenti sporchi. Impossibile definirla altrimenti.

N.B.:

il presente articolo, che è ovviamente un falso, partecipa all’Impossible Movies Project, indetto dal collega Giovanni Grotto, gestore del blog Minuetto Express.

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Maggiori dettagli sull’iniziativa li trovate QUI.

La locandina de Il Canto di Kali è invece opera di Luca Morandi, che ringrazio per la disponibilità e per la velocità con cui l’ha realizzata.

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