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Solomon Kane

by Germano on 10/06/2010
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Più o meno intorno al minuto cinquantuno, Solomon Kane entra in una chiesa abbandonata. Siamo a metà strada, sia del film che della storia. E io mi stupisco perché non sono morto [di sonno]. Questo genere di film, di solito, mi affossa. E invece, superata una barbosa introduzione stracolma di effettacci fantasy, con naumachie computerizzate, fortezze a picco sulle scogliere, sotterranei pieni di insidie e trabocchetti, improbabilli mostriciattoli trans-dimensionali muniti d’artigli, stanzoni del tesoro con dobloni d’oro sparpagliati dove capita e mostro di fine livello, inizia un film grigio, ambientato in un Inghilterra puritana che è tale solo di nome, perennemente sotto la pioggia, ma che è assimilabile a un qualunque regno abitato da contadini sporchi e depressi e nel quale si sta spargendo il Male.
Un male del tutto prevedibile, chiariamo. Scontato, fin troppo, nella sua evidenza e linearità, da puro film manicheo™.
Ma non fatevi ingannare. Poi c’è l’altra metà del film, che vi porta a un’ora e tre quarti circa. Purtroppo.

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[ATTENZIONE! ALLARME ANTICIPAZIONI!]

No, non sono un appassionato ammiratore di Robert E. Howard. Pur essendo, costui, il solo autore fantasy, nella fattispecie sword & sorcery, che abbia mai avuto il piacere di leggere. Ho letto tutti i suoi racconti su Conan. Solomon Kane l’ho conosciuto tramite qualche rara apparizione a fumetti, inchiostrati in bianco e nero, credo su “La Spada Selvaggia” e, pur possedendo una raccolta di racconti a lui dedicata, a quest’ultima ho dato appena una scorsa. Non sono qui per fare paragoni, quindi, con il Solomon Kane letterario. Quello lasciamolo lì dov’è. L’oggetto film, d’altronde, fa acqua da tutte le parti.
E io, stupido, ancora qui a dannarmi pretendendo maggior rispetto da parte di chi queste cose concepisce e organizza.
Rispetto inesistente perché percepito come non necessario.
C’è una scena mattutina, ambientata in un monastero dove il nostro tormentato eroe Solomon (James Purefoy) sta tentando di espiare il suo violento passato, che è emblematica circa il modo di fare cinema odierno. La scenografia è indubbiamente bella, contornata da declivi innevati ricoperti di alberi spogli, costruzioni in pietra imbiancate e lievissima coltre di nebbia che fa da cornice e insieme abbraccia i due attori protagonisti della sequenza. Ebbene, il loro respiro non sublima in vapore. In breve, non c’è il freddo che pure, alla mattina presto, in Inghilterra, dovrebbe esserci e far sbattere i denti. Sembra una scemenza, un dettaglio insignificante, ma per me è illuminante circa il non sentire il cinema. Si sta girando un film, è vero, ma è come se si stesse compilando la dichiarazione dei redditi, lo si fa, ormai, scazzati e con le chiappe strette perché c’è sempre l’ombra del produttore o del marketing con poteri di veto simili a quelli dei Tribuni della Plebe dello Stereotipo. Alla fine la confezione è ottima, impreziosita da poster invitanti e trailer strafighi, ma il gusto, ovvero i contenuti, è zero, o quasi. Senz’anima e senza dado a insaporire il brodo.

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Come attore protagonista per il ruolo di Solomon Kane io avrei preferito, al posto di James Purefoy (un grandissimo Marco Antonio in “Rome”), Lance Henriksen (“Millennium”). Non quello attuale, magari, ma quello di una decina d’anni fa sarebbe stato perfetto. Diversamente, James è stato costretto, per fornire al suo Solomon un’espressione contrita e mesta e rughe profonde che lui non ha, a recitare con una perenne smorfia, la stessa che si fa allorché annusate una fetta di pane su cui è stato spalmato del gorgonzola. Immaginate, ora, questa faccia indossata per quasi due ore e per chissà quanti giorni di riprese. C’è mancato poco che gli venisse un’emiparesi…
Sia come sia, Solomon Kane del film, figlio cadetto, e perciò destinato a diventare prete, dell’immortale, o meglio del non-morto [cazzo, è sempre vecchio uguale, da una quarantina d’anni!] Max von Sydow, padre padrone e idiota [per evitare rime baciate], è l’eroe, un Cavaliere Jedi che ha ceduto alle lusinghe del lato oscuro e che è si è redento divenendo un uomo di pace.
Il buon Paolo Mereghetti, nella sua mini-recensione su “Conan il Barbaro” (1982) definì la corsa a cavallo di Conan nella brughiera come “il segreto della vera epica”. Solomon Kane non va a cavallo, pur essendo un nobile, ma passeggia perché cacciato inspiegabilmente dall’abate del monastero in cui viveva. La sua passeggiata nella brughiera inglese è ingannevole, perché dona al film una parvenza d’atmosfera epica che non ha, né tenta di avere.

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L’eroe cammina e viaggia, verrebbe da aggiungere per “fare esperienza”, per poter segnare quel sospirato ammontare di PX sulla scheda del personaggio. Incontra dei vili marrani che approfittano del suo “porgere l’altra guancia” perché, ricordiamolo, è “uomo di pace”. I soliti cattivi sghignazzanti tanto scellerati quanto ridicoli e del tutto inutili al racconto.
L’eroe viene pestato dai briganti e salvato da una famigliola puritana in partenza per il nuovo mondo. Cinque elementi, papà, mamma, due figli maschi e la femminuccia. Quattro su cinque hanno visto la “stella della morte”, quella accanto all’Orsa Maggiore e faranno, di lì a poco, la fine di Ray, l’Uccello d’Acqua di Nanto. Il quinto ha scritto in fronte “donzella in difficoltà” o damsel in distress.
Dopo un estemporaneo siparietto degno di uno spot dei jeans Levi’s di qualche anno fa, dove lei, Meredith (Rachel Hurd-Wood), la donzella di cui sopra, spia lui, Solomon, che da maschione qual è si sta lavando nel ruscello, il film entra nel vivo.
I nostri incontrano una strega riciclata da “L’Armata delle Tenebre” che dice loro che “non troveranno mai il Necronomicon” e si scopre che un cattivone, uno strano incrocio tra Raoul di “Hokuto no Ken”, Leatherface, Darth Vader e il Generale Kael di “Willow”, alla testa di un esercito di posseduti, gente con gli occhioni completamente neri che lui stesso provvede a contagiare, sta devastando quella che sempre meno sembra l’Inghilterra, ma che si avvicina al mondo medievale di Kentaro Miura. Meredith viene rapita, la sua famigliola sterminata e Solomon parte al salvataggio per finire crocifisso come Conan a “l’Albero del Dolore”, salvo poi liberarsi e affrontare il Balrog senza l’ausilio della Fiamma di Udûn, né del bastone magico di Gandalf il [Omino] Bianco. C’è anche una specie di controfigura di Marilyn Manson, quello che dovrebbe essere il vero cattivo, quello che tira le fila di tutta la storia, ma che si vede forse per cinque minuti, a essere generosi.

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E questo è quanto. La sagra, perché non è più nemmeno una fiera, del nulla. E non è neppure questione di scarsa aderenza all’operato di Robert Howard.  L’essere tratta da questo o quell’autore non è impedimento alla realizzazione di un’ottima storia. Questa, d’altronde, è puro nulla, che non si sa per quale forza diabolica ci viene propinato come fosse una novità.
Per intenderci, la fiaba di Cappuccetto Rosso, quella vera, originale e non edulcorata, quella medievale, era molto più spaventosa e raccapricciante di questa roba qui, dove il mostro finale, alto e cazzuto [in teoria] e cinto di fiamme, fa quasi tenerezza nel suo camminare incerto, come fosse un bambino che ha appena imparato ad andare sulle proprie gambe.
Alcuni di noi spettatori, invece, non sono più bambini da un pezzo. Alcuni hanno letto Conan e Solomon Kane e sanno, perciò, che non trattasi di storie per ragazzi, né per young adults del piffero. Alcuni di noi vorrebbero vedere storie per adulti fatte da adulti, e non mi sto riferendo al porno. Alcuni di noi vorrebbero, di tanto in tanto, vedere qualche buon film, magari senza andarlo a pescare venti, trent’anni indietro, magari realizzato oggi o nell’ultimo anno.
Un buon film. Merce sempre più preziosa. Di roba porno, d’altro canto, ce n’è a iosa. Basta un clic.

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Approfondimenti & link:

Scheda del Film su IMDb
La recensione di Strategie Evolutive

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