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Slither (2006)

by Germano on 03/08/2011
Book and Negative
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Ero qui a pensare… in fin dei conti che senso ha, il cinema, senza screamqueen, alieni voraci, agenti di polizia chiamati a mettere una pezza dappertutto, zombie e vermi striscianti che tentano di entrarti in bocca? Poco o nulla, specialmente d’estate, quando è questo, il cinema d’autore. Perché certi temi vanno bene, mia personale teoria, col caldo.
Si ha bisogno di personaggi bidimensionali, dalle facce buffe che vedono una creatura di un altro mondo, e tutto quello che sanno esprimere in termini di stupore è: “Uh?”.
A questo si aggiunge una scolaresca allupata che scodinzola dietro le sottane dell’insegnante bionda, una smodata fame di carne ed effetti speciali splatter quanto basta.
Insomma, se non fosse per il suo cognome, Gunn, che ricorda ben altro cinema, James e il suo Slither direi che c’hanno regalato una serata popcorn in un drive-in, un b-movie d’altri tempi. Perché già nel 2006 la sensibilità verso un certo modo di fare cinema, fatto di mostri bavosi e zero approfondimento, è scemata. È diventato stupido il modo di fare intrattenimento. Molto più scemo di quanto, all’apparenza, Slither possa apparire.
Fa ridere parlare di sensibilità nel concepire questo film. Ma, credetemi, occorre. Altrimenti l’horror estivo si riduce a bikini e piranha voraci. E non è granché, a dispetto di quanto attraente possa apparire.

***

Qui abbiamo Michael Rooker, quell’Henry che suscitava sgomento per la sua fredda indifferenza. Lasciava valigie con dentro corpi umani sul ciglio della strada e, magari, ci avrebbe pensato due volte prima di abbandonare un cane. Lui è Grant Grant, il doppio nome o doppio cognome, marito di Elizabeth Banks (Starla Grant), l’insegnante bionda di cui sopra, dietro la quale sbava tutta la classe. La mogliettina non ha voglia, e così lui è costretto a fare pattinaggio sul grasso in un locale unto (cit.), lasciandosi tentare dalle voglie di Margaret, la moglie sola, come ce ne sono migliaia, lasciata a casa da un marito assente. Ma mentre i due percorrono la strada del ritorno, una scorciatoia fatta di terre selvagge e palustri, tipica di ogni villaggio di provincia americano dei b-movie, incontrano l’altro, la creatura dallo spazio profondo che ha, sostanzialmente, solo quattro compiti da portare a termine: a) disgustare tramite appendici viscide e guizzanti, b) possedere il corpo ospite, c) nutrirsi e d) riprodursi.
Su questo schema, alieno infestante che devasta piccola comunità paesana cinta dietro steccati bianchi, si innesta Slither. E funziona.
Funzionerebbe già soltanto per gli attori che vi figurano, oltre ai citati, Nathan Fillion e qualche altro azzeccatissimo co-protagonista , come Gregg Henry; per la satira leggera insita in esso, se siete maniaci dei sottotesti, alla quale potreste aggiungere tutta la simbologia sessuale derivante dalle estroflessioni di carne tentacolari dell’alieno che si uniscono in matrimonio, un matrimonio della carne in perfetto stile cronenberghiano pur non serbando minimamente l’assoluta drammaticità di quest’ultimo; diciamo quindi più un omaggio estetico, riferimento alla poltiglia sanguinolenta portatrice d’orrore.

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Ma Slither è anche e soprattutto colore, citazionismo a più non posso, in un saccheggio sistematico quanto gradevole di certa cinematografia horror e in più riesce, grazie a qualche trucco registico, a risollevare le sorti di una trama altrimenti noiosa, mostrando momenti ad altissimo tasso splatteroso. Ma il bello è che, a vedere ad esempio la cascata di vermi investire i protagonisti, si ha l’idea che possa essere stata presa di peso da ben altro film, horror d’autore, e che agli ettolitri di sangue che fuoriuscivano dall’ascensore, siano stati sostituiti vermetti in CGI.
E quindi Shining, La Cosa, La Notte dei Morti Viventi, Nightmare, l’Invasione degli Ultracopri, persino L’Esorcista e From Beyond. E quant’altro. Tutti gentili omaggi, tutti a partecipare questo baraccone del finto orrore. Ci fosse stato Bruce Campbell in qualche ruolo, magari al posto di Fillion, credo sarebbe stato un film perfetto. Ma anche no, dato che il ruolo di Fillion non brilla, nonostante la simpatia dell’attore.

***

Altra caratteristica, a parte le abominevoli orge di carne visibili dalla metà in poi, è il continuo ricorso a espressioni di disgusto da parte degli attori per sottolineare la presenza di cattivo odore in concomitanza coi mostri. L’olfatto, per forza di cose, è senso costantemente trascurato al cinema. Le mosche, una cantina chiusa, l’aria che di colpo si fa irrespirabile, ecco, qui sono caratteristiche che, se non si avvertono, in ogni caso vengono evocate, recando certa immedesimazione. Siamo sempre nel territorio del b-movie, che non va al di là di ciò che si vede, del divertimento immediato, ma fa bene alla narrazione.
Film perfetto per una vecchia nottata horror. Stupida, calda e afosa. Viscida come i mostri che vengono dallo spazio esterno. Quei tentacoli di lovecraftiana memoria che ormai, lungi dall’evocare terrore cosmico, fanno solo schifo. Eppure, darei chissà cosa per prender parte a un film così.

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