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True Detective – il sogno del mostro

by Germano on 25/03/2015
Book and Negative
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Proprio quando pensavo che non potesse essere più strano… Lui assapora i colori.

true detective_posterCon l’episodio numero 3, True Detective s’addentra sempre più nel territorio della mente.
Negandola, ma allo stesso tempo essendo indissolubilmente legata a essa.
Si tratta sempre di visione: il nichilismo non è concetto radicale opposto all’essere. È conseguenza ultima, innegabile dell’esistenza.
La ricostruzione della storia, di come Rust e Marty siano giunti alla fine del sogno, a incontrare il mostro che attende, sembra sbilanciata dalla parte del primo, ma è solo, per l’appunto, apparenza.
In realtà, il progresso, la fascinazione del ricordo, appartiene a entrambi.
C’è un dettaglio, all’inizio dell’episodio:

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Lì, sul muro, probabile disegno delle figlie di Marty, appare il Segno Giallo. È posizionato sulla traiettoria ottica di Rust, ma è a casa di Marty.
E visto che non credo che certi dettagli di scenografia e inquadrature siano casuali, ritengo che si debba considerare, ai fini della tecnica narrativa, questo segno come indizio: la percezione di Rust è alterata, lo sappiamo. Probabilmente è alterata anche quella di Marty, ma inconsciamente.

Le cause dell’alterazione possono essere materiali o meno, non importa.
Però è indubbio che solo certa alterazione possa, come sosteneva Nietzsche, portare a uno sguardo totale sul mondo e sull’esistenza.

Sguardo terribile che ci conduce all’unica conclusione possibile: tutto è illusorio.
Dio.
La società.
I valori.
La morale.

Le persone.

E sì, sembra bizzarro e fuori posto, parlare di esistenzialismo in una serie televisiva, e farlo per bocca di un detective alle prese con un serial killer, la cui scala di convinzioni è costantemente in conflitto, e non tanto per gli orrori cui assiste, e che ripercorre, esaminando decine di casi di omicidi brutali, vittime donne, probabilmente da attribuire al serial killer cui danno la caccia.
L’incidente che rende Rust impossibilitato a rilassarsi di fronte alla finzione comune, o comunemente accettata, è probabilmente un difetto di percezione, causato o ereditario, la sinestesia, che lo costringe a assaporare le emozioni che prova.
Avvertendole così due volte.

Se vogliamo proprio cercare un colpevole materiale che possa incarnare il Segno Giallo, eccolo, ci è servito su un piatto.
Oppure possiamo tornare a filosofeggiare di orrori quotidiani che, complici, mettono in discussione la nostra scala di valori.

Ma, come detto, Rust non è artefice di un monologo: per quanto lui possa negare l’intera struttura sociale svelandone la menzogna, facendolo là dove anime semplici, incapaci di assumersi la responsabilità della propria esistenza, preferiscono affidarsi a un Nume superiore che lo faccia al posto loro, ecco che Marty appare coinvolto fino alla punta dei capelli, in quello stesso magma.

Perché, come detto all’inizio, anche lui ha visto il Segno Giallo, ne è stato stravolto, anche se lui non lo sa.

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La dicotomia è servita: Rust nega ogni cosa, lo legge negli occhi dei cadaveri, l’assoluta mancanza di significato di ogni azione.
Marty invece si fa trascinare dal tessuto medesimo della vita: assapora la crisi familiare, l’accarezza pur avendone terrore, forse non ha le spalle abbastanza larghe. Tormenta allo stesso tempo l’amante, le impedisce di vivere una storia personale, che escluda lui dalla sua esistenza.

Si tratta, in effetti, sempre di azioni insensate, a uno sguardo freddo e razionale. Eppure c’è chi, quelle stesse azioni, semplici, testarde, rovinose, è incapace di evitare di compierle. Contribuendo all’illusione.

Siamo di fronte a chi è costretto a vedere e sentire troppo, e ne è terrorizzato: Rust.
E a chi invece è cieco: Marty.
Diade perfetta.

È un sogno. Proprio così.
L’estrema conseguenza di questo modo di pensare non può che portare al sogno: la realtà è una nostra creazione, frutto dei nostri organi di senso, che la codificano, che la interpretano, senza scampo.

Il mostro, alla fine del sogno, non è creatura dell’immaginario, invece. Ci piacerebbe tanto che fosse così, sarebbe in questo caso lontana da noi, diversa, altra.
Siamo di fronte all’ennesima presa di coscienza, che fa di questa una serie superiore: il mostro non è tale perché diverso, perché alieno, perché traumatizzato da piccolo e perché ha bisogno di essere compreso.

Il mostro è tale perché identico a noi.
Anche lui sogna.
Anche lui codifica la realtà attraverso la sua percezione.
È la sua libertà.

Nel momento in cui i rispettivi sogni giungono a sfiorarsi, lo scontro è sempre esiziale.

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