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True Blood (2008) – stagione 1

by Germano on 17/05/2010
Book and Negative
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Bella Swan nel mondo di True Blood sarebbe una delle tante fangbangers, una semplice scopavampiri. E questo è quanto. Perché, dal momento che i vampiri si sono rivelati all’umanità, il passo successivo non è, come si pensa, tubare come piccioncini e anelare di sposarsi con il pirla luccicante di turno, no. Ci sono i vampiri [e le vampire], essi esistono, sono reali, quindi il passo successivo è portarseli a letto, sempre che riusciate a convincerli a non ammazzarvi a morsi, per notti di sesso selvaggio, il migliore che abbiate mai fatto. Dubito, come alcuni sostengono, che “True Blood” sia un prodotto per bimbeminkia, tutte sentimento e non-morsi sul collo e sospiri e amore con tanto di puttini alati che svolazzano tutt’intorno intonando canti soavi.
Qui, al massimo, i suddetti puttini cantano canzoni popolari della Louisiana, in graffiante dialetto cajun, tra zanzare, paludi e sudore. I vampiri sono fighi, è vero, alti, biondi e con l’accento europeo, ma anche degli insopportabili panzoni in tenuta militare o degli omosessuali di mezza età separati dalla moglie con maniglie dell’amore da vita sedentaria. E poi c’è Bill, Bill il Vampiro, che non è precisamente un nome tenebroso, ma che piuttosto fa sganasciare dalle risate e la sua fidanzata Sookie, dai denti così radi che ci potrebbe passare in mezzo bello comodo un P-1500. Una coppia che è la parodia di tutto ciò che i vampiri sono diventati. Si amano di un amore terreno e del tutto possibile, ma… non fanno testo. Sembra che vogliano e debbano risultare finti e privi di reale spessore romantico.

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Bei Tempi

In “True Blood”, oltre a bere sangue sintetico giapponese, che è approdato anche nella nostra realtà come una bevanda all’arancia rossa e altre misture non meglio identificate, c’è tantissimo sesso. Come è giusto che sia. C’è sangue, violenza, e c’è questa strana convivenza tra umani e vampiri che, diciamocelo, te lo fa chiedere…
Sì, come tutti quelli che l’hanno visto, me lo sono domandato pure io: a incredulità bella e sospesa, sarebbe possibile la convivenza tra umani e vampiri? Andrebbero veramente così le cose?
Si creerebbero partiti politici di sostegno ai diritti dei vampiri, pur sempre una minoranza, verrebbero promulgate apposite leggi, emendamenti, ma quel che più conta, ci sarebbe effettiva integrazione?

Stiamo parlando di vivere in un mondo dove l’immortalità è a portata di mano, dietro l’angolo o nel bar dei vampiri appena fuori città, il Fangtasia. Si continuerebbe a vivere tranquilli sapendo che quelli, i vampiri, saranno sempre lì in giro ad atteggiarsi a semidei e a ciucciarci quando gli prende la voglia? La società di “True Blood”, vista attraverso il microcosmo di Bon Temps (dal francese “bei tempi”), è fin troppo idilliaca, tutto considerato. I rari vampiri che passano da quelle parti sono tutt’al più guardati con un misto di ammirazione, paura, scetticismo e credulità popolare. Per il resto si parla con loro, si discute, li si ama e, visto che sono vulnerabili all’argento, li si preda per fregarsi il loro sangue. Perché i vampiri sono anche droga,  il “V”, che è meglio delle pasticche sintetiche e di qualunque smart drug; e la droga vuol dire sballo, rischioso e fatale, e soldi sporchi. Come dire, è un mondo meno noioso, ma è sempre lo stesso mondo superficiale e razzista, ma neanche tanto, dove si guarda al diverso, in questo caso i vampiri, con sentimenti altalentanti e si blatera in tribune politiche televisive che parodiano sé stesse e nulla più. E in questo reciproco equilibrio di predatori predati, nella prima stagione, tratta in gran parte dal primo romanzo della serie di Charlaine Harris, si assiste all’esordio e all’assestamento di questa società umano-vampirica facile facile che oramai convive col concetto di sangue, esteso alla vita eterna e, allo stesso tempo, fonte di presunta dannazione alla quale non crede più nessuno. Che i vampiri siano maledetti da Dio è ormai una barzelletta che non diverte più nemmeno i predicatori settari con al seguito mogli bionde petulanti. Prodotta dalla HBO, per molti, me compreso, sinonimo di qualità estrema. Curatissima nella scenografia e nei costumi, nonché, e questo è il punto di forza, nella coerenza e verosimiglianza dell’intreccio. “True Blood” si insinua carponi, come si conviene a una vera bitch-series, andando a succhiare quello che realmente mancava al panorama vampirico odierno asessuato e idiota.
Fotografia notevole, in quello che è visibilmente uno sforzo produttivo ingente, per assicurare un livello medio di resa decisamente accostabile al grande più che al piccolo schermo.
Soltanto 12 episodi, della durata di un’ora circa ciascuno, ma che non lasciano delusi.
Attori dalle svariate nazionalità, inglesi, australiani, svedesi, neo-zelandesi tutti buttati a parlare e interpretare i redneck di uno sperduto paesino di provincia del sud, tra paludi e mosquitos, dove la vita è lavoro, una birra e una bistecca la sera al Merlotte’s, bar-crocevia del mondo, e una casa prefabbricata che garantisce un minimo comfort, tranne che dalla calura umida e opprimente, di quelle che ti si attacca addosso e ti fa puzzare.

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Damsels in Distress & Co.

So già che alcuni di voi stanno obiettando. Che alcuni di voi, per crisi di rigetto da eccesso di succhiasangue, questa serie l’hanno cestinata a priori, preferendole vampiri selvaggi, bestiali e predatori, lontani dai sentimenti e da qualsiasi coinvolgimento emotivo che risulti essere “umano, troppo umano”. Eppure, credetemi se vi dico che in “True Blood” il romance c’è, ma non si vede.
Soprattutto non pesa. Affatto. E il vero miracolo è che trattasi non di telefilm girato esclusivamente in notturna per garantire ampio spessore agli immortali, ma, al contrario, dove ampio spazio è dato ai comprimari umani, le cui vicende, spesso e volentieri morbose e ansiogene, prendono il sopravvento sulla coppia di fidanzatini composta dalla cameriera Sookie (Anna Paquin) e dal vampiro William “Bill” Compton (Stephen Moyer).
Costoro sono la negazione del romanticismo, oppure un’involontaria presa per il culo del romance gotico com’è inteso oggi. Lei, non troppo sveglia, una telepate a cui durante l’infanzia è stato diagnosticato un ADHD, un disturbo dell’attenzione, lui, che dice di essere stato trasformato in vampiro all’età di trent’anni, ma sembra mio nonno, per giunta invecchiato e che si ostina a voler interpretare il vampiro così come la gente si aspetta che sia, ovvero tormentato e tenebroso, ma abbastanza scemo da farsi rimorchiare nel Merlotte da due delinquenti che per poco non lo fanno fuori per drenargli il sangue.
E ancora lei, damsel in distress, donzella in pericolo, che non viene, come sempre accade, salvata in extremis dall’eroe prima che le sia torto un capello, bensì pestata a sangue e ridotta in fin di vita prima di essere cavata d’impaccio.
Queste sono cose che lasciano il segno. Oltre agli inenarrabili incisivi della Paquin. Meglio dei canini a scatto di Bill e degli altri.
E poi abbiamo Jason (Ryan Kwanten), fratello di Sookie, che si accoppia con tutte quelle che respirano, invidiando le prestazioni senza intoppi dei vampiri, che viene ricoverato perché si è bevuto un’intera fiala di “V” e per poco non perde l’arnese per un attacco acuto di priapismo, ma che dà anche vita a una delle storie d’amore, sì, quello vero, più belle e malate che si siano mai viste con Amy (Lizzy Caplan), corruttrice e psicopatica, nonché tossica, disposta a cogliere il “V” direttamente alla fonte, dal braccio di un vampiro rapito e tenuto segregato in cantina come una sorta di distributore automatico, ma anche a sperimentare lo stesso “V” insieme a Jason, quale percorso spirituale, corredato da allucinazioni bucoliche, in un trip lisergico di sesso e comunione con la Madre Terra.
Gli omicidi seriali che costituiscono il filo conduttore dei dodici episodi, e che ingiustamente si consumano uccidendo bellissime attrici che avrei preferito continuare a vedere e rivedere, ma che contribuiscono a creare la regola della “terza cameriera”, la più figa di tutte, e anche quella che viene sempre ammazzata; gli omicidi, dicevo, scompaiono perdendosi dietro le vicende private a loro modo fascinose e disagiate di Sam Merlotte (Sam Trammell), Lafayette (Nelsan Ellis), di sua cugina Tara (l’ottima Rutina Wesley) e, verso la fine, raggiungendo vette insperate con l’innesto di due nuovi personaggi che traghetteranno la storia verso la seconda stagione, Maryann (Michelle Forbes) e la giovanissima e ribelle infante di Bill, Jessica (Deborah Ann Woll), la cui introduzione, oltre a fornire nuova linfa alla storia, è strumentale nell’aprire finalmente il sipario sulla società dei vampiri, appena un abbozzo, per farci capire gradi e gerarchie e il loro atavico sistema di giustizia, ma sufficiente a richiamare, volontariamente o meno, quel grandioso affresco di sangue e politica che è Vampire: The Masquerade.

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Bang my Fang

“True Blood” non è esente da grosse pecche. Prima fra tutte la predestinazione dei due protagonisti che puzza davvero troppo di “Twilight” e che rischia di privare più di uno spettatore di un’appagante visione; poi l’allergia all’argento che ha rotto le palle e Sookie sempre al centro degli interessi di tutti i vampiri, perché è una telepate e perché, dicono, sia sexy, anche se a me non sembra. E quindi tutti se la vogliono fare, anche per il fatto che il sangue di una telepate dà una sensazione unica, come la vecchia Coca-Cola. E situazioni di violenza estrema, spesso al limite, che scivolano addosso ai personaggi, come il sangue che li inzuppa, senza lasciare cicatrici dentro di sé che non possano essere cancellate con una lavata del pavimento.
Ma si parla sporco, tanto. E si pensa e si agisce sporco. E non si sospira come caste e sottomesse adolescenti coi [finti] bollori. E tanto basta. So, shut the fuck up and see it!

Link utili per conoscere la controparte cartacea di “True Blood”:
Finché non cala il Buio di AgonyAunt
Finché non cala il Buio di Matteo Poropat

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A presto con la seconda stagione!

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