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The Walking Dead – stagione 3 (ep. 10)

by Germano on 19/02/2013
Book and Negative
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Bene, continuiamo il nostro appuntamento settimanale con la disamina di The Walking Dead, la serie zombie per gli zombie. Diventato, questo appuntamento, ormai irrinunciabile per diversi lettori. Cosa che mi riempie di soddisfazione.
Prima, però, una premessa, il testo che seguirà, di colore differente, non l’ho scritto io, ma la mia amica-socia-collega Lucy, de IlGiornodegliZombi, che mi ha fatto l’onore di accettare con un ridicolo preavviso di… non so, un’ora.
Gliel’ho chiesto per svariate ragioni:

divertimento
stima reciproca
per provare (io) l’emozione di un guest post sul mio blog
perché ogni tanto fa bene ascoltare anche una voce diversa, sullo stesso argomento, nella fattispecie, questo telefilm

L’esperimento si ripeterà? Magari con qualche altro blogger ospite? Chissà. Per il momento vediamo se l’idea vi piace.
Ora, prima di dare la parola a Lucy, faccio l’unica considerazione personale riguardo alla puntata n. 10, che mi è piaciuta, tutto sommato: alla fine, nel mezzo dei titoli di coda, è andata in onda l’anteprima della puntata successiva, l’undicesima. Ho udito la voce del Vet pronunciare le seguenti parole: “Rick, do something!” (Rick, fa qualcosa!)
Se se n’è accorto persino lui, che Rick non fa nulla, vuol dire che la situazione è davvero grave. XD

***

[contiene anticipazioni]

E rieccoci, dopo quasi un anno, a riparlare di The Walking Dead. Ringrazio innanzitutto Hell per avermi permesso di venire a far casino qui sul suo blog e di sostituirmi a lui nel racconto di questo episodio, il decimo della terza stagione.

Facciamo un rapido bilancio di quello che abbiamo visto fino a questo momento: rispetto alla disastrosa seconda serie, si registrano dei grandi passi in avanti. Finalmente, in un prodotto televisivo che dovrebbe parlare di zombie, si cominciano a vedere gli zombie. E no, non vale dire che The Walking Dead non è una serie sui morti che camminano, ma una serie sull’umanità in un contesto apocalittico. Perché a quel punto si poteva utilizzare un qualsiasi espediente per mettere fine al mondo così come noi lo intendiamo. Se si scelgono i morti viventi, pretendo che abbiano un ruolo di un certo peso all’interno del prodotto. Qualcuno deve essersene accorto ed ecco che, dopo tante puntate in cui i walkers erano poco meno che decorativi, gli sceneggiatori li hanno riportati al centro della scena.
Le buone notizie non si fermano qui. Un paio di episodi sono stati di forte impatto emotivo e, strano a dirsi, anche ben scritti, per una serie che ha l’andamento di una soap opera, con tutte le caratteristiche proprie di quel tipo di prodotto. La violenza è aumentata in maniera esponenziale, così tanto che è lecito supporre che gli autori abbiano risposto in questo modo alle critiche di voler edulcorare le situazioni più scabrose nella seconda stagione, così tanto che in alcuni momenti, risulta anche gratuita e un po’ fuori contesto (Glenn che sfascia a calci la testa di un zombie in piena crisi isterica premestruale).
Ma, a parte questi dettagli, siamo sempre di fronte al solito, vecchio TWD: personaggi random, che compiono azioni random in un’apocalisse che procede, anche lei, random. Ormai ci siamo quasi affezionati a queste sceneggiature che sembrano l’equivalente filmico dei cibi precotti e istantanei. Cominciamo persino a volergli bene.

***

La puntata numero nove ve l’ha raccontata Hell nel suo articolo precedente. Da mettersi le mani nei capelli. Una cosa imbarazzante che ci riportava ai fasti della comicità involontaria della seconda stagione. Con la dieci andiamo un pochino meglio, soprattutto grazie a Merle e a Daryl, che si è deciso di riunire, con una scelta quantomai azzeccata, dato che i due insieme funzionano alla grande, sono gli elementi migliori di tutto il cast e il loro rapporto è reso in maniera credibile e molto sentita.
Rick vede la gente morta e va a caccia di fantasmi vestiti di bianco. Dialogo col Vet ai limiti dell’umorismo involontario, con Rick che farfuglia di telefonate dall’oltretomba e di trovare un senso alle sue visioni di Lori che passeggia per i campi. Incuriosisce cercare di comprendere dove gli autori vogliano andare a parare con questa linea narrativa, o se verrà troncata senza ragioni precise, come è già accaduto tante volte nel corso della serie. Sempre perché si va avanti a tentoni e senza un disegno vero e proprio, cercando di dipanare la matassa di una trama che continua a perdere coerenza.
E a proposito di storyline sfrondate un po’ a casaccio, come rami secchi, ma il gruppetto di Tyreese è già sparito dalla circolazione? No, perché il Rick furente deve avergli messo tantissima paura addosso. O forse hanno preferito i walkers alla banda di rincoglioniti che sta occupando la prigione.
Rispunteranno forse fuori alla prossima puntata, consolidando lo schema del: faccio allontanare un personaggio, lo faccio vagare senza meta per mezzo episodio e poi, sul più bello, lo faccio convergere lì ove risiedono i nostri, ché l’America è un paesucolo minuscolo e tutte le strade portano al carcere abbandonato.

***

Classico episodio di passaggio, questo. L’abbandono del gruppo da parte di Daryl era, come facilmente preventivabile, una finta; Andrea continua a comportarsi come la peggior caricatura del peggior personaggio femminile mai apparso sugli schermi dell’universo conosciuto, senza motivazioni, senza uno straccio di spessore per le sue azioni e reazioni, pendendo dalle labbra del Governatore, perché si sa che una donna desidera solo il maschio forte e dominante accanto. E quando lui le dice che non ha intenzione di effettuare ritorsioni contro Rick e soci, Andrea gli crede, neanche fosse una quindicenne innamorata del teppistello della classe. Salvo poi fare il terzo grado a quel poveraccio di Milton, quando però è troppo tardi per compiere un gesto che sia uno che dia un senso al personaggio. Quello fatto dagli sceneggiatori su Andrea è uno scempio che non riuscirò mai a perdonargli.
E tuttavia, questo insieme di cose è ormai strutturale in The Walking Dead, fa parte del naturale corso della serie. Sono svarioni abituali. Non c’è neanche più da stupirsi.
Quello che risulta invece di difficile comprensione è la dinamica che si è instaurata tra Glenn e Maggie. Perché Maggie ce l’ha tanto con Glenn?
L’esperienza vissuta a Woodbury è stata traumatica per entrambi, lo sappiamo. Maggie ha rischiato di essere violentata e Glenn è stato picchiato quasi a morte. Ma il deteriorarsi del loro rapporto non ha una motivazione solida che sia una. L’orgoglio virile ferito di Glenn, entrato in modalità “non ti ho protetta, la colpa è mia”, va a scontrarsi contro un livore ingiustificato da parte di Maggie. Ancora una volta, questo è indice di scarsa cura nella costruzione dei personaggi. Piuttosto che fornirgli uno spessore e un carattere e fare in modo che siano quelli a far andare avanti la storia, si preferisce operare in senso contrario, ovvero modificando e indirizzando il modo di fare dei personaggi a seconda delle svolte precostituite. O a seconda della necessità di allungare il minutaggio che porti al colpo di scena finale.
Colpo di scena, in questo caso, estremamente prevedibile, anche se non privo di una certa efficacia: il Governatore e i suoi fedelissimi piombano alla prigione sparando all’impazzata, mentre Rick coglie margherite insieme al fantasma della moglie e Michonne lo guarda basita.
Sparatoria che ha uno sviluppo piuttosto ridicolo, a dire la verità, e in cui si fa fuori l’ultimo rimasto dei galeotti, che fungeva da zavorra e per di più aveva tutte le intenzioni di provarci con Carol, pure lusingata e dimentica del grande amore con Daryl in un nanosecondo, sempre per l’assioma del maschio sopra descritto.
Insomma, un bel pasticcio, al solito. Migliore dell’episodio precedente, questo è sicuro. Ma gli entusiasmi che questa serie suscita in ogni angolo del globo sono ancora un mistero che non riuscirò mai a risolvere.

Episodi precedenti QUI

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