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The Walking Dead – stagione 2 (ep. 6)

by Germano on 22/11/2011
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So che tutti bramate sentirmelo dire, perciò, ecco: m’è piaciuto. Dopo dodici puntate, sei della prima stagione, più sei della seconda, ecco arrivato l’episodio che m’ha preso.
Il paradosso è che, come sempre, del resto, non accade quasi nulla. Direi forse che in questa puntata accade persino meno del solito, rispetto ai ritmi cui ci hanno abituati gli sceMeggiatori di TWD.
Episodio riflessivo, intimista e, quel che più conta: realistico. Finalmente. E anche un po’ soap opera.
Occhio, le cazzate non mancano, così come gli spoilers…
Prima di tutto, Romero, il tanto bistrattato George, ancora una volta, ci ha visto giusto. Non per niente è il precursore. A questo ruolo e titolo si ascrive la capacità di aver anticipato, per aver visto più lontano di tutti. E allora, guardiamo ai gradi di parentela verso gli zombie e citiamo Peter: amico, se fosse la tua ragazza a essere malata, saresti disposto a stroncarle la testa?
Senza andare a scomodare il pessimo Survival of the Dead dove, in ogni caso, il trasporto verso questa creatura putrescente, lo zombie, conosce pulsioni inusitate.
Ecco, Romero è arrivato prima. Poi tutti gli altri coi bla bla bla del tipo: gli zombie sono persone e sono ammalate, non sono morti cannibali. E allora… e allora ce li conserviamo nel granaio. E colui che lo fa, l’artefice di questa immane cazzata, ha la spocchia e la sicurezza tipica del moralista sovrano che non dubita mai di essere nel torto.

***

Ora, tralasciamo per un attimo i deliri del Veterinario e della sua strana comune pro-zombie: una grande, affettuosa famiglia che non vorrebbe mai ucciderne nemmeno uno e concentriamoci su Glenn, sul vecchio col cappello, su Sceriffo e Signora e su Sceim e Andrea (bella, bella, bella). Ovvero, il resto del telefilm.
La bambina perduta? E chi se ne frega? Passano i giorni, le settimane. Non si sa dove sia e non ci importa, dal momento che l’abbiamo vista in scena per quanto, in totale, due/tre minuti in questa e nella stagione precedente? Be’, se volevano creare pathos intorno alla sua scomparsa, non è così che si fa.
La fidanzata del cinese s’è accorta che gli altri, quelli del suo gruppo lo trattano da cinese. Evviva. E gli dà anche una svegliata. I due si recano in paese e SBAM, arriva lo zombie. Badate bene, arriva quando è atteso, quando è il momento migliore. Sono contento e uno.
Il vecchio col cappello racconta aneddoti di gioventù e, incredibile, lo adoro quando parla della moglie incinta e quando va a confrontarsi col veterinario che conserva gli zombie. Avesse avuto vent’anni, gli avrebbe spaccato la faccia. Lo adoro anche quando si confronta con Shane. Sono contento e due.
Questo, sempre più brutto e sempre più simile al Salvatore de Il Nome della Rosa, reca su di sé, sul suo fisico, il peso della sua coscienza sporca. Questa sarebbe una spiegazione fighissima, se il telefilm fosse di spessore. Ma ricordiamo che è di TWD che stiamo parlando.

***

In ogni caso, anche questa puntata si regge su Shane. Con Andrea va a fare la sortita in città, piena di zombie, per poi accostare e parcheggiare come voleva fare Biff con Lorraine. Anche qui, tutta la sequenza affidata ai due è perfetta. Senza romanticherie, senza stronzate, badando solo ai fatti, a rispettare personaggi e soprattutto spettatori. Il risultato sono dieci minuti di alto livello, nichilisti e che scatenano pulsioni. E Shane che minaccia il vecchiaccio è impagabile. Anche questa considerazione, che fa di lui un tipo pericoloso, è perfetta. Sono contento e tre.
E infine, i due sposini. Lei in attesa e indecisa, lui che, in tutta sincerità, non sa che fare e si vede. Ebbene, trita e inutile riproposizione della solfa sull’apocalisse brutta e inadatta ai bambini.
Però, anche qui, parlano poco e agiscono di più. Ed ecco che l’incanto non si rompe e finalmente dà vita a un episodio congruo, sebbene, come detto all’inizio, non più vivo di un morto vivente.
Non accade nulla. Nessuna svolta, solo un allungamento di brodo di linee narrative già stiracchiate. Ma accade con classe.
Era ora.

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