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The Walking Dead – dal primo al terzo

by Germano on 07/12/2010
Book and Negative
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M’avete provocato? E adesso vi beccate la prima parte. Un commento al volo sui primi tre episodi di The Walking Dead, la serie più fiqua che c’è (cit.).
Vìolo il mio ordine costituito e parlo di un telefilm a metà stagione, prima che sia concluso. È la seconda volta che succede. Le cause le lascio agli speleologi del significato recondito.
Si parla ancora una volta di zombie. Argomento gradito a me e a questo blog. Se ne parla così tanto proprio quando io ne avevo decretato la fine marcia e purulenta.
Il solito paradosso. O l’ultimo sussulto prima di scomparire?
È bene ribadire un dato essenziale, visto che sembra essere ragione di esclusione o di attribuita incompetenza in tantissimi altri forum e blog:
non ho letto il fumetto.
Non ho idea, quindi, di quale sia il grado di fedeltà del telefilm all’opera cartacea. E non mi importa.
Io giudico il telefilm perché quello ho visto. Ma voi, se volete fare dei distinguo tra fumetto e serie, fate pure. Liberissimi. Anzi, apprezzerò ogni contributo atto a far luce su alcune discrepanze di cui ho letto.

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Prima visione

Primo dato fondamentale: l’ho visto contemporaneamente ad altri brutti ceffi che bazzicano il blog. Il più critico di tutti, inatteso anche per me, è stato il nostro Stregatto, che non perdona le scene equine per le strade di Atlanta. In effetti non si capisce perché c’è il deserto, prima, e poi centinaia di zombie, dopo, tutti ammassati dietro l’angolo, che non emettono un fiato. Così il coglione galoppa, galoppa e se li trova tutti lì pronti a fare spezzatino del suo cavallo…
La sensazione generale è che sia un prodotto che è stato gonfiato dall’hype e da alcuni critici fin troppo entusiasti e di parte. Niente di male ad essere un fan.
Quindi concordo con Bubo, redivivo stamane anche nel forum, quando afferma che TWD è un tantino sopravvalutato.
Per non disseminare panico e ulteriori dubbi, dico subito che mi è piaciuto. Ma non mi ha sconvolto più di tanto.
Non è rivoluzionario. Non è neanche tanto introspettivo come si dice. È introspettivo quanto basta, e forse anche nella direzione sbagliata. E, ahimé, offre pochi tipi umani ben delineati, di quelli che finiscono per salvarsi sempre. Ma andiamo con ordine e, soprattutto, non fatevi prendere dall’entusiasmo. Non è che vi sto ammazzando il cane. Si parla in tranquillità.

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L’ospedale

Lost e BSG sono stati due tra i telefilm che più mi hanno colpito negli ultimi anni. Entrambi sono deragliati disperatamente, man mano che si avvicinavano alla conclusione. Però, entrambi, sono riusciti a conquistarmi in misura maggiore rispetto a TWD, fin dal pilota. Questo è un dato di fatto.
Poi, cosa già accennata nell’articolo linkato di sopra, non posso proprio accettare l’ennesimo clone della scena del risveglio in ospedale.
La prima volta si sveglia Alice, ed è una cosa fiqua. La seconda volta si sveglia in ospedale Jim, è fiqua pure questa, anzi di più perché le strade deserte di Londra ti entrano dentro, ma è già da cartellino giallo. Alla terza sei fuori. Ed è inutile protestare.
Statisticamente, che durante un’apocalisse zombie si sveglino soli, in un letto, tre pazienti, e che tutti e tre divengano protagonisti, comincia a diventare una coincidenza seccante.
Per non parlare del fatto che i tre, in stato comatoso e attaccati a flebo e altre apparecchiature, denutriti e disidratati da giorni, chissà quanti, sono sopravvissuti e hanno la forza di andarsene in giro, senza neppure una piaga da decubito ad affliggerli. Alice ha i poteri Jedi, si sa, e se ne frega. Ma gli altri? Non sono comuni esseri umani?
Le scene in questione, però, sono ben fatte e evocative. Anche questa di TWD, specie quando Rick (Andrew Lincoln) si avvicina alla porta al di là della quale sono stati rinchiusi i morti.

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Zombie a tre velocità

Ambientazione molto, molto bella. Sia quando si tratta di cittadine di provincia, con decine e decine di corpi sparpagliati, auto distrutte e scenari d’abbandono realistici, sia soprattutto quando si arriva ad Atlanta, dove sui vetri dei grattacieli si riflettono elicotteri irraggiungibili e indifferenti e centinaia di zombie si muovono liberamente, fingendosi ciò che erano prima.
È vero che trattasi di zombi lenti, ma in questo senso appaiono essere più credibili di quelli romeriani. Ovvero, meno coercibili, rispetto al classico mostro caracollante e senza un briciolo di forza. Pur non correndo come dei forsennati, come gli infetti, danno l’idea di essere tosti e addirittura invincibili quando si trovano in folti gruppi. Buona anche la decisione di dotarli di tre fasi, comune anche in Romero: la prima di stasi, in cui riposano o fingono di essere cadaveri, la seconda di quiete, nella quale si limitano a vagabondare e la terza di eccitazione allorché scorgano possibili fonti di cibo.
Qui la dieta degli zombie non sembra essere soltanto simbolica o suggerita dall’istinto, ma necessaria al loro sostentamento. Tant’è che in mancanza di esseri umani, i nostri divorano topi, cavalli e persino cervi.
Insomma, niente male davvero. Ma, come già detto, non sono loro i protagonisti, ma piuttosto la massa indistinta. In generale, infatti, ho trovato gli zombie ben poco caratterizzati. Persino la donna a metà che striscia nei giardinetti non appare peculiare.

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Introspezione

Se dal versante zombie TWD è solido, e non potrebbe essere altrimenti, non lo è dal punto di vista dei protagonisti. Veniamo al discorso introspezione.
Alcuni dei sopravvissuti piangono, altri tentano di riorganizzarsi, altri fanno quello che hanno fatto fino a poco prima che il mondo finisse, ovvero gli stronzi. Si piangono i parenti o gli amici defunti e poi tornati. E il problema è tutto lì.
È ancora difficile, perché del tutto irreale, descrivere con verosimiglianza le reazioni emotive che un essere umano avrebbe nel caso in cui fronteggiasse un morto vivente col quale condivide (o condivideva?) un legame sentimentale o di parentela.
Da un lato è credibile l’incapacità di alcuni di loro di uccidere i loro cari una seconda volta. Ma dall’altro, perché non conservare una speranza di guarigione o di recupero?.
Quel che voglio dire è che un mondo intero che testimonia la “resurrezione”, non già una volta, ma migliaia di volte, deve prescindere dalle vecchie convenzioni e opinioni. È impossibile conservare le medesime certezze rispetto alla morte. E allora, sono più che giuste le diatribe poste in essere da Romero in entrambe le trilogie, sulla presunta vita degli zombie. Perché vivi sono, in effetti. O tali appaiono.
E in questo stato di cose, con i morti che camminano e da oggetti divengono nuovamente soggetti delle proprie azioni, perché piangere un trapasso che non c’è stato? Meglio sarebbe interrogarsi sul cambiamento occorso.
Perché l’unica cosa effettivamente accaduta è una mutazione.
Non è questione neppure di cessazione delle funzioni vitali. Quanta gente viene recuperata (resuscitata) in extremis, riattivando il battito cardiaco? Sono forse zombie anche loro? No.
Per una buona volta, cos’è uno zombie? E come ci si deve porre rispetto a esso?
E non mi sembra che, finora, TWD abbia fornito una risposta innovativa.

***

I tipi dei protagonisti

Stessa convenzione, per chiudere, TWD la mantiene nei personaggi proposti. Tutti piuttosto credibili, per carità, quanto ovvi. La moglie fedifraga, il marito con le fette di mortadella sugli occhi, il bambino adorante la figura paterna, il migliore amico traditore, la donna in carriera e femminista a oltranza, la moglie succube del marito violento, il marito violento, l’opportunista e il redneck razzista e figlio di puttana. Quest’ultimo è quello che mi sta più simpatico, Merle Dixon, ovvero Michael Rooker alias Henry. Bel personaggio e bella interpretazione.
Poco credibile che uno così riesca a concludere qualcosa, ma va bene. Merle è entropico. Solo una forza distruttiva e, forse, vendicativa. L’unico che fa ciò che è nella sua natura fare. Inutili le azioni in cui si impegna, ma sensate dal suo punto di vista.
Forse, oltre ai poliziotti, ai cacciatori e a coloro che qualche abilità pratica ancora la possiedono, il cafone violento è l’altra categoria che può sopravvivere in caso di apocalisse e avere la forza sufficiente per imporsi.
E tuttavia è fin troppo scontato che, con tipi siffatti, il mondo non ha alcun futuro. Non tanto per la loro intrinseca negatività, quanto perché incapaci di progettare un’alternativa al loro mondo ingiusto e violento. L’ho detto, è solo entropia.
Gli altri personaggi, aspetto ancora che si sveglino.

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