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Questi sono i viaggi…

by Germano on 29/11/2009
Book and Negative
Contents

NX-01 Enterprise

NX-01 Enterprise

Introduzione

Perché scrivo spesso di Enterprise?
Be’, tanto per cominciare per via di T’Pol, e questo è uno dei motivi terreni o terra terra, se vogliamo. Poi c’è il fattore novità. Ebbene sì, sono uno di quei tipi che si lasciano sfuggire le cose, e volentieri, per scoprirle più in là nel tempo, quando ormai tutti o quasi le ignorano. E’ così per i sequel, ve ne sarete accorti, per i remake, che considero a stento, e per i libri e le serie televisive. Non so spiegarlo, è un misto di volontà, indulgenza e accidia.
Il tempo è fatto per lasciarlo scorrere. E se c’è una caratteristica che mi manca è la fretta, la voracità di documentarmi. Ogni cosa a suo tempo per me è più che un semplice modo di dire.
Sta di fatto che soltanto ieri ho completato la visione di questa serie, Enterprise (2001-2005), la prima in ordine di continuity, ma la più recente in ordine di produzione televisiva dell’Universo Star Trek. Che parte dal varo della prima Enterprise, la NX-01 per giungere in maniera maldestra e superficiale, a mio avviso, alla nascita della Federazione.
Ne scrivo ben quattro anni dopo la sua cancellazione e magari questa cosa non interesserà a nessuno o a pochi, ma a me interessa, perché mi offre lo spunto per chiacchierare su alcune delle mie ragioni di vita: le storie e i personaggi.

Enterprise

La serie non è malvagia. Di gran lunga inferiore è, sempre a mio parere, Stargate. La prima offre maggior realismo, se mi passate il termine, ambientazioni accattivanti, ottime scenografie, sia artificiali, sia in CG, sia in ambito reale; pianeti abitati da centinaia di migliaia, milioni o miliardi di persone e scontri per lo meno plausibili, tralasciati alcuni moralismi, tipici e abbastanza stucchevoli.
E’ la peggiore di tutte le serie ambientate nell’universo Star Trek, almeno a sentire il parere dei trekker, per la scarsa tecnologia concessa all’astronave, per la paura ancestrale del teletrasporto, sdoganato e naturale, nelle serie precedenti, perché ci sono fin troppi scontri armati, insomma, quei cannoni a fase vengono usati troppo spesso, in barba al pacifismo della Terra Unita e alla logica vulcaniana, della quale T’Pol si impegna a non fornire il corretto esempio.
Considerando i dogmi dell’universo Star Trek, tutto è sbagliato in questo telefilm; e questo è uno dei motivi per il quale mi piace. Ma il mio apprezzamento non è così forte e assoluto come forse può apparire.
Mi piacciono le storie verosimili, pur in un contesto fantascientifico, fortemente drammatiche, portate avanti da personaggi ben caratterizzati, che è possibile amare oppure odiare.
Il problema di Enterprise è che ha avuto per quattro anni ottime potenzialità che non ha saputo -non hanno saputo, gli sceneggiatori- sfruttare appieno.
Tutto è descritto sommariamente e superficialmente. Si è dato inizio a decine di trame e sottotrame che, incredibilmente, sono state abbandonate o semplicemente ignorate; i protagonisti vengono lasciati a loro stessi, spesso costretti a contraddire il carattere che avevano mostrato di avere fino a poche puntate prima, senza che venga fornita alcuna giustificazione a riguardo.

il cast di Enterprise

il cast di Enterprise

Un parere su I e II Stagione

Le prime due stagioni sono composte, per la maggioranza, di episodi autoconclusivi, durante i quali vengono poste le basi per il contatto con diverse specie aliene, ma più che altro ci si concentra sulla caratterizzazione dei protagonisti, in special modo Archer, il capitano e T’Pol, la vulcaniana. Si impara ad apprezzarne le contraddizioni, li si conosce. E se Archer risulta un pacifista fesso e illuso che crede di stare andando a fare una scampagnata tra le stelle, anziché una missione militare, salvo poi ricredersi, il personaggio della vulcaniana è davvero il più interessante -e non solo perché piace a me-. Tanto per cominciare T’Pol offre un esempio di ciò che i fruitori di fantascienza cercano, l’alieno, il diverso da sé, sia come essere che come cultura. Attraverso il suo personaggio si conosce meglio tutta una civiltà inventata di sana pianta che fin dagli anni ’60 popola l’immaginario collettivo, i vulcaniani, ovvero i tizi con le orecchie a punta, per alcuni l’equivalente degli elfi nel fantasy; alteri, sprezzanti, tutti logica & distintivo, freddi e razionali.
T’Pol è un vulcaniano sbagliato, ricollegandomi agli errori di questa serie. Ella ha difficoltà a reprimere le proprie emozioni e ciò la porta spesso ad essere addirittura più emotiva degli umani che la circondano; fragile e combattuta a causa del suo passato al servizio dell’Alto Comando è, di fatto, il primo vulcaniano a trascorrere del tempo con gli umani e a risultarne contaminata. Questa influenza subìta giorno dopo giorno è magistralmente mostrata e incoraggiata, almeno fino alla seconda stagione, ed è uno dei leitmotiv per i quali vale la pena guardare Enterprise, per quella visione domestica e per lo spaccato che offre della vita privata e delle emozioni personali di un alieno, oltre che per gli ottimi effetti speciali.
La morale imperante, però, come ho detto, è sgradevole. Per me, abituato al cinismo e all’opportunismo de La Femme Nikita e al grandioso affresco di umanità perduta che è BSG, i dilemmi morali dell’ingenuo Archer finiscono per costituire un deterrente.
Gli ascolti di Enterprise crollarono e così si chiese e si ottenne l’intervento di Manny Coto, sceneggiatore sci-fi, nonché produttore di successo (-24-). Costui cambiò l’impronta del telefilm e fornì alla terza stagione un intreccio unitario; un filo conduttore che si dipana attraverso i 24 episodi che la compongono, ovvero la minaccia degli Xindi.

La III stagione

La terza stagione è tutta incentrata sul tentativo da parte di Archer e dei suoi di sconfiggere questa specie aliena che si è messa in testa di distruggere la Terra.
Qui iniziano i veri dolori, i vuoti, le imprecisioni e le follie della sceneggiaura. Col senno di poi, considerato il fatto che il signor Coto fu chiamato proprio per salvare il telefilm, ci può scappare anche la risata.
La distesa è una porzione di spazio, che si estende per centinaia di anni luce, afflitta da anomalie subspaziali che si manifestano come distorsioni fluttuanti nel tessuto del reale, in grado di affliggere esseri viventi e astronavi che ne vengono a contatto. Gli Xindi abitano lì dentro e, come per l’isola dei demoni di Ken il Guerriero, le poche navi che hanno osato avventurarvisi, non hanno mai fatto ritorno.
Grande suspense O__O. Peccato però che una volta che i nostri ci sono entrati, nella distesa, non accade poi tutto ‘sto panico e la devastazione che si era prefigurata. In fin dei conti se la cavano con sole 19 vittime dopo ventiquattro episodi di continui combattimenti, su un equipaggio di un’ottantina di persone. Insomma, si può dire che gli è andata di lusso.
Qui, in questa sezione di spazio selvaggio, pericoloso e desolato capiamo l’idiozia intrinseca degli Xindi che, anziché sperimentare le proprie armi di nascosto per testarne l’efficacia su qualche satellite disabitato, hanno sferrato un attacco preventivo alla Terra che è costato sette milioni di morti, ma che ha rivelato la loro intenzione di ripetere il tentativo con un’arma ancora più potente permettendo in tal modo ai terrestri di partire con l’intento di metterglielo in quel posto, oltre che di fare la III stagione…
Da cancellare c’è poi il romance. L’assurdità della storia d’amore tra T’Pol e Tucker (il capo ingegnere), nata su basi oltremodo ridicole -i due entrano in confidenza perché il medico di bordo, il denobulano Phlox, ordina a Tucker, che soffre di insonnia, di sottoporsi a sedute di neuropressione vulcaniana da parte di T’Pol che viene degradata così da primo ufficiale a volgare massaggiatrice- e portata avanti come un amore adolescenziale -né più, né meno- da entrambi i protagonisti che appaiono, per l’appunto, due ragazzini alle prese con la prima cotta, alla faccia della logica vulcaniana…
La stupidità di Archer che insiste nel voler conservare una sorta di dignità morale che non gli consente di andare oltre nelle tattiche di guerra e che lo costringe, in definitiva, a scendere a patti con gli Xindi, gli assassini responsabili dei sette milioni di terrestri morti, sulla base di una morale manichea ingenua e deludente alla Guerre Stellari. Gli Xindi sono stati manipolati nel loro attacco alla terra da un nemico occulto, quindi, oltre a essere fessi non sono da ritenere colpevoli per l’eccidio commesso… Alla fine sono baci e abbracci per tutti e i veri cattivoni, una specie transdimensionale che è all’origine delle anomalie della distesa, vengono sculacciati col battipanni pur essendo questi ultimi in grado di manipolare il tempo… O__O
In un tripudio di moralismo bacchettone Star Trek D.O.P. e di tenero amore 14 conflittuale tra T’Pol e Trip che svilisce la sbandierata superiorità morale e intellettuale vulcaniana – se non lo sapete, per portarsi a letto una vulcaniana tutta tette & logica basta dirle, come per le cylon di BSG, di “amarla” ed ella si scioglierà come un gelato sotto il sole cocente di Vulcano e sarà prontissima a darvi un figlio- la questione Xindi viene accantonata, la Terra salvata e, con la quarta stagione, si pongono le basi per la nascita della Federazione Unita dei Pianeti.

Uno spettacolare panorama urbano su Vulcano

Uno spettacolare panorama urbano su Vulcano

La IV stagione

Ad onor del vero, devo dire che nella quarta stagione, appaiono gli episodi più interessanti dell’intero telefilm. Per la cronaca, cè anche il doppio episodio dell’Universo dello Specchio, ma non mi è sembrato granché…
Le puntate a cui mi riferisco sono tre, la settima, l’ottava e la nona. Sono ambientate su Vulcano e offrono un affresco intrigante, anche se come al solito dannatamente incompleto, della società vulcaniana.
Al di là della trama di questi, come al solito gestita allegramente, che fa di Archer il ri-fondatore della logica vulcaniana, cioé del modus vivendi di una intera specie -la portata socio-politica dell’evento è incredibilmente e colpevolmente ignorata-, i panorami cittadini e desertici in CG di Vulcano, le scenografie degli interni, le case e i palazzi, e i costumi sono una vera gioia per gli occhi che ti fa disperare, in primis, e poi chiedere “ma perché cazzo non hanno ambientato molti più episodi su Vulcano?”.
I già citati episodi incentrati sulla realtà parallela dello Specchio, poi, che sembravano essere uno spiraglio e una sana parentesi dai moralismi archeriani sono una grossissima delusione. Qui la razza umana ha dato vita all’Impero Terrestre che ha soggiogato e ridotto in schiavitù le stesse razze che, nell’altra realtà, sono poi confluite nella Federazione. Per rafforzare la sensazione che si tratti una realtà alternativa è stata modificata persino la sigla di testa del telefilm sia nelle immagini di battaglie e scontri che si susseguono con buon ritmo, che nella musica, più marziale e militaresca.
Un po’ di cinismo e di sano razzismo non guasta, e sentire definire gli arroganti vulcaniani dei sub-umani è persino divertente, ma il tutto deraglia nell’aggressività e nel sadismo dei medesimi personaggi che comandano l’Enterprise, ribaltati, è vero, ma rimasti ugualmente scemi rispetto alle loro consuete controparti, qui lo sono (scemi) nel ruolo di cattivi che fanno cose da cattivi, o meglio da cattivi dei fumetti; sghignazzano vedendo la sofferenza altrui, torturano e se la ridono per la maggior parte del tempo, non mostrano pietà per nessuno, ma un’arroganza cieca e stolida. Insomma, il peggio del peggio in materia di brutte sceneggiature. Unica nota degna, le uniformi da veline trekkiane di T’Pol e Hoshi (mai così belle e sexy), con l’ombelico scoperto. A loro due è mancato solo lo stacchetto da ballare, con Archer e l’ammiraglio Forrest nel ruolo di Greggio e Iacchetti…

TPol dello Specchio con luniforme da velina

T'Pol dello Specchio con l'uniforme da velina

L’epilogo

La quarta stagione, non si sa come, arriva all’epilogo, quello stesso epilogo definito da Jolene Blalock (T’Pol) “scandaloso”.
Ebbene, non c’è aggettivo migliore per descrivere l’abominio dell’ultimo episodio che mostra sì la nascita della Federazione, ma attraverso la ricostruzione olografica della stessa proiettata sull’Enterprise del futuro, quella di The Next Generation, di Jean-Luc Picard, ad opera del comandante William Riker, qui bolso e ciccione, per non si capisce bene quale ragione, in un tripudio di cazzate autocelebrative trekkiane e di citazioni occhieggianti alle altre serie del tutto fuori luogo per la chiusura di un telefilm che è stato creato volutamente diverso da tutto il resto.

Conclusioni

Devo ammettere che la cancellazione di Enterprise è stata una scelta sacrosanta, una delle poche volte, e inevitabile, ma lascia in ogni caso l’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere, accennato quasi timidamente in quei rari episodi in cui gli sceneggiatori si sono decisi a narrare una storia, e non è stato.
Io adoro le storie lente, che si rivelano pian piano, le inquadrature che indugiano sui volti dei protagonisti, che ne scrutano l’anima, che quasi ti fanno sentire i loro sentimenti; adoro l’unità di spazio. Ai luoghi mi ci affeziono. E qui, per quanti bei luoghi sono stati mostrati, essi sono stati subito portati via per introdurre novità del tutto superflue e dispersive, per la smania di mostrare sempre di più e troppo.
Il fascino della fantascienza, ribadisco, è nel mostrare realtà alternative, diverse dalla nostra, ma verosimili, sulle quali è possibile speculare, nelle quali ambientare storie che già di per sé hanno il fascino esotico. Nuove civiltà, nuovi mondi, nuove specie con cui interagire che, possibilmente, non siano caricature di ciò che noi siamo.
Non sarebbe stata una cattiva idea, ad esempio, insistere su Vulcano, sulla società vulcaniana, fortemente zen, perché, per cominciare, avrebbe aiutato a caratterizzare uno dei protagonisti (T’Pol) e perché, in quelle rare immagini regalateci, si è potuto avvertire tutto l’impegno e la passione di coloro che ci hanno lavorato, in una delle ricostruzioni immaginarie più efficaci che abbia mai visto.
Allo stesso modo, non sarebbe stata una cattiva idea sviscerare l’argomento Federazione da un punto di vista sociopolitico, spiegare una buona volta come si è giunti alla Terra Unita, senza nazioni e proiettata nello spazio. Spiegare, dicevo, non accennare.
Certo, per far ciò occorrono tempo e soldi. Non per niente la forma cartacea è, per me, ancora il mezzo migliore per raccontare le storie; è economica e, se all’autore non sono bastate quattrocento pagine, ne può scrivere benissimo altrettante. Tempo e soldi, dicevo, per narrare con la tranquillità, la sicurezza e la completezza necessarie a fare di una storia, un capolavoro che varrebbe la pena seguire anche per sette, otto anni, come è successo per The Next Generation.
Il senso di abbandono e la smania di conoscenza in cui si viene lasciati alla fine di questo telefilm è indicativo del fallace operato che c’è dietro di esso.
Un telefilm creato con sufficienza e portato avanti con arroganza, fino alla disfatta finale e al penoso tentativo di richiamare audience coinvolgendo un paio di mostri sacri dei telefilm precedenti, con l’unico risultato di privare il cast fisso della celebrazione finale. Patetico.
Un’incredibile occasione sprecata.

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