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L’utopia della specie umana

by Germano on 08/09/2014
Book and Negative
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Riflettevo sulla smisurata messa in onda di prodotti per l’intrattenimento, e su quanto debba essere difficile, a conti fatti e considerata la realtà attuale, per ciascuno di essi, emergere e concentrare le attenzioni di una manciata di milioni di individui. Riflettete: MILIONI di spettatori. E sono comunque pochi nel mare magnum che è la Terra.
Alcuni di questi prodotti vengono scelti e diventano serie di successo.
Altri diventano niente. (cit.)
Altri ancora, come Utopia, le provano tutte, la più evidente è ostentare una ipercromia che ferisce quasi le cornee, quel giallo canarino che accompagna il titolo e, in secondo luogo, ambientare una cospirazione mondiale nelle bucoliche lande dell’entroterra inglese, affidando il tutto a un killer panzone e (presumibilmente) cardiopatico, visto il costante affanno che lo contraddistingue, a sua volta al servizio di vecchi potenti, quei maestri sconosciuti che vivono in stanze male illuminate e foderate di pannelli di legno scolpiti da qualche artista fiammingo nel Cinquecento, e che sono tanto ricchi da potersi permettere preoccupazioni che vadano al di là del mal di denti, dell’angoscia, della sfiga e delle tasse da pagare. Una preoccupazione per tutte: salvare il mondo.

E salvare il mondo, quando il mondo è così individualista da non voler essere salvato in nome della libertà che tanto ama e della quale tanto abusa, può essere missione impossibile. E in ogni caso moralmente discutibile.

Comunque, il paradosso è che Utopia, mini-serie inglese da sei+sei episodi è, bellissimo e tragico allo stesso tempo, afflitta anch’essa, essendo una tra le innumerevoli serie, dal problema che si prefigge di annientare tramite il balletto dei suoi protagonisti: la sovrappopolazione mondiale.

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Siamo troppi, su questo pezzo di roccia.
Lo sappiamo. O meglio dovremmo.
A seconda di quali criteri di valutazione vengano usati, il pianeta Terra, considerato nel momento attuale, con le attuali risorse (e sprechi), è in grado di sostenere una popolazione umana che si aggiri tra i quattro e i sedici miliardi di individui.

Ovvero, secondo alcuni studi, nella merda ci siamo già, ci siamo sprofondati ben tre miliardi di esseri umani fa.

Fa specie, come quasi tutto quello che la specie umana compie, che il nostro annientamento, messo da parte (forse, si spera) il nucleare, avvenga grazie a noi stessi, come sempre.
Abbiamo dichiarato guerra alle malattie.
Le abbiamo sconfitte quasi tutte allungandoci la vita.
E il risultato è che siamo diventati troppi, assetati e affamati.

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Nel 2050, probabilmente, avremo superato i dieci miliardi di persone.
Tutte interconnesse.
Tutte con ogni aspetto dello scibile umano a portata di mano (che scelgono volentieri di ignorare pascendo nella passività totale), ma, con ogni probabilità, con l’acqua razionata, il cibo e persino la capacità di figliare.
Le nascite saranno controllate. Meglio ancora proibite.

Ovvero, stiamo cadendo a pesce nelle fauci di un futuro che è sempre più simile al genere narrativo che adoro: la distopia.
Un futuro negativo sotto ogni aspetto, in cui la vita sia malsana e impossibile, ma nel quale saremo costretti a vivere, perché ci circonderà. Ci saremo dentro. O lo saranno i nostri figli, se ne avremo.
Nel 2050 avrò circa ottant’anni. Forse riuscirò a vedere coi miei occhi cosa siamo stati in grado di fare, con la nostra idiozia.
Ché non è più nemmeno cecità.
È solo idiozia.
Abbiamo fallito, in quanto specie (ben poco) intelligente.

A meno che…
A meno che…
A meno che non si adotti una soluzione coraggiosa. Talmente coraggiosa da infastidire il nostro piccolo quotidiano, quelle certezze futili nelle quali ci crogioliamo fin da quando siamo nati, che ci sono state tramandate come valori solo per una faccenda di cultura, ovvero di consuetudine storica.

Sarebbe il caso di pensare come specie, non più come singoli.
Ma è inutile, non cambierà nulla.
A meno che non si usino le maniere forti. Le uniche maniere che la specie umana riesce, storicamente, a capire.

Ecco. Tutto questo lo trovate in una miniserie inglese, che si permette il lusso, riuscendoci in pieno, di imbastire un intrattenimento efficace come pochi, trattando in modo non banale un problema che…

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Ma è inutile insistere. Nessuno accetterà mai l’idea che la propria libertà personale venga limitata per esigenze di sopravvivenza dell’… intera specie umana.
Perché siamo piccoli e limitati.
E la strada che avremmo dovuto percorrere, forse, è già finita. O meglio ancora, ci siamo smarriti, ognuno andandosene per i fatti suoi.

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