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Dead Set (2008)

by Germano on 12/05/2011
Book and Negative
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La fine del mondo funziona sempre.
Ce ne stiamo lì, a tremare ogni volta che bussa il postino, perché può portare con sé tasse inattese; governati da politici corrotti, vecchi e immobili come statue di sale; disillusi dalle ovvietà scandalose pronunciate con troppa convinzione dal nostro vicino di scrivania, che pure ritenevamo una persona in gamba, finché non ha aperto bocca. E vagheggiamo un futuro che sia solo nostro.
Allora, ancora una volta, ci si rifugia nell’apocalisse: Dead Set, miniserie britannica del 2008. Che, però, nonostante quello che potete pensare, voi che l’avete vista prima di me, è un inizio. Sfolgorante.
Sì, l’ho vista (e apprezzata) solo qualche giorno fa. Come ho già confidato ad Alex, non ha avuto alcun ruolo attivo nella stesura della mia versione della Pandemia Gialla, sebbene, e qui vi faccio un piccolo spoiler, la troverete in essa citata.
L’apocalisse, dicevamo. Quello che manca è la musica. Io il mondo lo farei finire accompagnato da un assolo di chitarra di David Gilmour; degna musica per la degna conclusione della nostra società. Qui, invece, in Dead Set, a parte un assalto di zombie ritmato da musica da studio televisivo, non ce n’è altra.
Sono discorsi pericolosi?
No. Non c’è spazio per i dubbi cretini e moralistici. Non su queste pagine. Si parla solo di narrativa fantastica. Anche se trattasi di cinema o fiction televisiva.
E, compito della narrativa fantastica non è, come vuole il marketing, rappresentare la realtà idiota, ma fornire una valida alternativa.
Dead Set è una valida alternativa che, priva di qualche piccolo cliché, sarebbe stata perfetta. Ma soprattutto riesce in un compito notevole: la fine del mondo te la fa amare, quasi rimpiangere.
E le ultime inquadrature sono il contrappasso, di una bellezza poetica. La giustizia.

***

Il prezzo del biglietto

Non mi addentrerò molto nella trama. L’apocalisse zombie arriva in un momento qualunque, senza preavviso, mentre ogni essere umano è impegnato nelle sue attività quotidiane. Il Grande Fratello sta per andare in onda. E il punto di vista è lì, in quegli studi pieni, per come ci vengono presentati, di merda catodica.
E già solo questo, vale, per modo di dire, il prezzo del biglietto e assolve i responsabili dalla scelta di mostrarci personaggi che altro non sono che cliché.
Ma il punto è che i partecipanti del GF sono dei cliché e sono sciocchi, proprio come ci vengono mostrati tutti i giorni. Per cui, metatelevisione che rasenta la perfezione strutturale nei litigi assurdi per un uovo sottratto al bene comune all’interno della casa; visibilio vero e proprio allorché, scoppiata l’epidemia, veloce e letale, ascoltiamo Veronica, una delle concorrenti resasi conto che il Grande Fratello non li sta più osservando, dire che, senza controllo, sta per andare fuori di testa, come una pecora bisognosa del pastore e del suo cane.

***

Love Apocalypse

E d’accordo, il discorso dell’apocalisse zombie rischia di diventare ripetitivo, ma la magia te lo fa apprezzare, come sempre.
Ognuno perso dietro i fatti suoi, si diceva in una canzone. Una storia di corna, l’amore finto, a uso e consumo delle telecamere, l’imbecille/nerd odiato dal pubblico che smania di farsi la tettona, il produttore stronzo e inanellato, la cretina ambientalista che non guarda al di là dello smalto delle proprie unghie. Sono loro, proprio quelli, li conosciamo tutti e, il più delle volte, fingiamo di detestarli come meritano. E intanto sopportiamo.
Costoro, tutti, intrappolati nella casa del GF affrontano, come il resto dell’Inghilterra, o forse del mondo intero, l’improvvisa ribellione della razza umana che cannibalizza, letteralmente, sé stessa.
E la magia dov’è? È in ogni singola scena, mentre si pensa, se si ha la capacità di immedesimarsi, a sopravvivere, a come ci si comporterebbe se inseguiti a stretta distanza da un infetto, a come si reagirebbe sapendo che la propria ragazza è intrappolata a chilometri di distanza proprio in quegli studi televisivi che si riesce a guardare dalla tv, lontani e irraggiungibili. Quanto deve essere forte l’amore che provate, per farvi rischiare tutto per raggiungerla?
Sono discussioni sviscerate in lungo e in largo, in questi mesi, su questo e su altri blog. Non sto neanche a raccontarvi il perché.
Ma qui non si tratta del solito film di zombie. O della classificazione sempre più riduttiva associata a questa e altre opere simili. Perché se si possono fare certi ragionamenti, discutere dell’amore e della morte, della giustizia e della fiducia da riporre nella razza umana, nei suoi superstiti, non mi sembrano questi argomenti da liquidare con una smorfia. Questi sono temi universali, e ci vengono portati su un vassoio, ed è questa la cosa che fa storcere il naso a certi bambocci, da infetti putrefatti e sbavanti. Il senso della vita è nella bocca insanguinata di uno zombie?
Forse. E non certo nelle chiacchiere vuote che ci vengono propinate in prima serata. Roba che avrebbe fatto andare in coma anche mia nonna.

***

Lo schermo

Di certo, il senso della vita scansa il confessionale del GF, ultimo rifugio, senza via d’uscita.
I sopravvissuti, tutta gente normale, cliché per scelta precisa, abbiamo visto, che, schiavi delle consuetudini, si lasciano scappare la sicurezza di mano, per colpa della stupidità dell’uomo.
Queste scene, ben recitate, ben concepite e realizzate fanno riflettere. Fanno paura, perché ritengo, in circostanze simili, che non sarebbe saggio per nessuno avermi accanto (il buon vecchio Hell), e perché, ne sono sempre più convinto, l’unica fine possibile per la società, messa di fronte a eventi di tale portata, è soccombere. Troppo vanesia, stolta e fragile è l’esistenza in cui ci siamo fatti ingabbiare.
Tanto di cappello a Dead Set, quindi, che in soli cinque brevi episodi mostra ciò che si fa finta di non vedere: l’egoismo imperante, l’idiozia dilagante e la mediocrità intesa come valore assoluto da sbandierare ai quattro venti. E che invece è solo merda.
Talmente bella, questa mini-serie, che gli si perdona l’ennesima riproposizione della storica scena di Dawn of the Dead (1978), quando i sopravvissuti nel Monroeville Mall si domandano perché i morti continuano a recarsi al centro commerciale. Per istinto, è la risposta di Stephen.
E a pensarci, dove potrebbero mai recarsi i morti, oggi? Alla casa del GF. Sono morti viventi, in fondo. O forse lo erano anche prima, chissà.
E infatti gli studi televisivi, invasi dagli zombie, diventano dimora. Gli zombie che fissano i monitor sono la quintessenza della legge del contrappasso.
In una parola, fantastici.

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