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Bones (2005) – stagione 1

by Germano on 03/05/2010
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Per me non è mai stato il mondo del cinema, ma le storie e i personaggi.
Le serie televisive, quelle buone almeno, spiccano rispetto a tutti gli altri prodotti con alla base storie & personaggi per due fattori fondamentali:

1) la durata – spesso quindici, venti volte superiore al breve intrattenimento offerto da un film, e la possibilità che essa dà di approfondire la conoscenza univoca di protagonisti interessanti.

e

2) la fotografia – che vuol comprendere, in un’accezione amplissima e non del tutto lecita, il fatto che ci siano luci e scenografie, colori e, soprattutto, volti espressivi che colmano la distanza empatica che, ad esempio, sussiste tra un lettore e un personaggio di carta del suo libro preferito.  L’immaginazione, a volte, ha bisogno di una mano.

E si diventa spettatori appassionati. Alcuni telefilm sono dozzinali, altri patetici, altri rimangono in mente, ma si concludono male, altri ancora sono solo dei cloni malriusciti, nati per sfruttare l’onda, mentre i migliori ti restano dentro perché, inconsapevolmente, ti ricordano esperienze che hai vissuto e volti di persone che hai conosciuto.
No. Per vivere NON faccio l’antropologo forense, se è questo che vi state chiedendo. Mi riferisco a tutt’altro tipo di poesia e pensieri. Quelli sottili che ti danzano sempre in testa, senza fermarsi mai. Sono sempre lì, nella testa, e alcune volte li vedi anche altrove. Fuori.
Questo telefilm lo stanno trasmettendo in questi giorni su Rete 4. In U.S.A. si sta per concludere la V stagione ed è sulla rampa di lancio la VI. Viviamo in un periodo in cui una serie è già un miracolo se arriva a metà della seconda stagione, ragion per cui, tanto di cappello. Anche se è piuttosto amaro constatare, come al solito, che, in barba alle major, per produrre e sopravvivere senza essere scaraventati nel limbo delle serie “che diventano niente”, è sufficiente avere il controllo dei soldi.
Se hai i soldi, e ne hai anche il controllo, hai un telefilm, altrimenti vale la legge della giungla del mercato, e amen.
Solo così, infatti, si può spiegare, al di là di meriti e demeriti che questo telefilm certamente ha, le ragioni del suo persistere anche rispetto ad altri di qualità superiore. Sono i suoi autori e i suoi attori che lo producono e, secondo me, questo fa la differenza.

***

Odio la Scientifica

Non sono un patito di telefilm sul crimine e non so fino a che punto può sconvolgervi sapere che no, non ho mai visto una sola puntata di C.S.I, dei suoi innumerevoli spin-off, né di tutti gli altri ibridi a base di omicidi e polizia scientifica e geniacci fighi che trovano il pelo nell’uovo e incastrano il genio criminale di turno. Non è il mio genere.
Bones nasce sì dalla penna di Kathy Reichs, antropologa forense, accademica e scrittrice, ma soprattutto per “tappare” un piccolo spiraglio lasciato scoperto dalle crime-series di cui sopra, ovvero quello dei morti in avanzato stato di decomposizione, dei quali, spesso, a parlare restano solo le ossa e poco più. Non da pure e nobili intenzioni, quindi. E il romantico che è in me si ribella nel sapere che trattasi di un progetto studiato a tavolino, con la precisa e palese intenzione di saturare uno spazio di mercato, con la segreta speranza di affossare tutti gli altri.
Lo so. I film, i libri e anche i telefilm nascono ormai con questo scopo e gli indipendenti innamorati dell’arte sono una razza in via d’estinzione.
Nessuno può odiarlo più di me questo telefilm. Se poi ci aggiungete che è schedato come crime/drama/mistery/romance, capite bene che non posso lasciargliela passare liscia, soprattutto per la volontà di pestare sul pedale del romance, neanche fossimo tutti adolescenti coi bollori…
Eppure, funziona. Mi piace. Mi piace persino il romance. E vi ho detto tutto. Potrei anche chiuderla qui, tanto ormai… Quest’articolo ha tutta l’aria di essere una resa incondizionata. Quasi. Non ho intenzione di cominciare con C.S.I, questo no.

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Ossa

Oserei dire che “Bones” è un telefilm vecchio stampo. Le sue stagioni sono composte per lo più da episodi autoconclusivi senza neppure un accenno di filo conduttore comune, se non il misterioso passato della sua protagonista, la Dottoressa Temperance Brennan (Emily Deschanel), antropologa forense dell’Istituto Jeffersonian [immaginario, fa il verso al vero Smithsonian Institute] e scrittrice, soprannominata “Bones” [“ossa”, ndr] per ragioni più che ovvie, che ha perso entrambi i genitori in circostanze mai del tutto chiarite. Per il resto, si tratta di un cadavere decomposto  ad ogni nuovo episodio. E sulle ossa di turno si innesta, di volta in volta, la trama. A far compagnia alla Dottoressa abbiamo l’immancabile Agente dell’F.B.I, Seeley Booth (David Boreanaz) e il resto del team di scienziati che collabora con Brennan, Angela Montenegro (Michaela Conlin), artista addetta alla ricostruzione dei lineamenti delle vittime, Jack Hodgins (T.J. Thyne), entomologo, esperto di insetti & terra e Zack Addy (Eric Millegan), dottorando e allievo di Brennan, nonché prototipo di geek/nerd. Non posso proprio dirvi di più, a parte quanto Brennan si renda adorabile quando definisce il sesso “un mero bisogno antropologico” fingendo un distacco tipico del genio insensibile, o quanto sia spettacolare la puntata che getta qualche luce in più sulla sua famiglia scomparsa, tutta il contrario di come la si possa immaginare e perciò ancora più intrigante al fine di creare un personaggio femminile efficace sulle cui spalle è posto il peso della riuscita dell’intero telefilm.

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La Danza degli Scheletri

Niente di eccezionale in fin dei conti, a parte qualche sporadica luce. Sono d’accordo. In più, non so se si possa evocare più di tanto l’effetto gore, o il presunto piacere che questo procura agli appassionati del genere [e io NON sono certo tra questi]. In alcuni episodi si abbonda di dettagli truculenti, ma… è il cosiddetto genere “sepolcrale”. Il fatto è che un teschio evoca, in taluni individui proto-romantici, riflessioni di stampo esistenzialista più che orrore e, in altri ancora, vero e proprio sense of humour. Humour nero, ovviamente. E allora si vedono queste ossa malridotte ed è come vedere archetipi e simboli, come il jolly roger sulle bandiere dei pirati. C’è già una distanza netta tra gli esseri umani e le ossa, quasi che queste, non assomigliando a noi altri, i viventi, che internamente, fossero distanti anni luce da un reale coinvolgimento emotivo.
Non potendo contare su questo tipo di effetto, l’attenzione di sceneggiatori e registi si è rivolta alla caratterizzazione dei protagonisti, lieve, ma costante e tale, pur con qualche errore nella gestione della continuity, da arricchire i rispettivi ritratti ad ogni nuovo inizio.
E se manca originalità anche in questi, nel senso che, grossomodo, anch’essi sono archetipi piuttosto comuni in questo tipo di storie; si va, infatti, dal genio che ha difficoltà affettive e incapacità a relazionarsi con esseri viventi (Brennan), al reduce del Kosovo [non più Vietnam] col passato oscuro che tenta di espiare orribili, ma giustificate, colpe (Booth), al teorico del complotto con tendenze anarchiche che discende da una famiglia che è la quintessenza del capitalismo (Hodgins); la minestra riscaldata che ha sempre quel sapore familiare, che sa di soluzione impossibile, di capacità impossibili, che ti fa capire che, se davvero esistessero personaggi così superiori e dotati, il crimine non esisterebbe più da un pezzo, nonostante tutto, dicevo, lo si guarda volentieri, perché è stato preparato, mescolato e presentato a dovere, senza ipocrisie e senza decorazioni superflue. E questo mio piacere può anche derivare dal fatto, non secondario, che sia ben recitato, doppiato e che contenga dialoghi ben scritti. E anche dal fatto che ci sia Emily, sorella di Zooey e che sia anche lei “proprietaria” di una bellezza aristocratica ed elegante; ma questo è solo un plus-valore.
Insomma, neppure il vostro odio per questo genere di telefilm è una valida giustificazione per non vederlo.
Alla fine dell’indagine può anche fregarmene, così come dei metodi investigativi, della furbata o intuizione finale che consegna il colpevole alla giustizia, dell’improbabile software tridimensionale usato per la ricostruzione delle vittime, purché continuino a darmi personaggi così ben fatti e interpretati. Stereotipi efficaci, che non deludono e che ti fanno desiderare di vederli ancora e ancora. Sono una vittima in questa storia, lo so. Una delle tante. Ma continua a piacermi. Come dicevo all’inizio: storie & personaggi. A volte è più che sufficiente.

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