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Resident Evil: Afterlife (2010)

by Germano on 20/09/2010
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Questo film è tratto da un videogioco. Amen. Ragion per cui tutti i rospi che sentite arrampicarsi lungo la vostra gola dovete mandarli giù. E divertirvi per forza.
A sentire e a leggere certi blogger e certi lettori/commentatori questa è la illogica con cui si dovrebbero mettere a tacere le critiche. Dato che Resident Evil: Afterlife è un blockbuster, concepito con il dichiarato intento di stupire e intrattenere, allora si dovrebbero accettare come ovvie tutta una serie di boiate per un decimo delle quali partono le stroncature per altri prodotti dalla aspirazioni un poco più elevate.
Be’, io mi sono rotto.
Nulla di male nell’entusiamo e nell’attesa che si è creata intorno a questo quarto capitolo. Finalmente un budget consistente, circa 60.000.000 di dollari, tre anni a separare questo dal III episodio e il ritorno alla regia di Paul W.S. Anderson che diresse il primo capitolo, tutto sommato apprezzabile.
Va detto che, come sempre quando mi accingo a guardare una roba così, nata per intrattenere con la caciara, parto prevenuto. Perché è un piacere, poi, essere smentito. Quando capita.
I presupposti per un Afterlife non dico stupefacente, ma almeno superiore alla media dei corvi assassini e dei poteri Jedi di Alice c’erano tutti.
E il virus T che ha causato la desertificazione? Misteri della fede. Meglio fare tabula rasa, dimenticare e aspettare… tanto c’è Paul chiuso in cabina di regia, che è meglio di Oronzo Canà.

***

[CONTIENE ANTICIPAZIONI. TANTE]

My Umbrella

Si intuisce l’onnipotenza della Umbrella Corporation dal fatto che abbia Rihanna come frontwoman e dall’esistenza di basi supersegrete dalle dimensioni colossali, ma che dico colossali, gargantuesche, situate sotto una delle metropoli più grandi del mondo: Tokyo.
Sospendo la mia incredulità. Quella che mi dovrebbe portare a domandarmi come cazzo hanno fatto, e quali materiali hanno usato per sopperire alla pressione che schiaccerebbe tutta la base come merda secca sotto il peso di miliardi di miliardi di tonnellate di grattacieli lì sopra, in superficie. Mai come ora appare necessario. Al bando la fottuta incredulità! Il virus T impazza già in Racoon City, mentre a Tokyo una battona in tacchi alti che sembra un manga in carne e ossa si mette a morsicare un impiegato, tra i milioni, che passava di lì. Panoramica mozzafiato e Tokyo si spegne a poco a poco. Forse è un omaggio ai grattacieli di Philadelphia romeriani, ma non capisco cosa c’entri un morso con il black-out. Ah, già, gli zombie. Ma a loro ci arriviamo tra un po’…
Il focolaio è scoppiato anche nel Sol Levante. Poco male, tanto la Umbrella c’ha la base segreta sotto terra, grande quanto Tokyo.
Alice (Milla Jovocich) lo sa e perciò ha svegliato i suoi cloni che stavano comodamente in stasi nel deserto del Nevada e, non so davvero come, è arrivata fin lì per suonarle al Mega-Presidente Galattico in persona, che dicono sia fedele al suo corrispettivo videoludico, ma che in ogni caso assomiglia a Ken, non quello di Hokuto, ma di Barbie munito di occhiali da sole e vestito nero che fa tanto Neo di Matrix.
BANG, BOOM, SLOOOWMOTION, AARGH! BLAM!
Certo, certo… Scene memorabili. E non sto scherzando. Paul Anderson ci ha regalato senza se e senza ma il quarto d’ora più cazzaro della storia del cinema. Oscar solo per questi primi quindici minuti.

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L’angolo di Norys Lintas (1): l’idiozia della Umbrella

La Umbrella corporation, colpevole della più grande apocalisse che l’umanità abbia mai affrontato, dispone di un quartier generale all’avanguardia situato nelle profondità della città di Tokyo, ma, come è possibile costruire la sede centrale in una zona sismica come la regione del Kanto, per di più a Tokyo, dove è previsto in futuro prossimo, un terremoto di eguale o superiore magnitudo a quello famoso del 1923? O forse vogliono farci credere che la zona è stata creduta erroneamente sismica, grazie alle infinite perforazioni necessarie per creare una struttura così radicata in profondità? Come hanno fatto a costruirla? Grazie all’aiuto degli uomini talpa? Questo non lo sapremo mai, l’unica certezza è che sia una struttura priva di sicurezza, perché basta che Alice e i suoi cloni, superino l’ingresso principale, calandosi da una presa d’aria proprio dietro agli squadroni Kamikaze della Umbrella, mentre sono pronti a far fuoco a qualunque cosa esca dall’ascensore VUOTO, privo della benché minima telecamera e che oltretutto non è possibile BLOCCARE A DISTANZA. Ma raggiungere il posto di controllo sarà difficile, direte voi… Niente di più sbagliato, non c’è NIENTE che si frapponga fra il gruppo di cloni e la sala del potere, infatti grazie al geniale enorme pozzo luce-tromba delle scale, lanciarsi con una corda estensibile è facilissimo e da lì è possibile raggiungere TUTTI i piani della struttura “futuristica” nonché la “Control Room” situata ovviamente all’ultimo livello.

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Sono una donna “come tutte le altre”

Alice e il Mega-Presidente Galattico precipitano schiantandosi sul Monte Fuji, o almeno credo, mentre giù in città impazza una festa nucleare.
Il Mega-Presidente va in giro con le iniezioni anti poteri jedi sempre pronte e infatti prima dello schianto ne fa una a Alice per uccidere tutti i midiclorian residui. Se non l’avesse fatto, magari pure lei sarebbe morta nell’incidente. E invece è da donna come tutte le altre che Alice esce dalle lamiere in fiamme e, preso un aereo, se ne vola fino in Alaska a cercare la sua amichetta Claire Redfield (Ali Larter) che, ricorderete, ha raggiunto la favoleggiata Arcadia, la terra promessa libera dall’infezione.
C’è rimasta solo lei, Alice, a credere alla pubblicità. Arcadia non c’è. Però c’è Claire, che nel frattempo sarà sopravvissuta nutrendosi di castori e lontre e ha opportunamente perso la memoria, altrimenti avrebbero dovuto tentare di dare un senso alle stronzate di Extinction, cosa per niente facile.
Le due pur di non restare nell’anonimato, vanno dove vanno tutte le aspiranti starlette che vogliono salvare quel che resta del mondo: vanno a Los Angeles.
Che, in questa distopia, è una fogna fumante a cielo aperto, piena di qualche centinaia di migliaia di zombie.

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L’Angolo di Norys Lintas (2): il Giappone secondo Norys

Come ambientare una scena in Giappone? Questo quello che forse si è chiesto Paul W.S. Anderson. E Eureka! Perché non mostrare uno dei più grandi e trafficati attraversamenti pedonali del mondo, quale è lo Shibuya Crossing? Detto, fatto.
Rendiamoci conto di una cosa, il paese più tecnologico del mondo, dotato di una cultura così aliena a quella occidentale, dove sono nate numerose scuole di arti marziali i cui membri un tempo credevano che il proprio imperatore fosse Dio e le altre razze umane fossero solo esseri inferiori, un popolo disposto a morire e non arrendersi mai se non dopo l’utilizzo ai propri danni dell’arma più potente, capace di distruggere due città, non può essere dipinto così. Non basta certo uno zombie che aggredisce un povero pedone ad ambientare una scena in Giappone…
Spremi quelle meningi Anderson, in soli due minuti io ho sfornato questo:

1) come minimo dovevamo assistere a un attacco dentro una fumosa sala pachinko, con una ripresa della palline metalliche fuoriuscite dalla macchina da gioco…
2)
oppure uno scontro all’interno di un combini (i market giapponesi aperti 24 ore su 24),
3)
io personalmente avrei apprezzato anche uno scontro in uno strip club, con spogliarelliste in fuga da una parte e Yakuza con pistole in pugno dall’altra…
4)
mi sarebbe piaciuto vedere anche uno scontro con una gang di motociclisti, volto coperto da mascherina, armati di mazze ferrate e catene in mano. Magari per scena finale avrei visto bene una Tokyo Tower distrutta, incendiata, collassata su se stessa e chi più ne ha più ne metta!

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Vivere e non-morire a Los Angeles

Atterriamo con l’aereo sul tetto del carcere di L.A! Impresa che solo Snake Plissken riesce a fare, lo sanno tutti. Ma Alice, una donna come tutte le altre, ci riesce pure lei, sia pure col decisivo aiuto dei superstiti. E qui, tra i superstiti, si raggiungono vette indicibili di pura arte cinematografica della domenica (by Orlok, ndr) . Tra i reclusi abbiamo, un ex giocatore di basket, una aspirante attrice in carriera e il suo manager stronzo che puzza di tradimento lontano mille miglia, per di più doppiato dalla voce che doppia i traditori di tutti i film.
Non so voi, ma io i miei compagni di distopia me li sceglierei meno cazzoni. In più, si aggiungono il fratello di Claire, che guardacaso se ne sta in una gabbia di plexiglass alla Hannibal Lecter, e, in mare, ARCADIA!!!
Che è una nave, non una città.
Come ho detto, tutto il mondo finisce e comincia a Los Angeles.
Dobbiamo raggiungere Arcadia perché lì c’è cibo, riparo e non c’è infezione! Certo, come no.
Dalle fogne della Città degli Angeli spunta fuori un mostro di Silent Hill che ha evidentemente sbagliato città, armato di batticarne gigantesco.
Si limita a bussare pesantemente alle porte del carcere.
E gli altri?
Vabbé, dopo gli zombie e l’apocalisse, ormai, si può dire che hanno visto tutto, no? Infatti la reazione è, né più e né meno:
“Ehi, c’è un tipo altro quattro metri e mezzo armato di ascia che bussa al portone in mezzo a un miliardo di zombie!”
“Ah, sì?”

E il Mega-Presidente Galattico? Anche lui è sopravvissuto perché superforte e perché c’è il virus T che fa resuscitare i morti. Spalleggiato da due mostri dobermann ridicoli se ne sta in panciolle sulla nave, Arcadia, aspettando Alice, perché è sempre lei il suo obiettivo, in modo da assimilarla per diventare il capo del nulla, dal momento che tutto il mondo è andato a puttane.
Un classico cattivo che più coglione non si può. Con gli occhi rossi, per giunta!
E la nave? La nave delle meraviglie Arcadia o come si chiama viola le leggi dello spazio e del tempo piegandoli a suo piacimento, l’unico oggetto solido che dispone di un volume interno maggiore di quanto appaia dall’esterno… (by Norys)

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WTF

Per scrivere questa vaccata e per filmarla, con tanto di effettacci bullet-time e slow motion e combattimenti coreografici che fanno scompisciare tanto sono irreali, ci hanno messo ben tre anni.
Resident Evil è una saga sugli zombie, ma qui questi, quando si vedono, sono poco più che inoffensive comparse, impegnati come sono a farsi massacrare dalla donna come tutte le altre, Alice e dai suoi amichetti prodi combattenti.
Questo non è Sparta, ma semplice Schifo. La pur interessante tecnica delle riprese, anche se vecchia di dieci anni, ormai, non basta a renderlo meno ridicolo di quanto appaia. Introspezione? Non fatemi ridere più di quanto non abbia già fatto. Afterlife è il peggio del peggio del cinema action apparso negli ultimi dieci anni, fatto col popcorn scaduto. Tale da cambiare sensibilmente la percezione di molti altri film che prima ritenevo pessimi. Perché non lo salvano neppure i bollori per Milla e Ali.

Link Utili:

La recensione de Il blog sull’orlo del mondo

La recensione di Resident Evil: Dead Inside

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