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[Recensione]: Solo Dio perdona (Only God Forgives)

by Germano on 22/07/2013
Book and Negative
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In un modo o nell’altro, di Nicolas Winding Refn ci si può fidare.
Mi riferisco alla scelta di Ryan Gosling, quale attore protagonista dell’ultimo suo lavoro, Only God Forgives, e a un trailer occhieggiante che s’è sforzato di farci credere che questo film fosse una riedizione in salsa thailandese del precedente Drive.
Non mi dilungo:

se vi aspettate di vedere un nuovo Drive, dimenticatevelo. E soprattutto state lontani da questo film.

se conoscete Refn, allora potete immaginare a cosa andate incontro, e quindi restare.

Non che aver visto i lavori precedenti di questo regista indori la pillola in qualche modo.
Il gusto per la narrazione non lineare, il rifiuto categorico di parti spiegate o di dialoghi strumentali, l’intuizione e la rivelazione dell’intreccio affidate quasi esclusivamente a sequenze di stampo volutamente onirico… c’è tutto questo, c’è altro, ci siamo già passati.

Bisogna dare atto a Refn di una cosa: guardi un suo film e sai immediatamente che non è di Michael Bay, non di Del Toro, né di altri nomi coevi.
Refn è uno a cui piace non solo mostrare, ma suggerire, gettare piccoli indizi come molliche di pane. Poi, una volta seguita la pista fino alla fine, non si sa se ciò che troverete nella caverna delle idee vi piacerà, ma saprete che è roba sua.

E comunque, gestire il dopo-Drive facendo ancora il cinema che vuole lui è di classe, a prescindere dal film.

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Ci sono diverse inquadrature sui personaggi, visti però incorniciati nei vani di porte, ovvero con fasce verticali ai lati dello schermo (le pareti), che secondo me servono a centrare la narrazione sul personaggio inquadrato, a indicare che quegli istanti sono soltanto loro, e di nessun altro, neppure dello spettatore, momenti in cui la storia fa grandi balzi in avanti, ma solo per l’emotività dei protagonisti.

Gioca con le luci, Refn, rosso e blu, specie nel bordello, dove Julian (Ryan Gosling) trascorre le serate in contemplazione di Mai (Yayaying Rhatha Phongam), una prostituta di lusso, che è solita esibirsi senza farsi sfiorare, e legargli le mani ai braccioli della poltrona, con dei collant.

Bangkok è verde e grigia, notturna, così come rossi e blu sono i suoi night club. Atmosfera sulfurea che si sposa coi personaggi limite che si aggirano in questa sporca e immediata vicenda che ci porta dalla ricerca di distruzione totale alla vendetta, alla punizione dei colpevoli (tutti i colpevoli) da parte di Chang (Vithaya Pansringarm), un agente delle forze dell’ordine che segue un proprio codice d’onore, amministrando la giustizia di conseguenza, senza pietà e riguardo (cosa che in un certo senso fa riecheggiare il titolo, che si comprende appieno solo all’ultimo istante del film).

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Colori elementari, quindi, rosso e blu, sullo sfondo dei quali si muovono il nero (con colletto bianco) del vestito del poliziotto, nero come i sacerdoti, il rosso sangue della camicia di Billy (Tom Burke), fratello di Julian, che si mette la maschera per andare a far visita al diavolo, di notte, nelle strade di Bangkok. E il bianco della t-shirt di Julian, che non è innocenza, quanto fuga, rifiuto della realtà, lui è infatti un esule in terra straniera, dove però si occupa di smerciare droga.
Color dell’oro, invece, per Crystal (Kristin Scott Thomas), mamma di Billy e Julian, oro come i soldi che manovra, come i corridoi del lussuoso albergo che occupa.
L’unica che non ha un colore, eccetto il rosso simbolico di una tendina di cristalli che la copre di strisce, è Mai, a cui viene chiesto di indossare un vestito, una maschera, che dopo sarà costretta a togliere. L’unica innocente serba il colore della propria pelle.
Refn, quindi, ancora una volta gioca con l’apparenza, con la teoria della maschera, coi peccati. E lo fa attraverso una sinfonia di morte brutale, che culmina, omaggiando il cinema di Hong Kong, in un locale dove a musica cantata, da dive notturne truccate come bambole, si unisce una tortura tanto improvvisa quanto crudele e al tempo stesso fredda.

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Julian è l’opposto del Ragazzo di Drive, a modo suo un fallito, senza redenzione, ma con un grande rimorso. Uno si aspetta di vederlo picchiare i colpevoli.
Solo che… Refn si diverte a ribaltare gli stereotipi che lui stesso ha indotto a creare, suggerisce piani onirici che spingono a dubitare della realtà dei fatti, per poi far pesare quella stessa realtà, con una conclusione che spiazza e che lascia interdetti.
Alla fine, ci siamo accorti di aver guardato il film attraverso gli occhi dei protagonisti principali, che le mani sono l’oggettivazione delle nostre azioni, non solo il mezzo, ma il simbolo del modo in cui gestiamo la nostra esistenza, siano esse pulite, sporche, da esse dipende tutto, scelta, azione, simbolo, che il cinema è fatto ancora di suggestioni, e che se i registi si limitassero a narrare l’indispensabile, i film tornerebbero a durare novanta minuti, mettendo in scena l’essenziale, evitando il superfluo.
Quindi, lasciando da parte il giudizio sulla storia, rovinata dal trailer ammiccante, e che altro non è se non una storia di perdenti, gente che ha fatto del male e che finisce male, senza redenzione, l’esperienza visiva è gratificante, un rosso Suspiria contaminato di scaglie di drago: rinuncia alla cinetica in luogo dei piani lunghi, rilassati, colorati all’eccesso, eleganti fin nel delirio cromatico, tornando ancora una volta, la scenografia, a essere parte integrante del tessuto narrativo.

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