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Real Steel (2011)

by Germano on 20/01/2012
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Perché un blog di cinema? È una domanda che vi porrete spesso, soprattutto quando si tratterà di scegliere di scrivere di un film che già sospettate essere così così, piuttosto che di un altro, che vi farebbe fare la figura del blogger impegnato, che di cinema ne capisce un botto, con occhiali, pipa e cappello a cilindro.
Inizio a guardare Real Steel, perché appartengo alla schiera degli adulti che continuano a ridere, a prendersi gioco di tutto, eccetto che delle cose serie, e talvolta anche di quelle; faccio parte di Moon Base. Comunque, inizio a guardarlo e ascolto questa canzone qua, unita ai titoli di testa, a un camion che percorre strade notturne e arriva a una fiera di campagna, col paese e le arene dei tori vestite a festa, con sgargianti illuminazioni al neon. Passano i nomi di Hugh Jackman, sempre su queste note, e poi Evangeline Lilly e mi accorgo di pensare a lei spettinata e in canotta su quell’isola, là dove l’abbiamo lasciata tutti.
Infine, scorgo anche un piccolo nome e l’apparizione fugace: Richard Matheson. Questo film è tratto da Steel, un suo racconto. Cazzo, allora potrebbe essere una cosa seria. Potrebbe…
Robot, grande attrazione tecnologica, una di quelle cose che mi fa tornare bambino, mentre stringevo pericolosissimi giocattoli di plastica e metallo, scomponibili. Quando ero piccolo io non moriva nessuno soffocato da pezzi di giocattoli, oppure non si sapeva.
Magia della musica. Senza questa musica, questa recensione avrebbe avuto tutt’altro tono e conosciuto altri sfoghi. E invece no…

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C’è anche un ultimo nome che vedo scorrere nei titoli di testa: Steven Spielberg. E qui, il “mmmhh” pensieroso/dubitativo è d’obbligo. Spielberg ha donato sogni alla mia infanzia. Certo, non è stato il solo, ma uno dei più importanti. Ci sta riprovando da anni, a regalare altri sogni ai bambini di oggi, anche se qui è solo produttore; che ci stia riuscendo, è un altro discorso. Uno sul quale è bene ragionare, affrontando questo film.
Forse ho preso un abbaglio, ma Real Steel è costruito sulla trama perfetta, quella vincente: la trama di Rocky. Tratta di pugilato tra robot, perché siamo nel 2020 e i pugili umani sono stati sostituiti dai robot che possono massacrarsi a vicenda e garantiscono un alto tasso di spettacolarizzazione. È la storia di Atom, robot insignificante recuperato da una discarica, che viene utilizzato da Hugh Jackman e dal figlio Max (Dakota Goyo) per prendersi una rivincita sulla vita e ricostruire il loro rapporto. Atom, da robot sperduto, è protagonista della scalata sino ai vertici della Lega Robotica del Pugilato, fino all’incontro con l’imbattuto Zeus, in palio la cintura di campione.
Atom, eroe del popolo. Sentite anche voi partire la musichetta di Rocky? Sì, ma non solo quella, perché i dettagli del padre fallito (Jackman) che gira in camion dedicandosi al proprio sport (la boxe robotica) insieme al figlioletto che ha appena perso la mamma (ex di Jackman) e deve andare in affidamento ai ricchi parenti richiamano un altro, notissimo film, sempre di Stallone: Over the Top.

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Bene, una sontuosa operazione di riciclo di temi cari, epici e sentiti, contaminati da bulloni e robotica… Eh, ma come dicevo con la mia amica Lucia, stamattina, c’è una differenza abissale tra Real Steel e i film a cui pretende di assomigliare, in quanto a pathos e dramma edificante. La prima, che balza agli occhi, è che non c’è pathos, e il dramma è talmente edulcorato che persino nelle scene “violente” in cui dei tipi loschi arrivano per pestare Hugh che non ha pagato loro quanto doveva, viene automatico lo sbadiglio, e la risatona, quando nella mente sovvengono le parole del cattivone di turno: “Ti ridurrò in fin di vita!” e l’unica cosa che gli provoca sono un paio di lividi in faccia, sufficienti a far guadagnare al povero Hugh una carezza e un bacio da parte di Evangeline. Tutto molto charmant, ma ahimé anche moscio, soprattutto se confrontato con la cattiveria del suocero di Stallone (sempre in Over the Top) e gli occhi da pazzo del suo avversario a braccio di ferro, il ciccione pelato alto due metri e mezzo.
Certe cose le facevano con la licenza, all’epoca, la licenza di poter calcare la mano sul melodramma e non risultare ridicoli, ma fighi.
Ma siccome mi rifiuto di credere che oggi film del genere non li sappiano fare più, propendo per l’altra ipotesi, quella del tocco gentile: dramma familiare sì, bambino conteso sì, amore filiale sì, ma senza commuovere più di tanto, dovessero farci causa, ‘sti spettatori imbecilli…
Ecco più o meno ciò che avviene.

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I robottoni sono ben fatti e simpatici. Il loro essere inespressivi mina il coinvolgimento emotivo nelle scene di lotta; in questo ci si mette pure il realismo del personaggio di Hugh Jackman che a ogni scena non fa altro che ricordare che “tanto, quel robot è solo un pezzo di latta. Se si rompe ne facciamo uno nuovo”. Proprio questo è il punto, prima ci facevano commuovere con un pupazzetto chiamato Gizmo o con un robot impazzito chiamato Numero Johnny 5, adesso è “solo un pezzo di latta”. Simpatico, tra l’altro, che balla, combatte e imita i movimenti di chi gli sta davanti, ma che tale rimane, nonostante una guardata allo specchio muta che sa tanto di autocoscienza.
Da bambino, questo film lo avrei adorato. Oggi lo reputo un tentativo macchiato dalla paura.
Evangeline è sempre bella. E c’è una certa Olga Fonda, nel ruolo della perfida manager di Zeus. Sentiremo ancora parlare di lei…

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