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Pluto, Brenda e la Bestia

by Germano on 26/01/2012
Book and Negative
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Dopo il buon cinema, l’altro. Hills have Eyes, nella sua reincarnazione a opera di Aja, dopo essere scivolato via dalle mani di Craven. Il primo si concesse (o gli furono concessi) pochissimi mezzi, una pochezza di liquidità imbarazzante, che spesso paga lo scotto, per via dei ricchi palati fini che, ormai, assediano le sale cinematografiche, specie dopo che di mezzo s’è messa l’effebbiai. Ma non divaghiamo, Aja prende una bella canzone, di quelle che mi mandano ai matti, e la piazza sullo sfondo di esplosioni atomiche e di una casalinga anni ’50 che prepara l’american pie. Scorrono i titoli. Mi conoscete, questi sono i contrasti che adoro alla follia. Le radiazioni nel film di Craven stanno per arrivare, sono un buon motivo per fuggire. La ferinità degli indigeni assassini è insita nella loro indole, esiste fin da quando sono nati. I mostri di Aja sono brutti e cattivi, però lo sono perché i più cattivi siamo stati noi, a buttargli le bombe atomiche in testa. Una morale flebile, talmente tanto che sembra quasi un inutile pretesto.
Le Colline hanno gli Occhi è basato sulla trama più semplice e efficace che esista, nel suo genere: gruppo di individui che viene massacrato da un secondo gruppo, al quale di solito il primo non ha fatto nulla, se non passare di lì per caso.
Non amo le statistiche, eppure, a volte riservano sorprese divertenti. Brevissima lista, sicuramente incompleta: il più celebre film di questo tipo è Non aprite quella Porta di Tobe Hooper, del 1974, Hills have Eyes di Craven è arrivato tre anni dopo, nel 1977. Nel 2003 è la volta del clone Wrong Turn di Rob Schmidt, con Eliza Dushku (❤), dopo tre anni, nel 2006, arriva il remake di Aja. Massacri di gruppo di tre anni in tre anni, da remake a remake. E il pubblico se li magna sempre.

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Se li magna perché la formula funziona. Il meccanismo intriga nella sua semplicità. La Scream Queen, il fessacchiotto che l’accompagna, gli assassini. Da notare come, dopo il duemila (con la lodevole eccezione di Leatherface), i mostri siano diventati tali anche e soprattutto nell’aspetto. Sono deformi nel fisico, come il Gobbo di Notre-Dame, e a differenza di questo sono corrotti senza speranza anche nell’animo: sono il male perfettamente riconoscibile, per platee di bambocci che se al posto dell’orrido Pluto (Michael Bailey Smith; l’originale, senza trucco, era Michael Berryman) avessero visto, che so, Ridge Forrester (Ronn Moss), gli sarebbe venuto un colpo apoplettico. Ma ammetto che, forse, Ridge è l’esempio sbagliato… credo però che se il film di Aja avesse avuto cattivi bellissimi, il risultato sarebbe stato senz’altro più spiazzante e meno moralistico, oltre che meno scontato. Però, perché c’è un però, la presunta giustificazione, o motivo dell’agire dei mostri, la nuclearizzazione del loro territorio e quindi l’impossibilità, oltre che la volontà, di vivere una vita normale e di non abbandonarsi a brutalità e omicidi è annacquata a dovere, dispensandoci dal soffrire (per chi ne è capace) per il loro status di poveri sventurati che vanno capiti e commiserati, e poi ammazzati. Per i mostri, cattivi per giunta, persino il pacifista amante dei cellulari si trasforma in un Berretto Verde che li massacra con rapidità, precisione ed efficacia mai viste prima. Morale discutibile? E perché, voi ci vedete persino una morale?

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Faccia di Cuoio è venuto su così in anni e anni di sistematiche violenze da clan, la sua famiglia di pazzi. Quelli di Hills have Eyes di Craven sono un altro clan, non sono nemmeno brutti, ma selvaggi. Gli assassini di Wrong Turn sono famelici, cannibali e mostri. Cooperano in squadra da buoni villain e finisce la storia, solo Aja ci fornisce la morale.
Le Colline hanno gli Occhi è visivamente affascinante, per un remake che segue pedissequamente le orme dei predecessore, quasi evitando di incorrere in guizzi registici autonomi, ma contando su un budget più elevato.
La mostruosità degli antagonisti è pareggiata non tanto dall’avvenenza, quanto dalla stupidità dei protagonisti. Che sì, sono bellini, ma anche rappresentanti della mediocrità, più che del ceto medio. Personaggi piatti, disfunzionali, dai quali non ci si aspetta che debbano brillare. Marilyn Burns in Non aprite quella Porta è entrata nella storia del cinema urlando come un’ossessa con un bestione armato di motosega che la inseguiva, bolso ma inarrestabile, e per gli occhi iniettati di sangue, ma almeno Tobe Hooper non ha avuto la pretesa di renderceli simpatici. Erano figure che incontravano altre figure, armate. E così facendo, le abbiamo amate e mitizzate.
E attenzione, non voglio nemmeno dire che il film di Craven sia, rispetto a quello di Aja, il solito capolavoro oscurato dal remake, no. Non mi piace nemmeno quello, pur mancando, sempre per i limiti di budget, degli elementi che penalizzano il più recente, quegli effetti digitali, luci stroboscopiche, fatte apposta per il popcorn, e i quarti di essere umano stipati nelle vasche, perché questi signori, nel deserto, qualcosa debbono pur mangiare, a parte gli armadilli.

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Ecco, variante delle Colline rispetto ai soliti film sui massacri sono i cani. Bella e Bestia, sì, ok, complimenti. Non vengono maltrattati, anche se la femmina deve morire per contratto, diventano protagonisti perché sanno recitare, perché sono bellissimi e vendicativi. I due Bestia, i Pastori Tedeschi giustizieri, si ritagliano un posto tra i quadrupedi indimenticabili del cinema. In quanto cani usati dalle scimmie intelligenti, ahimé, vengono fin troppo umanizzati, e viene loro concessa un’intelligenza superiore che li porta a cacciare senza pietà e uccidere con metodo gli assassini delle rispettive compagne (dei padroni che glie frega?); in questo, il Bestia di Craven è molto, molto più dritto del suo successore; indimenticabile la scena in cui spinge l’avversario per buttarlo nel crepaccio.
Vera attrazione, se si eccettua lo spassoso e vendicativo padre di famiglia, da hippie tecnologico a mathafucka lercio di sangue dalla testa ai piedi.
Uno si domanda dove stia il problema nel film di Aja, che da tutti è considerato un buon remake. Sta nella stupidità dei personaggi, nel loro essere bidimensionali e piatti, nella loro fallita pretesa di accattivarsi le simpatie del pubblico, che dovrebbe parteggiare per loro, ma che alla fine vuole solo il massacro e finisce per fare il tifo solo per il cane, l’unico a cui, tra parentesi, frega qualcosa del fatto che gli abbiano ammazzato la fidanzata. A sentire le domande che superano ogni possibile retorica di Brenda (Emilie de Ravin), infatti, che dopo aver perso padre, madre, sorella, ed essere stata violentata si chiede: “Chi sono? Cosa vogliono da noi questi tizi?”, scatta in automatico il facepalm. Secondo te che vogliono, cara?
Quello che vogliono tutti i mostri, brutti e deformi, senza distinzione. Almeno, non prendiamoci per il culo.

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