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Orphan (2009)

by Germano on 05/11/2010
Book and Negative
Contents

Comunicazioni

Carissimi,
detesto sfruttare lo spazio dedicato alla disamina di un film per darvi tutt’altro tipo di comunicazioni, ragion per cui cercherò di essere sintetico.
Il presente è un articolo speciale: il numero 400. Non so perché, ma quando ho aperto il pannello di controllo per cominciare a scrivere e l’ho notato, quel numero mi ha sorpreso e mi ha dato una piccola gioia. Spero che almeno uno di questi quattrocento post ne abbia dato un po’ anche a voi. Molti altri vi avranno fatto incazzare, altri ancora deluso, la maggior parte, me lo dicono le statistiche, vi sono piaciuti.
E ora, veniamo a noi. È vero il contrario di ciò che diceva Nick, in uno dei commenti all’articolo di ieri: non mi diverto più a scrivere sul blog da un pezzo.
Problema mio, senza dubbio. Si tratta di fattori esterni alla rete, ma anche interni. Dei primi non voglio parlarvi, perché sono faccende personali.
Dei secondi, i fattori interni alla rete, vi posso dire solo che sono stanco di essere frainteso [ah, voi che considero amici non c’entrate nulla, ovvio, ndr]. Chi vuol intendere intenda.
Che cosa accadrà?
Niente, per il momento. Book and Negative andrà avanti come sempre. Io andrò avanti come sempre. Forse dando meno peso alle critiche, pur mantenendo il necessario e imprescindibile rispetto verso tutti, e con maggior sicurezza di prima. Forse anche il divertimento tornerà. Ora, se volete, parliamo del film.

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Bambini

Orphan (2009) è un motivo di soddisfazione ulteriore per l’articolo numero 400. È un film che fa pensare, non riflettere, badate, ma pensare. Poteva essere migliore? Probabilmente sì. Ma è tuttavia un buon film, pur non mancando di tempi morti.
L’argomento è di quelli che non appena si annusa fa accendere fuochi di paglia. Attizza gli animi pronti alla polemica. Senza andare a pescare lontano, citando critici cinematografici e studiosi, persino mia zia (quella vera, non Agonia), semplice spettatrice, ritiene sia discutibile affidare determinati ruoli ad attori bambini. È un misto di prudenza atavica e buon senso, qualcosa che induce a ritenere che un bambino, nel caso si trovi a interpretare ruoli scomodi o scene violente, possa esserne danneggiato di conseguenza, forse nella personalità, un vero e proprio danno emozionale.
Io non ho un’idea precisa a riguardo. Il mio turno è la generazione di mezzo, abbastanza incasinata, più o meno vitale, alla quale viene sottratto il sangue dai datori di lavoro. Forse sono persino un uomo di buon gusto. Non sono un critico cinematografico.
Gli attori bambini di oggi sono straordinariamente bravi. Più le bambine dei bambini, se devo essere onesto. Le ragazze, si sa, si impegnano maggiormente in tutto, si intestardiscono e, trovato il binario, vanno avanti a testa bassa  lanciate come locomotive. Dai loro una sceneggiatura e ne estrarranno, rendendolo reale, proprio il personaggio che fino a quel momento tu, regista, hai solo immaginato.
È stato così per Dakota Fanning, per la sorella minore Elle, per Lina Leandersson e per il suo clone americano Chloe Moretz. Tutte attrici eccezionali. E tutte che hanno dovuto affrontare, chi più chi meno, ruoli al limite.

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[contiene qualche anticipazione]

Esther

Il ruolo di Isabelle Fuhrman, oggi tredici anni, in questo film è quello di Esther. Personaggio ambiguo e magnifico, cui non ha giovato il ritmo blando dell’azione, in alcuni casi soporifero, e la prevedibilità di alcune scene.
“Orphan” è quindi solo un film sui pupi inquietanti, come direbbe l’altra mia zietta preferita?
Sì, anche se è stato capace di suscitare reazioni inneggianti alla censura già dal trailer, da parte di associazioni di genitori, centri d’adozione e altri, indignati da una frase pronunciata da Esther e spavaldamente inserita nel trailer: “It must be hard to love an adopted child as much as your own” (“Deve essere difficile amare un figlio adottivo come fosse un proprio figlio”).
Esther avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni degli autori, una bambina bionda. La versione ridotta del simbolo americano. Oppure un richiamo a certi odiosi episodi di cronaca nera. Un simbolo forte e immediato.
Parlando di dedizione e professionismo, Isabelle Fuhrman, capelli corvini, si presentò ai provini indossando un abito dal taglio classico, collegiale e nastrini sul collo e tra i capelli. Diede forma e vita a Esther. Perfetta.

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Madre

Alla maternità si associa la simbologia e il leitmotiv di “Orphan”.
Esther e Kate (Vera Farmiga) sono le due madri in conflitto per il controllo sulla vita che possono o non possono generare, sulla vita che hanno perso, sulla famiglia che la prima vorrebbe costruire nel suo delirio, la seconda stenta a mantenere unita.
Si inizia con una fase onirica avente Kate come protagonista. Tutto in questa breve sequenza iniziale è prevedibile. Il travaglio di una gravidanza che sta per concludersi nel peggiore dei modi, il dottore dalla voce accondiscendente, le infermiere impassibili che commettono errori, la puerpera, vittima innocente, che è ignorata e trattata come un oggetto.
Kate non è una buona madre. Le colpe che lei tenta di esorcizzare tramite i sogni sono solo una piccola parte dei suoi demeriti. Anche senza lo spettro dell’alcolismo, la sua negatività si percepisce dai piccoli gesti, dal tormento interiore, dalle reazioni spropositate che ha nei confronti dell’altra sua figlia, Max. Ha, però, un marito paziente, che continua ad aspettarla.
È per sua moglie che John (Peter Sarsgaard) decide di adottare un’altra figlia, sostituta destinataria dell’amore inespresso che Kate dice di voler donare.
Esther è quella figlia. Ma, paradossalmente, è una madre anche lei.

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Nucleo

Sapiente, a mio avviso, è stata la gestione dello script. Epurato dalle ridondanze della versione originale che cadeva più volte nell’errore di voler rivelare ogni minimo dettaglio. La versione definitiva fa sorgere interrogativi, ai quali, tuttavia, è sorprendentemente facile fornire adeguata spiegazione.
In Esther c’è una donna adulta bloccata in un corpo minuscolo, ma sviluppato in modo armonico.
La tentazione era dare un quadro preciso di chi Esther fosse e quali eventi l’avessero resa ciò che è. La bravura è essere riusciti a suggerire tali dettagli senza svelarli, donando così a talune scene un’atmosfera straniante.
Così, nella sua natura di piccola psicopatica con tendenze distruttive, con quel caratteristico look classicheggiante da bambola di porcellana, Esther giganteggia divorandosi tutto il film. È una madre perché ha il bisogno intrinseco di vivere determinate esperienze che, a causa del suo stato patologico, le sono sempre state negate. È una madre quando tenta sistematicamente di sedurre i padri delle famiglie alle quali, di volta in volta, è stata affidata. È una madre, quindi, nel suo tentativo di sostituirsi alla figura femminile dominante il nucleo familiare che l’ha accolta. Ed è esattamente come Kate, anche se con esiti inversi, una madre distruttiva, una Medea.

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Disegni

Esther, tuttavia, da sola non è sufficiente. “Orphan” è lungo ed eccessivo. Diviene persino stucchevole quando ammicca, attraverso scene dall’incastro hitchcockiano, a complotti e piccole cattiverie quotidiane che sono palesi ancor prima di trovare compimento. I tentativi di assassinio di Esther in un crescendo di reiterazione e destinati caoticamente seguendo, come la brava pianista che mostra di essere, l’ispirazione momentanea verso chiunque le capiti a tiro, man mano che ella sente l’obiettivo della sua cerca, John, cedere alle sue lusinghe, divengono tanto sistematici quanto noiosi, specie se fallimentari.
Contro una madre, Kate, alcolista, il complotto non solo ha buon gioco, ma è già immaginato ancor prima di essere scritto e inscenato.
Non è tanto la struttura dell’intreccio, pur priva di sbavatura, il punto di forza dell’impianto. Quanto la piacevole ostinazione nel prolungare, in uno stillicidio, la rivelazione finale circa la natura del mostro. Lo scoprire i suoi disegni, visibili e invisibili, entrambi ugualmente spiazzanti, lo scoprire sé stessa nell’accettazione dell’ennesimo fallimento della sua azione. La famiglia che Esther voleva a tutti i costi, mai come ora a portata di mano, si è disgregata velocemente sotto i suoi occhi costringendola a lasciare il personaggio interpretato, la bambina, a struccarsi rivelando i segni del tempo trascorso sul suo volto e soprattutto sui suoi denti, quelli celati indossando una dentiera, e a fare ancora una volta piazza pulita fino al tentativo seguente.
Circa quest’ultima considerazione, appare un vero peccato aver rinunciato al finale perfetto in luogo di uno più rassicurante. Poco male. Quello adatto, breve e conciso, aderente allo spirito del personaggio, è disponibile nei contenuti speciali dell’edizione in dvd.

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Identità

Non un film perfetto, “Orphan”, né dispensatore di brividi in confezione deluxe. In verità nulla di più di ciò che è: un onesto thriller sorretto da una grandissima attrice.
E, se un rischio il ruolo di Esther rappresenta, questo è la scarsa probabilità che, nella carriera di un’attrice o di un attore si possa presentare di nuovo una parte così interessante e borderline. Lo sapete, quei personaggi che producono associazioni mentali immediate, identificazione dell’immaginario cinematografico e dell’essere umano. Quando l’identità dell’attore scompare per lasciare il posto, unicamente, al suo alter-ego di celluloide. Brutto affare.

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