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Number 23 (2007)

by Germano on 24/03/2011
Book and Negative
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Stamattina riposo. Ho un’emicrania che mi sta spaccando la testa in due. A un certo punto, dato che me lo sono procurato, ho deciso di mettermi a guardare Number 23, anno 2007, di Joel Schumacher. Attrattiva principale, Jim Carrey che la smette di fare le sue facce da idiota e prova a cimentarsi con un ruolo atipico, in quello che può essere definito un mistery thriller.
Ne vidi una mezz’ora abbondante in tv, più di un anno fa. Ovviamente, come sempre accade in tv, fu trasmesso a un orario inurbano per far posto a qualche altra minchiata definita intrattenimento.
Ebbene, quella parte vista in tv mi intrigò. E Jim Carrey, faccia distesa, finalmente, mostrava dei lineamenti spigolosi a dir poco interessanti.
No, tranquilli, non mi sono fottuto il cervello. Dai titoli, infarciti di numeri 23, avevo anche appreso che del cast facevano parte Virginia Madsen, Lynn Collins e Rhona Mitra. Se non sapete chi siano vi consiglio di farvi un giretto in rete, prima di continuare.
Insomma, Carrey che fa il serio, tre donne affascinanti e in più un thriller basato su un numero “magico”, oppure “mistico” o “diabolico”. O forse tutt’e tre le cose.
Dietro, lo zampino di William S. Burroughs. E questo, vi confesso, fa precipitare la situazione. Almeno per quelli, come me, tra di voi che sanno cos’è Il Pasto Nudo. Una roba neppure per pochissimi: ma per nessuno in particolare, forse.
Ma oggi, come ho detto, ho l’emicrania. Sembra non c’entri nulla, ma è importante per capire.
Mi sono deciso a uscire per passare in farmacia. Mi sono accorto che le pillole erano finite. Ho guardato l’orologio: erano le 10 e 33.
Ho fatto un rapido calcolo: 33 – 10 = 23. Oppure 33 – 1 – 0 = 32 ossia 23 al contrario.
Sono uscito. Ho acquistato una confezione di pillole all’ibuprofene da 24. Ne ho subito presa una. 24 – 1 = 23.
Vi confesso che mi sono messo a ridere.

***

Ok, sembra che il numero 23 si sia incazzato e ce l’abbia anche con me. Il fatto è che dubito che si possa davvero impazzire per una cosa così. Comunque, ci si deve credere e si deve sospendere l’incredulità, prima di schiacciare PLAY. Cosa che ho fatto.
Per essere di Joel Schumacher, il film non abbonda di squartamenti e sangue. Cosa atipica, come la presenza di Jim Carrey. Si struttura, invece, sui colori.
Anche i colori sono numeri, e qui tutto, anche i minimi dettagli sono basati sul 23. Somma, risultato, sottrazione, accostamento. C’è il caso che, se vi ci mettete d’impegno, esaminando ogni singolo fotogramma, lo vediate spuntare ovunque, quel numero
Dal punto di vista della tensione non è uno stratagemma incredibile, devo confessare. Però è apprezzabile il tentativo della regia e di chi ha curato la sceneggiatura, in modo tanto maniacale.
Per dirne una, coincidenza oppure no, se sommate il numero di lettere che compongono i nomi dei due attori principali, Jim Carrey e Virginia Madsen, indovinate un po’ qual è il risultato?
Dite la verità, scappa un po’ da ridere anche a voi.
In ogni caso, colori, dicevo. Il rosso della casa dove abita Walter Sparrow (Carrey) insieme alla mogliettina (Madsen) e al figlio tredicenne. E il rosso del libro intitolato The Number 23, uno pseudo-biblium che è alla base dell’intreccio.
Rosso sangue, viene definito all’interno del film. Ecco, quello da solo impreziosisce le inquadrature e lo fa diventare piacevole da guardare. Contrariamente a quello che di solito si dice del colore rosso,  ossia che metta a disagio.
Utilizzo del colore, quindi e chiaroscuri. Luci soffuse e un libro sgualcito, con la copertina consumata, fatto di fogli dattiloscritti o vergati a mano. Insomma, dal punto di vista estetico, il film è curatissimo. L’oggetto libro sembra, una volta tanto, appetibile, persino nelle parti che vengono lette a voce alta o fuori campo: sembra si sia fatto ricorso a uno scrittore di mestiere, persino bravo, per decrivere il passato di Fingerling, il protagonista di quello che si rivela essere un noir, o una detective story.

***

Sparrow legge Il Numero 23 e oltre a restare affascinato dalla teoria del numero magico, ne è sempre più coinvolto a livello personale, dal momento che in esso egli ravvisa elementi comuni al suo passato, quasi che il protagonista, perseguitato dai numeri, fosse stato basato su di lui, e il libro, fatti di sangue in esso narrati a parte, fosse la storia della sua vita.
In breve, così come il protagonista cartaceo, Sparrow diviene ossessionato dal numero 23 che comincia a spuntare ovunque nella sua vita e dalla reale identità dell’autore del libro, sotto pseudonimo.
E qui, devo ammettere, la sapiente costruzione dell’atmosfera cede il passo a una tarantella di numeri e a una paranoia che, a tratti neanche brevi, risulta essere risibile e sfocia nel comico più spinto.
Ok, crediamo al fascino dei numeri. Crediamo alle facoltà del numero 23 che sembra precedere o seguire gli avvenimenti importanti della vita degli uomini ed essere alla base di certi equilibri cosmici. Se non ci credete, fate un altro giretto in internet. Crediamo pure a tutto questo, dicevo, ma davvero risulta difficile credere che un uomo che ha una vita normale, un lavoro normale (per quanto noioso; fa l’accalappiacani) e una famiglia che lo ama, mandi tutto a puttane perché, ad esempio, ha notato che la moglie possiede 23 paia di scarpe.
Va bene tutto, anche la soluzione kafkiana dell’intreccio, ma certe cose proprio no.
Anche volendo indulgere nella rappresentazione, difficile ma al tempo stesso fascinosa, della follia, ci sono certe cose che o vengono trattate a fondo, come si deve, oppure è meglio lasciar perdere. Mi riferisco anche alla cabala del numero 23, elemento portante del film, ma che viene liquidata come sciocca superstizione dal solito professore universitario che si mette lì a snocciolare qualche cifra. Tutto troppo accennato.

***

Attori non pervenuti. Eccetto Jim Carrey che, però, quando non mette su le facce, sembra, non so, un gigantesco adolescente. Direi che come prova non è neanche malaccio. Magari non è stato supportato dal ruolo. In effetti, immaginatevi voi al suo posto a delirare su un solo numero per un’ora e mezza di film. C’è di che andar matti, in effetti.
Insomma, tentativo interessante, guardabile, a tratti noioso e involontariamente comico. Che fa nascere, se vi ci mettete, situazioni di vita reale innocue e grottesche. Perché se ci provate a cercarlo, quel cazzo di numero spunta dovunque. Come tanti altri numeri, suppongo. Niente di mistico, in questo. Proprio come nel film.

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