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Marionette, scienziati pazzi, casalinghe e lampi nucleari: la fantascienza negli Anni Cinquanta

by Germano on 26/09/2013
Book and Negative
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Dovete sapere che in un tempo fecondo, quando ancora mi facevo strada, timido timido, nel cattivissimo mondo dei blogger del cinema (fatto di invidie e frecciatine e/o di lodi sperticate che sanno di slinguazzate), su Book and Negative si trattava di Anni Cinquanta: la Golden Age of Hollywood, la magia del Silver Screen, la fantascienza cartonata e paranoica del periodo.
Era diventata, più o meno, uno dei temi dominanti di questo posto, quella passione insana per il manicheismo dell’epoca; ché, se è vero che si combattevano mostri orribili e giganteschi, era altrettanto stabilita come condicio sine qua non che, se tali esseri esistevano, era quasi sempre colpa dell’uomo.
Parliamo del classico incidente di laboratorio. Dello scienziato pazzo (o incosciente, o entrambe le cose), che andava a toccare, per amore della scienza, una particolare branca del sapere che non doveva essere sfiorata. E quindi parliamo di giusto castigo, che viene a noi, la razza umana, sotto forma di monstrum: prodigio.
Non più gli dei, ma la natura stessa ce la fa pagare.
Parliamo, allo stesso tempo, e del marito che lavora, auto-munito (le belle auto dalle forme gentili del periodo, una Ford o una Cadillac, verniciate di colori pastello), sicuro di sé, della figlia coi boccoli biondi che sussurra “daddy” e lo guarda adorante (insieme alla mamma) come se il papà fosse eroe e risolutore di qualunque problema (c’era persino una serie televisiva, a riguardo, Daddy Knows Best), e della moglie bellissima, elegantissima e spietata padrona della casa, arredata con sfarzo e pulita e ordinata, persino quando era impegnata in cucina a preparare la torta di mele che avrebbe servito quella sera stessa, al marito, di ritorno dal lavoro. Il tutto, come sempre, all’ombra dei (possibili) lampi nucleari.

Sicché io i fifties me li sono sempre immaginati con la silhouette di una casalinga con la permanente che tira fuori una teglia dal forno. Fuori della finestra, oltre il giardino con lo steccato bianco, sullo sfondo, un fungo atomico.

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Ma non solo io: questa particolare immagine dei fifties s’è deformata attraverso specchi d’incubo, fino a rasentare il delirio familiare, perché difficilmente, oggi, si può pensare a un tale quadretto di perfezione socio-strutturale e per di più felice. Anch’io stento a crederlo, e mi aspetto, vedendo i film del periodo, che l’attrice di turno, pur non potendo, abbia un attacco isterico da un momento all’altro e sferri coltellate a tutti.

Eppure, nonostante il tempo passato, la passione estetica per il decennio aureo è intatta. Un luogo della storia così colorato e ornato di sorrisi educati, filtrato attraverso l’argento dello schermo, il bianco e nero, colore snob, che dicono comunichi più di ogni altro.
Alieno perché lontano nel tempo, ma affascinante come nient’altro.

Questo articolo perciò lo dedico ad Alex, che tanto ha insistito perché mi occupassi di nuovo del cinema Anni Cinquanta, e a me stesso, perché ho riscoperto quanto mi piaccia questa parentesi dell’arte.
Oggi trattiamo di marionette:

Amazing colossal man

Attack of the Puppet People è del 1958, per la regia di Bert I. Gordon, e pur essendo parte e prodotto del decennio, se ne discosta.
È il tipico film commerciale, concepito e strutturato per cavalcare l’onda del momento, The Incredible Shrinking Man (1957), e fare un sacco di soldi (almeno nelle intenzioni) emulandolo. E meravigliando le platee con gli effetti speciali.
È anche, credo, uno dei primi film a fare metacinema, in senso letterale (e strumentale), visto e considerato che contiene, in esso, la pubblicità di un altro film coevo, sempre a base di dimensioni alterate, The Amazing Colossal Man, del 1957 anche questo, e dello stesso regista, tramite una scena ambientata in un Drive In in cui viene proiettato questo film.
Il titolo, Attack of the Puppet People è tipico del periodo. Serviva, più che a identificare la storia, a denunciare il genere.
La parola Attack era quasi sempre associata ai film di fantascienza, genere assolutamente di serie B, i cui film, come quelli dell’orrore, non avevano (né potevano avere) altro tipo di valenza o ambizione, se non l’intrattenimento delle masse.
Ma più che altro finiva come viene mostrato in questo stesso: i film scorrevano proiettati sullo schermo del Drive-In, mentre le giovani coppiette pomiciavano in auto. Nessuno andava al cinema per guardare davvero il film, ma per comportarsi da ribelle.

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In un luogo segreto si discuteva, giorni addietro, dei film scaturiti dall’idea di un minuto, ovvero della capacità di alcuni autori di espandere una suggestione di un attimo fino a farne un film intero.
L’intreccio di Attack of the Puppet People è semplicissimo: c’è il solito scienziato pazzo che ha inventato il sistema di miniaturizzare le persone.
Quindi avremo a che fare con un gruppo di sei attori miniaturizzati, che interagiranno con un set composto di elementi giganteschi.
Facile capire che l’unica attrattiva, in questo genere di operazioni, era la promessa del sense of wonder. Il meravigliarsi di fronte alla riproduzione, affidata alla finzione scenica, di una realtà fantastica. E nient’altro. Il contorno, le motivazioni dell’agire dei protagonisti, erano accessorie o poco più.
Anche se, col senno di poi, la realtà dei fatti sembra sempre più profonda di quanto appaia.

Mr. Franz (John Hoyt) è un costruttore di bambole, un Geppetto, che, lasciato dalla moglie, decide di impiegare le proprie arti per ridurre le persone che gli piacciono a bambole, in modo da non essere più abbandonato da loro.
Il ritratto che ne esce, al di là della parentesi fantascientifica, pure giustificata (ma ci arriviamo tra poco), è quella di uno psicopatico moderno, che esorcizza i propri disturbi proiettandone la colpa sulle vittime. Mica poco. Tra l’altro Hoyt ci mette del suo, caratterizzando il personaggio con una cadenza di linguaggio e movimenti ambigui.
L’idea di Mr. Franz è che è vero che i piccoli esseri dipendono totalmente da lui, una volta creati, ma sono allo stesso tempo liberi da ogni affanno terreno: bollette da pagare, vincoli sociali, responsabilità e altre cosette tipiche della vita moderna. Devono solo limitarsi a vivere e a “essere gestiti”, come burattini (inquietante, in tal senso, la sequenza finale, dove i miniaturizzati sono costretti da Franz a interagire, su un palco minuscolo, con una marionetta da lui manovrata) e dovrebbero persino ringraziarlo di questo nuovo stato di esistenza.

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La miniaturizzazione consiste in un variare del principio di frequenza della struttura atomica degli esseri viventi. Quindi, ancora una volta, è l’atomo a essere sotto processo, vero spauracchio del periodo. In sostanza, Mr. Franz, non si sa come, ha messo a punto una macchina che varia la struttura atomica al variare della frequenza e ne altera la proiezione: come fosse una diapositiva, quindi, le dimensioni della creatura sottoposta al trattamento possono variare, dal molto grande al molto piccolo.
A metà film inizia il vero spettacolo, con gli attori che, come detto, si muovono in ambienti quotidiani ma sproporzionati e adoperano oggetti enormi: fogli di carta, matite, barattoli di caffè usati come vasche da bagno, fili del telefono come robuste corde per scendere dai mobili altissimi e via dicendo.
Maestri artigiani all’opera sul set per ricreare, in modo che fossero apparentemente funzionanti (la ghiera del telefono per comporre i numeri ruota realmente, ad esempio), gli oggetti d’uso comune, progettati però per i giganti.
Si assiste, come sempre, al terrore che il quotidiano possa diventare da un giorno all’altro, da un momento all’altro, ostile.
Quotidiano rappresentato da quel ritratto tipico degli anni Cinquanta, pur con qualche variante ribelle, che consisteva in: donne autonome in cerca di lavoro o che indossavano i pantaloni (!). Eppure June Kenney, la protagonista, è esteticamente la Signora Americana, sempre elegantissima, in una casa ordinatissima, anche appena alzata al mattino, con l’acconciatura perfetta e proporzionata dalla messinpiega. La Signora della Casa che è anche screamqueen e diviene, insieme al suo compagno, marionetta.
Nel ’58 quindi c’è un profondo disagio sociale, che esorcizza il fallout come può, e lo presagisce anche, con astruse teorie scientifiche, e che vive quasi con timore i cambiamenti, ma non teme di proporli, forse anche grazie alla schermatura naturale della fantascienza, ora come allora un genere che non poteva di certo essere preso sul serio dagli intellettuali conservatori e bacchettoni.

Alla prossima puntata.

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