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L’Esorcismo di Emily Rose (2005)

by Germano on 04/11/2010
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Ieri notte, come molte altre persone, ho visto questo film.
Prima di cominciare a discuterne, vorrei fare due considerazioni. Saprete di certo che trattasi di opera ispirata alla vera storia di Annaliese Michel, una ragazza tedesca morta per disidratatazione e malnutrizione (cause ufficiali) dopo essere stata sottoposta, per mesi, al rito dell’esorcismo.
Ecco, sembra proprio che sia impossibile evitare, ogni volta che si affronta questo film in particolare, strascichi di polemiche riguardanti l’avvenimento reale. Emily Rose diviene Annaliese Michel. Il finto processo mostrato in questo film diviene il vero processo ai sacerdoti e alla Chiesa.
Io gradirei che qui, in questo blog cinematografico, si discutesse, se vi va, solo del film in quanto tale, senza sconfinare nel mondo reale, senza se e senza ma, e soprattutto senza emettere sentenze che, per quanto meditate o ragionate e supportate da fatti o presunti tali, appaiono, non c’è altro modo, sempre e soltanto parziali.
Di questa sfortunata ragazza, Annaliese, e della sua storia, d’altronde, ci sono ampie testimonianze e articoli su decine di siti web. Esistono, persino su YouTube, spezzoni audio di ciò che fu fatto ascoltare al processo, frammenti dell’esorcismo. Ognuno, se vuole e ne sente la necessità quindi, può farsi un’opinione in merito.
Qui si discute solo e soltanto de L’Esorcismo di Emily Rose (“The Exorcism of Emily Rose” 2005), per la regia di Scott Derrickson.

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[contiene una valanga di anticipazioni]

“Ispirato a una storia vera”

E dico subito che, in quanto tale, il film è neanche brutto, è proprio pessimo.
“Ispirato a una storia vera” è soltanto una sfumatura per inscenare un legal drama, o thriller, inframmezzato da stolidi momenti di horror sovrannaturale, di impostazione classica, che altro non fanno che mostrare una parzialità di giudizio rivoltante.
Ma, andiamo con ordine.
Emily Rose è una giovane studentessa appartenente a una famiglia profondamente religiosa, talmente tanto da rasentare il bigottismo e che vive opprtunamente a Silent Hill, in una casa di campagna immersa nella nebbia… Ammessa al college con borsa di studio, inizia a soffrire di crisi convulsive, cui si attribuisce quasi subito natura epilettica, e di stati allucinatori, probabili conseguenze di una psicosi latente. Un amico di Emily, Jason, assecondando la richiesta del padre della ragazza, accetta di ricondurla a casa dove il sacerdote locale, Padre Moore, stabilita, al contrario, una causa sovrannaturale per i disturbi di Emily chiede e ottiene, sia dalla ragazza, sia dalla famiglia, sia dall’Arcivescovo locale, l’autorizzazione a sottoporla al Rituale Romano dell’Esorcismo, atto a liberarla dall’entità che ha preso possesso del suo corpo.

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Il Babau

Il flashback è una scelta narrativa odiosa. Non solo in questo film. Lo è sempre, almeno dal punto di vista dell’attesa. La uccide e lascia le briciole. Briciole di storia.
Fin dall’inizio si sa che Emily è morta. Fin dall’inizio si sa che la morte non può essere imputata a cause naturali. Fin dall’inizio si sa che, ciò che si andrà a vedere, è la stanca ricostruzione, fatta in tribunale, di eventi già accaduti e finiti. Emily è un oggetto, non solo ora che è morta, anche durante il suo passato, quando esulta insieme alle sue sorelle per l’ammissione all’università, quando subisce l’aggressione da parte dell’entità invisibile, del diavolo. Quando comincia a parlare in sei lingue diverse e fa fuggire i cavalli da dentro la stalla.
Ho parlato di aggressione da parte del diavolo perché, nonostante si parli di alternativa razionale, di disturbi clinici, di patologie mentali, è evidente, e piuttosto seccante, la preferenza di regista e produttore, per l’ipotesi sovrannaturale.
Non bastassero le pupille dilatate al massimo di Emily, la sua sovrumana capacità di torcere il busto all’indietro, i volti satanici e distorti che ella vede in tutti coloro che le sono vicini, per un motivo o per l’altro, ci si mette anche il demonio in persona, in veste di sagoma nera chiccosa che accende e spegne le luci, si manifesta con la puzza di bruciato [non sarà mica zolfo?], sbatte le porte e va a rompere i coglioni, ogni notte alle tre, sia all’imputato, come un semplice sfottò, ritengo, sia, e qui siamo su livelli epici di comicità involontaria, all’avvocato che difende il prete. E, ok, siamo d’accordo che è una bella donna, l’avvocato, ma non si capisce quale motivo possa mai avere, il principe delle tenebre, a favorire, anziché lo scetticismo del legale, necessario perché il sacerdote venga condannato, un rafforzamento del lato spirituale della stessa, così da coinvolgerla pienamente nel caso e farle dare il meglio di sé.

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Nessuna mega-stronzata, ultimamente?

Poi, siamo seri, ma se il film avesse voluto conservare un briciolo di dignità, ‘ste sceneggiate gotiche notturne avrebbe dovuto scordarsele. Con gli orologi che si fermano alle 3 puntuali, le tre di notte, l’ora del demonio, contrapposte alle 3 del pomeriggio, l’ora dei miracoli, per concludere con l’apoteosi della tamarrata, ovvero che l’esorcismo di Padre Moore  (Tom Wilkinson) inizia la notte di Ognissanti, Halloween! Olé!
Notte di Halloween? Una scelta un po’ teatrale! osserva Erin (Laura Linney), l’avvocato, quasi che il regista, lo sceneggiatore o chi per loro, abbia voluto dire: “Sì, lo sappiamo che è una mega-stronzata! Ma ve la diamo in pasto ugualmente”.
Ancora più comica la risposta dell’imputato, Padre Moore: Quella di Halloween è una tradizione che ha origine da antiche leggende che si fondano, però, su un reale incremento dell’attività degli spiriti…
Certo, come no. E ve lo dico da credente, che cosa pensate?
A questo punto è chiaro che tutto l’impianto del film ha virato bruscamente verso il comico-sovrannaturale.
Pensate, poi, che tutte queste dichiarazioni vengono fatte in tribunale, durante un processo, opposte a referti medici e pareri di esperti.
Il problema principale non è tanto nei contenuti trattati,  medicina opposta a religione è un dibattito all’apparenza sempre affascinante, ma piuttosto che, così come è stato messo su, il processo è farsesco. Non ha, né si sforza di avere, la minima credibilità o imparzialità.
È un’accozzaglia di misticismo, credenze popolari, suggestioni pseudo-orrorifiche, dove si giunge a sostenere la pura follia: i medicinali assunti da Emily per curare l’epilessia hanno ostacolato l’esorcismo!
Arrivati a questo punto, non resta che cambiare canale perché è stato superato abbondantemente il punto di non ritorno della decenza.
Ma, di solito, è una cosa che non faccio mai, cambiare canale. Infatti, sono rimasto a guardare per vedere il prete condannato a dieci anni, da considerarsi già scontati!
Minchia!
Mi sovviene Robert De Niro/Al Capone:
Vostro onore, ma che razza di giustizia è questa!?!

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Jennifer, la moglie di Dexter

Non tutto il male viene per nuocere, però. A parte che sono da sempre sensibile al binomio ragazza/diavolo-che-la-possiede, nel senso che è una delle poche cose che mi spaventa da matti, Jennifer Carpenter, l’attrice che intepreta Emily è eccellente. Contorsionista, riesce ad assumere pose plastiche sovrumane, con le quali ha rischiato di mandarsi al creatore da sola spezzandosi la spina dorsale, e non ha avuto bisogno di trucco per rendersi orribile. I due mecha raffiguranti le sue fattezze, costruiti per contorcersi come burattini impazziti, giacciono ancora inutilizzati in qualche capannone hollywoodiano. Ed è lei che regala l’unico momento di tensione del film.
Immaginate di svegliarvi e di trovare la vostra ragazza sul pavimento piegata in due che vi fissa, a testa in giù, nel cuore della notte [alle tre in punto…, ndr]. Morireste, o no?

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La recensione di Elvezio

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