Le Volpi

by Germano on 11/03/2021

La passione per la narrazione l’avevo fin da ragazzo, leggevo e guardavo tanti film. E soprattutto, acquistavo riviste. Sì, comincio a essere abbastanza vecchio da poter dire che ai miei tempi l’unica maniera per informarsi su cosa stessero combinando attori e registi era tramite le riviste cartacee. Strana sensazione.
Dicevo, ricordo di aver letto un articolo su Michael Mann, più precisamente su Heat, un lettore s’era accorto che il film con De Niro e Pacino era spaventosamente simile, per non dire identico, a un’opera precedente dello stesso Mann. E il recensore non ci vedeva niente di strano.
E nemmeno io, oggi, parlandovi di Foxes.
Perché certe idee diventano ossessione.
E gli autori provano e riprovano a metterle in scena, senza sosta, fino a quando ciò che hanno realizzato non corrisponda esattamente a ciò che è nella loro testa.

Lorcan Finnegan e Garret Shanley sono le menti dietro Vivarium, (qui l’articolo su Melange, che vi invito a leggere), e sono i due che, nel 2011, hanno dato vita a questo corto, Foxes.
Gli elementi ci sono tutti: una coppia in crisi, una casa tra le tante di schiere e schiere infinite di villette vuote tutte uguali.
La natura, la desolazione, che diventa sia fisica che mentale.
Il corto lo potete vedere su YouTube, in chiaro, caricato sul canale dello stesso Finnegan.
Dura all’incirca un quarto d’ora. Ma visto che non violiamo nessuna legge, ve lo carico qui.



Ora, a parte i richiami ancestrali delle volpi nella brughiera, meravigliosi, e le vestigia di un’umanità che se non è distrutta poco ci manca, quello che più scuote di Foxes è la solitudine rappresentata con tale modernità, che quasi risente di una sorta di preveggenza.
Perché in Foxes non c’è dietro un’intelligenza-orologio che riduce i protagonisti di Vivarium (anche loro una coppia) in “complicazioni” scandenti il ritmo del sistema stesso. Ingranaggi poco più che senzienti chiamati a svolgere un compito, quale può essere quello di allevare una cucciolata.
E, come detto, non c’è un’apocalisse in atto.
C’è stato solo un brutto affare.
La coppia ha comprato una casa in un nuovo complesso residenziale che nelle intenzioni avrebbe dovuto ospitare centinaia di famiglie, ma che ha finito per essere una sorta di città fantasma. Un sepolcro a cielo aperto per la civilizzazione umana.

Ellen e James sono gli unici inquilini di questa zona del Crepuscolo, in cui il tempo scorre tutto uguale. Segregati in casa loro malgrado, ma perfettamente capaci di collegarsi col mondo esterno tramite telefono e computer.
Abbastanza da sentirmi talmente in sintonia con loro, o meglio tra il loro forzato isolamento e il nostro coevo.
Perché sì, possiamo raggiungere chiunque, ma continuiamo a essere soli.

Questo complesso residenziale coperto da luci ocra e da una notte ovattata (una o più notti non fa differenza) finisce per diventare una terra di confine, riconquistata momento dopo momento dalle volpi, i cui richiami scavano nell’inconscio di Ellen e ne trasfigurano la crisi sentimentale e umana.
Che oggi è diventata la crisi di una generazione chiusa in casa.

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