Crea sito

Le cronache dei morti viventi (2007)

by Germano on 13/08/2011
Book and Negative
Contents

Altrimenti noto come Diary of the Dead. Ovvero, come Romero ha scoperto il mockumentary con una trentina d’anni di ritardo.
Forse di questo film sapete tutto e meglio di me, ma in fondo è il 13 di Agosto, ci aspettano due giorni di festa e di leggere il blog non gliene frega niente a nessuno. Il guaio è che sono un irriducibile convinto che questo posto virtuale abbia un senso e un valore. Quindi aggiorno, con parole al vento. Proprio nella stessa maniera in cui aggiornano gli altri, super-cazzoni arroganti che si credono chissà chi, e che aspetto di poter incontrare di persona per spiegar loro due o tre cosette.
Prima di parlare del film, voglio fare un patto con voi. Parliamo di Romero, se vi va, ma solo di questo Romero, quello attuale. Troppo facile rifugiarsi negli anni sessanta, o nel Monroeville Mall a ricordare vecchi fasti che rischiano di diventare come Suspiria per Dario Argento, un monumento alla memoria. Quindi, solo del Romero odierno, d’accordo?
Bene. E il Romero odierno è vittima di autismo creativo. Quello che gli impedisce non già di staccarsi dal mito che egli stesso ha ri-creato, ma quello che gli vieta di aggiornarsi, di re-inventarsi, di spacciare come nuova e appena cotta, una minestra riscaldata di quasi mezzo secolo fa. Difficile da mandare giù, figuriamoci da digerire.

***

Va detto che, della nuova trilogia avevo visto i capitoli peggiori. Land of the Dead e Survival of the Dead, inutili entrambi, scompaiono se messi a confronto con questo Diary. E il film, preso singolarmente, non è neppure tanto brutto. Nella media del cinema odierno, tendente all’essai d’autore, prodigo di circonvoluzioni introspettive tanto quanto idiote, oppure al bieco intrattenimento per scimmie cosiddette intelligenti, capaci persino di indossare gli occhiali 3D, certi spettacoli risplendono di luce sinistra, a mostrare che il cinema vero ce lo siamo proprio lasciato alle spalle.
A rafforzare l’idea dell’omaggio a un tempo che non c’è più, ci pensa, complici di Romero, un gruppo di vips chiamati a fare le voci famose durante la fine del mondo, da King, che ormai campa di frasi fatte, a Tarantino , all’onnipresente Savini. Per la serie, sono io Romero, e trent’anni fa ero un figo, e la gente se lo ricorda. Ora, invece, mi limito a godere della mia piccola nicchia di fama, e vengo a voi con la telecamera in spalla, dandovi in pasto un film girato in ventitré giorni, ma che sa di già visto, oltre che di stupido. Proprio così. Questo film è stupido. Figuratevi dove colloco gli altri due che l’hanno rispettivamente anticipato e seguito.

***

D’altronde, se si può e si deve parlare male di Argento, che ora s’è messo a fare Dracula in 3D (si veda la sezione relativa alle scimmie intelligenti), non vedo perché si debba tacere su un individuo (Romero) che, si dice, voglia rifare Profondo Rosso. Un duo, Argento-Romero, degno ormai delle peggiori coppie diaboliche da cronaca nera. Per non andare a scomodare il già citato autismo creativo. Auto-isolamento, nel proprio reame fatato creato decenni prima che si sgretola sotto i colpi dell’auto-riciclo.
E allora, per una volta, sono d’accordo con Alice: cazzo, non mi venire a raccontare, caro Romero, che non ne sai nulla di Cannibal Holocaust.
Questo per dire che, nell’anno domini 2007, ok, ci può essere l’apocalisse degli zombie, ma non il solito coglione che vuol filtrare la realtà attraverso gli occhi della telecamera perché, anziché pensare a salvare la pelle, vuole testimoniare per quelli che verranno. Per carità, ho le mie idee in fatto di apocalisse, ma ritengo idiozia estrema un simile atteggiamento. Con accanto uno così, l’apocalisse ti mangia ancor prima di cominciare.
Escludendo, quindi, o meglio bollando come obsoleto il presunto sottotesto della realtà filtrata, che raggiunge l’apice della baggianata nelle pseudo-interviste al cast dei sopravvissuti, e sorvolando sull’essenza della morte vivente, mai così ignorata come in questo film, resta il metacinema di serie b.

***

Ovvero, la mummia che insegue la screamqueen che si strappa il vestito e mostra le tette. Ecco, lo straordinario sottotesto e/o simbolismo di Romero in questo Diary of the Dead. Il resto, sono solo zombie.
E tralasciamo gli spin-off, le gang di sopravvissuti ansiosi di fare del bene, emuli di Maria Teresa, e tutte le altre cose, bla, bla, bla…
Momenti positivi, il vecchio amish dinamitardo e, in generale, le tante uccisioni che non sprofondano nel ridicolo involontario, più qualche altra sequenza che basa la propria efficacia non tanto sulla maestria della mano dietro la cinepresa, quanto sulla meccanica: telecamera che avanza in corridoio buio, di solito, è uguale a spavento garantito. E tanto basta.
E ripeto, questo è un capolavoro rispetto a Land e Survival, che, con rispetto parlando, fanno schifo. È ora di finirla, se siete stufi di certa critica leccaculistica, di considerare alcune figure intoccabili. La vostra, se così siete, è la logica oscurantista tipica del medioevo, che vi impedisce di vedere.
È ora di aprire gli occhi, invece.

Altre recensioni QUI

Fonts by Google Fonts. Icons by Fontello. Full Credits here »