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Lanterna Verde (2011)

by Germano on 05/07/2011
Book and Negative
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Sorprendente è il fatto che, in un’epoca in cui si inglesizza quasi tutto, compresa la nostra lingua italiana, qualcuno abbia avuto l’ardire di tradurre il titolo di questo film, Green Lantern, che diviene così una ben più prosaica Lanterna Verde, una specie di semaforo impostato sul permesso di transito perenne, una lampara, qualcosa, insomma, che non riesce a incutere timore e rispetto neanche per sbaglio. La volontà, che pure gioca un ruolo decisivo in questo film, non può nulla.
E quella del titolo tradotto è, ahimé, l’unica sorpresa di questo film.
Prima di dirvi perché, però, è necessaria una premessa: ormai ho perso il conto delle volte che ho dichiarato di non leggere molto. Un po’ perché la vista si stanca, un po’ perché la narrativa (quella scritta da tutti gli altri) mi annoia. Eppure, c’è stato un tempo in cui credevo che la conoscenza, quella vera, fosse custodita dai libri e allora, da adolescente, mi lanciavo in letture pindariche. Tra tutte ne ricordo una, Il Nome della Rosa. Ne ricordo, com’è ovvio, anche la trasposizione cinematografica: era Jorge da Burgos, l’anziano e cieco benedettino quello che ciarlava, sul finale, di arresto del progresso, in tutti i campi dello scibile umano. Sicché, a loro, ai monaci, era stato dato il divino compito di preservare il Sapere. A loro spettava, soltanto, una sublime ricapitolazione.
Dannazione del riso a parte, eccoci giunti, con un migliaio di anni di ritardo, alla eterna ricapitolazione dello scibile umano, in mancanza di ogni ulteriore, e possibile, progresso. Eccoci giunti a Lanterna Verde.

***

È inutile vederlo, questo film. Perché lo conoscete già. Fidatevi. È proprio quello che pensate che sia, un corpus, la cui storia è stata scritta a blocchi, ameni quanto arcinoti, incastrati l’un l’altro. Perché questo tipo di storie funzionano, perché non danno sussulti, perché, soprattutto, non danno contraccolpi legali, e si possono riassumere in comodi cliché.
È la storia dell’apprendistato del Giovine Cavaliere, testardo e scalmanato, a cui la Forza dona il potere di sconfiggere il Nemico.
Nessuno scommetterebbe su di lui, neppure la sua bella, ma lui vince. Contro chi, vince? Contro il Male, quello cattivo cattivo, forte che, eoni prima, le forze del bene, anziché ditruggere, hanno preferito intrappolare in qualche settore perduto. Così, tanto per conservare un po’ di suspense. Ve lo immaginate, altrimenti, un universo senza il Male imprigionato da qualche parte, a meditare vendetta?
Un po’ come i tre Super-sfigati nemici di Superman. Quelli intrappolati nell’iPad intergalattico.
Roba pesante, l’avrebbe definitia Marty McFly. E non perché aveva problemi di gravità.
Lanterna Verde, invece, con la gravità i casini ce li ha e, in mezzo a 3600 suoi simili, tutti coi loro belli anelli verdi e le loro belle uniformi è l’unico, in una società di ultra-saggi, che ammette di cagarsi addosso dalla paura, di fronte al Nemico.
Ed è l’unico che, per questo, vince: perché ha trovato il flusso canalizzatore della Volontà contro la Paura.

***

Guardate, stento a comprendere il perché si possa coinvolgere un attore come Tim Robbins a fare una cosa del genere, recitare in questo film. E basterebbe poco, giuro, a rendere l’esperienza della visione non dico entusiasmante, ma meno barbosa.
Tanto per cominciare, l’inizio, che sa di idiotismo da Lato Oscuro. Tipico di tutti gli Evil Lord delle fiabe moderne, e ancor di più, di quello appartenente alle specie troppo evolute, talmente sagge e intelligenti da aver perso la destrezza persino ad allacciarsi le scarpe. Il Nemico, Parallax, che sfrutta l’energia Gialla della Paura, se ne sta intrappolato nel settore più brutto della galassia. E, fin qui, ci siamo. È già una minchiata di per sé, ma ammettiamo che sia possibile.
Gli Anziani che l’hanno intrappolato lì lo sanno bene, ma, caso strano, se ne fottono, tanto che astronavi non ben identificate ci passano in continuazione accanto, all’Oscuro Signore, ingnare e inconsapevoli del pericolo che corrono. E infatti, dopo il primo guasto al motore, tre incauti astronauti precipitano in un sinkhole apertosi sotto i loro piedi e arrivano dritti dritti in faccia al Signore Oscuro, che se li pappa in un boccone trovando l’energia per liberarsi dalla Mega Prigione.
Ora, se dopo aver letto questa roba qua, che grossomodo corrisponde ai primi cinque minuti di film, non avete nulla da obiettare, be’, è ora di dire le cose come stanno: siete irrecuperabili. Sul serio. Inutile girarci intorno.

***

E, ci ho pensato, non posso neppure dire che è la nostalgia a parlare, per quanto mi riguarda. Non è così.
Rimpiango i film della mia fanciullezza, è vero. Ma, in essi c’era qualcosa di diverso. Sensazioni latenti, non proprio giuste, piccole perversioni, fobie, sogni e speranze. Di sicuro, tutti quei film non erano asettici. Al contrario, erano sporchi.
Non progettati a tavolino per creare una generazione di rincoglioniti che svengono alla vista del sangue, o di una forma anche minima di conflitto, che sia sociale o fisico. Protetti, non si sa bene da cosa. Dalla vita stessa, presumo.
Perché il cattivo è sì cattivo, per carità, ma… non fa male a nessuno. Sbatacchia qua e là i suoi nemici, ma in fondo in fondo è una creatura mite, povera, da compatire. E poi… è brutto. Mica è figo come l’eroe. Il cattivo è brutto e osceno. Un freak, solo che non si può più chiamare così, mostro: è ineducato.
Ecco qua. Questo è il limbo in cui siamo precipitati senza accorgercene. Forse perché ce l’hanno costruito intorno, mentre dormivamo.
Al di là dell’estetica ineccepibile, dei panorami e dei contrasti cromatici, e di quanto possiate o meno trovare ridicolo un tizio chiamato Lanterna Verde, che fa il custode, il poliziotto insomma, del suo settore dell’universo, resta evidente solo una cosa: il tentativo, sistematico, di far rincoglionire gli spettatori, a qualunque fascia d’età essi appartengano, dando loro emozioni edulcorate e, nel frattempo, stando ben attenti a non far aumentare, neanche per sbaglio, le loro pulsazioni. Caso mai, spaventati, possano consumare più aria di quanta ne debbano.
Per cui, se di ricapitolazione si tratta, caro Jorge, non è per nulla sublime, ma soltanto noiosa, come una galera per la nostra mente.

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