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La Terza Madre (2007)

by Germano on 14/02/2010
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Non vi ho fatto aspettare ventisette anni per narrarvi di questo terzo capitolo, ma quasi.
La verità è che pochi di voi possono intuire il disagio che provo nell’accingermi a scrivere.
L’attesa è dovuta alla mia incapacità di accettare la realtà di questo film. Accettare la realtà è sempre difficile.
Così, che ci crediate o no, in tutti questi giorni, intendo dall’articolo su Inferno fino a oggi, l’ho visto e rivisto, l’avrò fatto almeno cinque volte… perché dovevo capire.
Questo mio articolo giunge in ritardo. Un ritardo di tre anni. Tre anni durante i quali su questo film è stato scritto e detto di tutto. Non pretendo di aggiungere nulla di nuovo perché ciò implicherebbe l’invenzione di neologismi atti a descrivere con parole inedite lo spettacolo a cui ho assistito. Ma, se è vero che ogni scritto è personale, allora lo sarà anche questo e allo stesso tempo esso sarà unico e inedito, e piuttosto disilluso.

E dire che io ci avevo quasi creduto. Non ricordo con precisione quando uscì, ma quando lo vidi, il teaser trailer de La Terza Madre (2007), pensai: “E’ tornato!”.
Attenzione, mi sto riferendo al teaser, non al trailer vero e proprio che, a vederlo, già avrebbe tarpato le ali del mio entusiasmo.

Non andai al cinema, no. Né lessi recensioni a riguardo. Aspettai, volutamente ignorante, l’edizione in dvd a noleggio, tutto contento.

Ma ci pensate? La Terza Madre, Mater Lacrimarum, la Madre delle Lacrime.
Quanto può essere evocativo un nome del genere? Quanta forza, quanta mistica esso comunica! Passi per le due precedenti madri, dei Sospiri, sulla natura dei quali si può facilmente ironizzare se si ha l’inclinazione e delle Tenebre, che non si allontana dal solito cliché del Signore Oscuro fantasy, ma le lacrime sono una cosa seria e Thomas de Quincey ce lo scrive:

“La maggiore delle tre è chiamata Mater Lacrimarum, Nostra Signora delle Lacrime. È lei che notte e giorno delira e geme, invocando volti scomparsi. Ella fu a Roma, quando si udì un suono di lamenti: Rachele che piangeva i suoi figli, rifiutando ogni conforto. Ella fu a Betlemme nella notte in cui la spada di Erode spazzò dalle sue case gli Innocenti e si irrigidirono per sempre i piccoli piedi che trotterellando per le stanze svegliavano nel cuore dei familiari palpiti di amore non inosservati in cielo. I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo. Porta sul capo un diadema. E dai ricordi dell’infanzia sapevo che ella poteva allontanarsi sui venti quando udiva il singhiozzare delle litanie, o il tuonare degli organi o quando osservava l’adunarsi delle nubi estive. È questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo.” (da Wikipedia)

***

Il film, com’è

E qui, invece di una creatura angelica, corrotta che prospera nel dolore degli uomini, diafana, eterea quasi, che vive delle lacrime versate cos’abbiamo?
Una tettona che se va in giro nuda, in una “catacomba segreta” che segreta non è visto che all’ingresso c’è tanto di targa messa forse dalla soprintendenza che indica “Catacombe di Rea Silvia” in mezzo a un branco di adoratori mezzi nudi che non fanno altro che squartarsi a vicenda e ansimare come se avessero il mal di pancia, invocando la presenza della strega, nuda, tette al vento, con tanto di rossetto perché indossi la tunica portentosa, ovvero una canotta strappata che le lascia scoperte le sue chiappe generose decorata con paillettes dorate, una roba che persino mia cugina, sedicenne ribelle negli anni ’80, avrebbe rifiutato di indossare, per non parlare di Sabrina Salerno o Jo Squillo.

Il miracolo della Madre delle Lacrime è l’invenzione e l’utilizzo del silicone come rimedio estetico ben mille anni prima che fosse scoperto, sulle rive del Mar Nero.
L’idiozia delle Tre Madri è che la nascita della Stregoneria è faccenda di pubblico dominio, o comunque accessibile senza alcuno sforzo, da una qualunque biblioteca pubblica, nel giro di cinque minuti. Il segreto di Pulcinella che vede nella triade, una triade qualunque, la sorgente di un mistico potere.
Ma, cazzo, quando avevo tredici anni e mi accingevo a creare storie schematiche per poter giocare nel dungeon di turno, i miei giocatori dovevano faticare molto di più per venire a sapere il passato dei luoghi ancestrali che essi si trovavano a esplorare coi loro personaggi.

Mi piace pensare che Asia Argento sia stata privata del sonno per gran parte delle riprese, in modo tale da conferirle quell’espressione sbattuta e quelle sacche da sella che ella esibisce sotto gli occhi, in un impeto di neorealismo dal padre regista Dario, ma no… non credo sia andata così. Un’Asia Argento munita di paurose occhiaie, decisamente sopra le righe, si aggira vanesia per le vie di Roma, improvvisamente additata, lei così innocua, da un poliziotto che definire coglione è fargli un complimento come il Nemico Pubblico n.1, la causa scatenante dei disordini che affliggono la Capitale, in quei giorni protagonista della Seconda Caduta… “Se vedete questa donna, Sarah Mandy, avvertite subito le autorità.” gracchia l’ispettore dal falso tiggì di turno. Non servirà a fermare la rivolta nelle strade, ma forse a placare le insane voglie del militare che la pretende a tutti i costi…
Le orge sotterranee di Mater Lacrimarum (Moran Atias), a quanto sembra, destabilizzano i cittadini romani di sopra che, intanto, si danno a risse, a sfasciare vetri delle macchine, a strattonarsi come fanno i calciatori e a buttare bambolotti nel fiume, illudendosi che siano bambini veri, nella ormai celeberrima sequenza del Ciccio Bello…
Le chiese bruciano in computer grafica, mentre un isterico Udo Kier, padre esorcista, enuncia cazzate di ogni genere di fronte ad un’attonita, per una volta a ragione, Asia Argento che, non si sa perché, tutti conoscono, lei e la sua storia personale.
Anche i fantasmi non la lasciano in pace, forse infastiditi dall’abbondante utilizzo di cipria soffiata in polveroni in stanze che essi occupano in venti, trenta ciascuna, in un allarmante sovraffollamento che colpisce anche i reami dell’oltretomba.
Ma, che voi sappiate, i fantasmi invecchiano? Perché se la madre di Sarah Mandy è morta in giovane età mentre a Friburgo era stata protagonista di un duello carpenteriano all’ultimo sague con Mater Suspiriorum, come può il suo fantasma (Daria Nicolodi) apparire come una donna di mezza età? Misteri della fede o degli inutili camei cinematografici.
Anonimo e pretestuoso splatter condito di penetrazioni gratuite di un discutibile contrappasso, alchimisti burloni (Leroy) assistiti da apprendisti ritardati mentali che danno vita a storici dialoghi:

Asia va a trovare l’alchimista (Leroy) che le svelerà il segreto di Pulcinella sulle Tre Madri, l’assistente di questi apre la porta e la fronteggia,

Assistente: – Prego?
Asia: – Devo parlare con Guglielmo de Witt.
Assistente: – Scusi, lei chi è?
Asia: – Il mio nome lui non lo conosce.
Assistente: – D’accordo, entri pure.

Cosa?!?!?! E come dimenticare l’invasione delle streghe? Creature maligne, di quelle che appena le vedi lo capisci subito che sono cattive, se non sei morto prima dalle risate; streghe che rendono subito evidente il loro sadismo esibendosi in linguacce diaboliche verso vecchietti che chiedono loro informazioni e sghignazzando soddisfatte, come delle coglione, dopo aver compiuto tali e tante nefandezze.

Un carrozzone malmesso che si trascina tra una zuffa tra squinzie e una lite per il parcheggio fino all’incredibile capolavoro immortalato nel finale, sul quale manterrò il SILENTIUM per non sciupare la sorpresa a coloro che incredibilmente ancora non l’hanno visto.

Nessuna magia della tecnica di ripresa, nessun colore sublime, nessuna immagine potente e magnifica capace di farti sorvolare sulla pochezza della sceneggiatura, nessuna incredibile scenografia, nessun guizzo geniale, nessuna musica degna di questo nome.
Niente. Ma proprio niente di niente. Nemmeno Dario Argento.

***

Il film, come avrei voluto che fosse

La Terza Madre avrebbe dovuto essere l’apoteosi, la rinascita, la chiusura di un ciclo. Tutto, nelle potenzialità di questo film, urlava magnificenza. Visti anche gli ottimi risultati rappresentati dai due capitoli precedenti, nonostante Inferno avesse zoppicato un po’.
La dimora della Madre delle Lacrime avrebbe dovuto essere più evocativa e visionaria che mai. Avrebbe dovuto essere lei, la casa, la protagonista del film. Con la sua architettura, da sola, avrebbe dovuto comunicare un orrore antico e sottile, avrebbe dovuto suggerire una presenza infestante e maligna. La scoperta della Strega sarebbe dovuta avvenire lentamente, ma seguendo un ritmo implacabile, di orrore in orrore. Orrori celati e suggeriti, sussurri, pianti nel buio, attraverso scene agghiaccianti di forte impatto, magari basate più su composizioni simboliche che sul mero effetto carneficina che, ormai, lascia il tempo che trova.
I richiami ai capitoli precedenti avrebbero potuto esserci oppure no. A distanza di tanti anni, a mio avviso, si doveva puntare su un pubblico nuovo, più che sui nostalgici immancabilmente delusi perché coscienti del paragone.
Mater Lacrimarum avrei voluto non vederla, lasciarla alla mia immaginazione, o, tutt’al più, vederla raffigurata in incisioni antiche, quelle sì capaci ancora oggi di suscitare vera angoscia. Ma soprattutto, avrei voluto che ella fosse una figura nobile e altera, malvagia sì, ma non stupida, solenne come può risultare una creatura di antica saggezza, il cui unico marchio della sua esistenza contro natura è il Male.

Quello che resta, invece, è solo un’atroce delusione.

- Stampa francese cinquecentesca da "Dialogues touchant le pouvoir des sorcières" di Thomas Erastus, 1570. Le streghe partono dal camino cavalcando la scopa dopo essersi unte. Un uomo, all'esterno, è intento a spiarle. -

- Stampa francese cinquecentesca da "Dialogues touchant le pouvoir des sorcières" di Thomas Erastus, 1570. Le streghe partono dal camino cavalcando la scopa dopo essersi unte. Un uomo, all'esterno, è intento a spiarle. -

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