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La Ragazza (di Fuoco)

by Germano on 28/11/2013
Book and Negative
Contents
The Hunger Games: Catching Fire

The Hunger Games: Catching Fire (Photo credit: vagueonthehow)

Giorni fa, come quasi ogni giorno, ero su tumblr e lì, nella dashboard, mi sono imbattuto in una gif (dei miliardi di gif) su Jennifer Lawrence, che sta dando spettacolo oltre che col secondo capitolo di Hunger Games – La Ragazza di Fuoco, anche e soprattutto nelle interviste. Dove la bella e simpaticissima Jennifer divora interi braccialetti di zucchero e racconta retroscena gustosissimi.

La serie di gif relative la trovate qui.

Vista? Bene.

In sostanza, da qualche parte, appena uscita dal bagno, Jennifer ha incontrato due ragazze fan della saga di Hunger Games che le hanno chiesto se fosse consapevole che lì intorno, nell’edificio, ci fosse l’INTERO CAST di Hunger Games. Di fronte al suo fare spallucce le hanno domandato se lei, in effetti, conoscesse Hunger Games e ancora di fronte al suo diniego, le due sono fuggite via in cerca del cast e presumibilmente, della stessa Jennifer Lawrence, che invece avevano davanti. E con la quale erano state a parlare fino a quel momento.

L’episodio è spettacolare e in qualche modo si ricollega al mio articolo precedente: Jennifer Lawrence, spogliata del suo contesto cinematografico, scompare, persino agli occhi dei fan.

L’oggetto del desiderio è lì, a portata di mano. Solo che è invisibile.

Pura poesia nichilista.

Aneddoto che mi ribalta dal ridere, oltre che essenziale per testimoniare ciò che è puro feticismo verso un fenomeno mediatico. Sottrai quel fenomeno, la cornice, le luci e la passerella e ciò che rimane è una ragazza che, anche se bellissima, è solo una tipa qualunque che è uscita dal bagno, quindi non può essere proprio quella lì, LEI, la star.

Mi chiedo se anche Jennifer Lawrence abbia l’aria da lavapiatti.

No, scherzo, non lo penso. L’ammiro tantissimo, invece.

E poi, sì, ho visto il film. E il mio giudizio è: che non so cosa ho visto.

La Ragazza di Fuoco è un film che non fa niente per nascondere la sua natura di testa di ponte verso il terzo capitolo. Piuttosto lento, lunghissimo, e, come il primo episodio, non tanto violento quanto dovrebbe essere, considerata l’ambientazione in cui si svolgono i fatti.
In fondo, gli Hunger Games sono un gioco al massacro, no?

Hunger Games Party Invitations

Hunger Games Party Invitations (Photo credit: Kid’s Birthday Parties)

Hunger Games è dedicato a un certo pubblico. Anzi, a una certa fascia di pubblico. Inutile ribadire.

Avverto fortissimo il distacco tra la mia concezione di cinema e la presente.

Eppure ha una sua dimensione dignitosa. Da grandicelli, noi vorremmo davvero poter dire che Hunger Games è uno spettacolo, ma non lo è, per noi, non più, abbiamo perso il treno. Non lo è per noi, ma è tutt’altra musica per gli altri.

Questo film si permette di guadagnare 160.000.000 di dollari nel primo fine settimana, perché è una macchina da soldi potentissima che parte da romanzi concepiti e composti (forse) con questo unico scopo, creare un universo condito di facili sentimenti. E venderlo. E magari riesce anche a far sognare e divertire, come mi faceva sognare da ragazzino Kurt Russell in Grosso Guaio a Chinatown. Oppure David Bowie in Labyrinth (che per me rimangono meglio di Hunger Games, lo stracciano a occhi chiusi. Ma tant’è… chi mi sente?).

I romanzi non erano trilogie, le sceneggiature erano originali e spesso mosse da idee bizzarre e non si sapeva se, all’uscita, avrebbero guadagnato 300 dollari o 3 miliardi di dollari. Tutto era l’avventura, ma anche effetti speciali ridicoli e il campionario di limitatezze assortite. Ora è marketing, merchandising e pianificazione scrupolosa.
Sciocco sarebbe dire che non funziona.

Hunger Games Party

Hunger Games Party (Photo credit: Kid’s Birthday Parties)

Gli attori dimoravano esclusivamente sul grande schermo e in foto sulle riviste e, dopo tre anni se andava bene, passavano in TV, sui canali commerciali.

Vivevano in ville sfarzose che immaginavamo soltanto e mai ci saremmo sognati di vederli uscire da un bagno pubblico. Averli a portata di mano.

E quindi niente: Hunger Games ha vinto. Ha vinto nel momento stesso in cui riesce a radunare folle oceaniche a una prima cinematografica, non solo al botteghino.
Un po’ come fanno i finti Hunger Games, inscenati sullo schermo.
Ha vinto nel momento in cui è diventato un simbolo così forte da annullare persino gli attori che ci hanno lavorato e prestato corpo e viso ai personaggi, facendoli anomini, fuori dallo schermo.

Il che, a rifletterci, fa anche un po’ paura.

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