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Il Cigno Nero (2010)

by Germano on 24/02/2011
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Sembra che il cinema si diverta a dispensare lezioni. Quelle che fanno la sua storia.
Ora, di questo film, Il Cigno Nero (Black Swan), restano impresse certe cose. S’è gridato al capolavoro subito. In fretta.
È inquietante e sottile, forse.
Ma quello che più colpisce è New York. Scura e diluita, moltiplicata dagli specchi e dai riflessi che sdoppiano ogni inquadratura.
Il luogo è il teatro della New York City Ballet Company, ma dov’è la città?
Essa si piega al servizio della musica che la compenetra e ne muta l’essenza. Non è solo Tchaikovsky e il suo Lago dei Cigni, melodia talmente nota da risultare quasi familiare, come un vecchio amico perso di vista per troppo tempo, ma le variazioni sul tema composte da Clint Mansell, che suonano lo specchio dell’anima.
Il motivo dello specchio. E del suo doppio. Sembra così ovvio, ma allo stesso tempo sublime.
Mancano i soldi. Il Cigno Nero è stato realizzato con 13.000.000 di dollari. Che in America è un film per barboni.
Non bastano neppure per chiamare un medico quando Natalie Portman, che ballerina non è, quasi si sfascia in un infortunio, sul set. Se si chiama il medico, che deve essere pagato, salterà il suo trailer (la sua roulotte). [edit by elgraeco, ore 19:02, 24 Febbraio 2011]
Roba da non crederci. Ma il dolore è forte, per cui sì, lo si chiama. Niente trailer, quindi.
Un certo tipo di cinema, che si diverte della propria disperazione e genera aneddoti tanto surreali quanto già leggendari, è quello fatto senza soldi. In proporzione, ovvio.
Volete un buon film? Scordatevi i soldi.

***

La Perfezione

Black Swan è un film ineluttabile. Capirai, negli States con tredici milioni non compri neanche i costumi, figurarsi pagare le maestranze e persino gli attori! O si faceva o si finiva sul lastrico. E qualcuno, lì dentro, tra le linee di dialogo, lo dice pure, sornione: la perfezione deve essere un po’ buttata via. Deve essere sexy e seducente. Una troia.
La perfezione devi volertela scopare.
Natalie Portman è Nina Sayers, ballerina. Ha ventotto anni, ma vive come una bimba reclusa. Oggetto delle aspirazioni frustrate della madre che, rimasta incinta, ha rinunciato alla sua carriera.
Stereotipo, ve lo concedo. E il resto del film si crogiola in situazioni familiari: Vincent Cassel (Thomas Leroy), coreografo dandy e morboso, rinuncia per una volta ai suoi ruoli da schizzato figlio di puttana e allude ai maestri della danza che tormentano le proprie allieve, con ansiti di piacere e verve dittatoriale. Vuole essere Nureyev, dice di ispirarsi a George Balanchine, ma sembra più Tinto Brass, ossessionato com’è dalle sue principesse e da certe loro doti. E dal fatto di cambiarne come paia di scarpette usurate. Touché.
Mila Kunis è Lily, altra ballerina. Ragazza che sa spassarsela. Altro cliché.
Winona Ryder che è una ex prima ballerina psicopatica che non accetta di essere arrivata al capolinea. E giù con l’autoflagellazione. E via dicendo.
Insomma, in questo mondo della danza newyorkese ogni cosa è talmente vicina a quella corruzione e follia metodica che ci si aspetta da questo tipo di ambienti da rasentare la perfezione strutturale. Quella della fiction. Quella che fa incazzare le vere compagnie di balletto e le fa protestare, uscite per l’occasione dai loro sepolcri al grido di “Noi non siamo così!”. La risposta che mi viene da dare a costoro è una sola: peccato.
Fiction pianificata e costruita com mestiere, certo, ma bellissima.
Sapete che c’è? La verità è che, nonostante sappia di già visto, il film ha gusto. Ne ha da vendere.
E il gusto, di questi tempi, è merce rarissima.

***

Debutto

La fotografia, unita alla colonna sonora e al suo motivo dominante al pianoforte, ci restituiscono, filtrata, una New York aliena, sconosciuta, mai vista. E che mai vedremo, perché le inquadrature sono addosso agli attori, alle situazioni, e offrono scorci rari e preziosi di contorno, spesso in notturna.
E ok, il film ha fatto scalpore. Se ne parla da mesi, ormai. C’è la scena di sesso tra Natalie e Mila. Ne vale la pena?
Ho visto di meglio. Ma anch’essa, lungi dall’essere gratuita, è ben inserita nel contesto. Risulta obbligata, oltre a essere ben gestita.
Il resto è fascino arcano. Quel fascino che pone in contrasto il Cigno Bianco e il Cigno Nero, due ruoli per la medesima ballerina, La Regina dei Cigni, posto ambìto da tutte le ballerine del mondo.
Natalie Portman, dimagrita per l’occasione, e frigida d’aspetto come mai prima, ne incarna l’ossessione. Il suo personaggio, Nina, ne cavalca l’ambizione e ne asseconda la fragilità dandosi, come spesso accade, una spiegazione a tutta la frustrazione e il dolore, che è l’unica paga del balletto. Un lungo, faticoso sentiero verso la perfezione di una sola sera, la prima. Il debutto. Quello che ti consacra. O ti uccide.

***

Identità

Inquietante. Forse meno di quanto ci si aspetterebbe e si vorrebbe. Il punto focale è l’identificazione.
Più che un film sugli specchi, sul doppio, come molti gradiranno sostenere, è un film sull’identificazione. Tutto giocato sui riflessi che tendono a unirsi, a tornare insieme, a divenire un unico movimento sublime.
Nina è la Regina dei Cigni. Dentro di sé deve trovare il candore e l’innocenza del Cigno Bianco e la selvaggia lussuria e brama di quello Nero.
Manca una Strega, a quest’accademia di danza. Per avere un senso di deja-vu, che è più omaggio, e che sa di inchino.
Quindi, no, non ci sono aspetti negativi, per questo film. Eccetto, forse, il non riuscire a nascondersi, il suo lasciar intuire tutto, sicuramente troppo, subito.
Ma non è un male, sorretto com’è da uno splendido finale, giocato, come tutto il film e come detto poc’anzi, sull’identità. E sulla perfezione dell’attimo. Irripetibile.

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