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I spit on your grave 2 [recensione]

by Germano on 09/09/2013
Book and Negative
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Ho molti dubbi su come impostare la recensione di questo film. I dubbi li avevo anche prima di decidermi a vederlo, perché il tema è delicato, e non c’è cosa che io detesti di più della violenza sulle donne.
Però, speravo, vedendolo, ci potesse essere spazio per dibattere su argomenti profondi. Insomma, per spaziare, al di là dell’oggetto film stesso, che per una volta potesse trascendere e diventare spunto di argomentazione sociale.
Ma in effetti, pensando all’operazione commerciale che I spit on your grave 2 (di Steven R. Monroe) è (senza nemmeno tentare di dissimulare la cosa), mi trovo davvero in imbarazzo.
Tutto il problema nasce dal capostipite, quel film omonimo del 1978, rape & revenge che devastava. Violentissimo, atroce, con scene che fanno orrore.
Spesso mi sono domandato lo scopo di inscenare una tale devastazione. E lo scopo del primo film era scioccare lo spettatore, traumatizzarlo a un livello minimo, perché sempre e solo di film si tratta, rispetto alla violenza brutale della realtà, disturbarlo un poco, il necessario per provare empatia per la protagonista che subisce una violenza immotivata.
E per cortesia, non parliamo di meriti.
I meriti in queste faccende non c’entrano.
Alludere a una presunta colpevolezza della vittima (come si fa di solito), in circostanze come queste, è non solo folle, ma ipocrita.
Per cui stento a credere alle mie orecchie, quando a un certo punto sento uno dei violentatori di Katie (Jemma Dallender), la protagonista di questo remake, sussurrarle all’orecchio: “Se tu, quel giorno, fossi stata meno altezzosa… tutto questo, forse, non sarebbe successo.”

***

E non importa che lo dica un personaggio che nel film fa il ruolo del cattivo. Non importa affatto. Importa il motivo per cui qualcuno abbia voluto inserire questa battuta assurda in un contesto di violenza assoluta.
Importa per capire che, assistendo a questo film, che è un sequel del remake, assistiamo alla commercializzazione e alla svendita di una saga.
Mentre guardavo il solito canovaccio impiegato ad arte: incontro, violenza, ultra-violenza, presunta morte, vendetta, mi domandavo: ma quante altre ragazze vedremo, al cinema, massacrate, sepolte vive, e che poi si danno a una vendetta automatica? Quante altre?
Perché è questo che accade con la commercializzazione, si spettacolarizza un fenomeno che all’origine voleva e doveva essere disturbante, e che ora diventa messinscena che segue regole e ritmi precisi, che taglia i personaggi con l’accetta, che asseconda, ed è la cosa più grave, i gusti del pubblico, che da tale prodotto in serie si aspetta, d’ora in avanti, di vedere determinate, precise tematiche.
Un po’ come dai romanzi Young Adult.
Ovviamente, I Spit on your Grave non è Young Adult, perché tratta di stupro.
Ma la cosa oscena è che trattasi di stupro pre-confezionato. Fatto per far soldi.

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***

Perché non è costruito per sensibilizzare, ma solo ed esclusivamente per lo spettacolo. Ebbene, in tutta sincerità, ho forte perplessità, circa questa operazione.
Dal momento che:

non vengono risparmiate le nudità dell’attrice (cosa che porterà tutti i maniaci a fare screenshot e a cercare frame dell’attrice nuda), che è già un fallimento dell’operazione. E parlo non delle scene in sé, quanto di alcuni scorci in momenti in cui, in teoria, uno dovrebbe empatizzare con la vittima, non ammirarla come un quadro.

la parte della vendetta è oltremodo semplificata e banalizzata. In primis, dal fatto che le si vuol attribuire un significato mistico-religioso. La protagonista si risveglia, infatti, nei sotterranei di una chiesa (non vi dico attraverso quale cliffhanger c’è arrivata), legge la bibbia regalatale dal prete e solo allora prende in considerazione l’idea di vendicarsi.

la vittima non esiste. NON ESISTE. Non la conosciamo, non sappiamo chi è e, per tutto il film, è strumento. Prima oggetto della violenza, poi oggetto della vendetta.

i carnefici sono disgustosi quanto volete, ma sono meccanici. Oltre ad appartenere al solito nucleo familiare disfunzionale, e a soffrire di sospette e opportune tare mentali che in qualche maniera fanno supporre che questi stronzi non siano proprio persone normali. Quindi dai “diversi” ci si aspetta che possano essere criminali. È la solita storia dell’allontanare il problema ponendolo su un piano alieno. Visto che sono malati mentali, è in un certo senso logico che facciano certe cose.

No, non è logico affatto.

Quando invece sappiamo, lo sappiamo bene tutti, dove risiede la stragrande maggioranza dei casi di violenza. Nella assurda, vuota, sciocca quotidianità.

***

Quindi, come per altri film parenti di questo, tipo Wrong Turn, o il remake de Le Colline hanno gli Occhi, la violenza è un fatto che appartiene, in un certo senso, alla diversità sociale di chi la compie. E la vittima è… passeggera. Ne va bene una qualunque. Giusto il tempo di fare un nuovo film, con altri assassini mezzi ritardati, e un’altra bella ragazza altezzosa che paga… il suo essere altezzosa e bella.
Ridotto ai minimi termini, I Spit on Your Grave 2 è questo. Crea l’attesa per uno spettacolo nuovo, ma sempre uguale a se stesso, fissa canoni di comodo che corrispondano alle esigenze del pubblico, affamato di violenza assortita, e che si dichiara appassionato di vendetta, che altro non è che uccidere in maniera creativa i carnefici. Il viso della vera vittima, a quel punto, ce lo siamo già dimenticato.
Vendetta commerciale.
L’orrore, quello vero, è qui sostituito dai canoni dell’orrore cinematografico, che ha le sue regole precise, non ve lo devo certo raccontare io.

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