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Gantz (2011)

by Germano on 26/07/2011
Book and Negative
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Ci sono altri due modi di intendere questo film, oltre quello canonico: come un videogioco, con tanto di mostri di fine livello, e come pure estetica.
Se voleva essere esistenzialista, come Ghost in the Shell o Akira, questo primo capitolo di Gantz, tratto dal manga omonimo di Hiroya Oku, fallisce nel tentativo. Rimanendo comunque ottimo, sotto certi aspetti, ma rimpiangendo, credo, una grossa occasione sprecata.
E di materiale per sconfinare nel filosofico, tecno-scientifico, cyberpunk ce n’era parecchio.
Non è un mistero per nessuno: non sono un fan del cinema orientale. Non quanto apprezzo, al contrario, i fumetti. Certuni, almeno. Ma è anche vero che, proprio per questo motivo, non posso considerarmi un esperto.
Devo ammettere, però, che gli ultimi due titoli visti, questo e i 13 Assassini di Miike, mi hanno piacevolmente colpito, facendomi ricredere su molti aspetti del cinema nipponico che credevo insanabili ai quali, al contrario, si è sopperito in modo egregio. Primo e più notevole fra tutti i progressi, il campo degli effetti speciali.
Livello di realtà eccellente. Non stato dell’arte, come Transformers 3, ma ci manca davvero poco.
Se proprio un appunto si deve fare, non è la faccia plasticosa del primo alieno, perché avendo letto il fumetto, è proprio così che lo si immagina, quanto l’eccessiva oscurità in cui s’è voluto precipitare le immagini. Effetto buio scongiurato nel fumetto.
Le scene avvengono di notte, siamo d’accordo. E il manto di tenebra rende certi combattimenti (e i riflessi sulle superfici lucide) altamente spettacolari, e in più si resta fedeli al manga, cosa lodevole, ma a volte sarebbe bello capire chi sta pestando chi.

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Fedeltà al manga, dicevo. Gantz film rispecchia in toto Gantz fumetto, se non nei logici adattamenti di trama. L’assenza strategica di ogni riferimento a possibili sequel, in ogni caso, non confonde più di tanto, né crea attese di sorta, e non so se è un bene o un male, dal momento che, a tre quarti di svolgimento, appare ben chiaro, anche non conoscendo a priori la storia, che essa non possa avere giusto compimento. L’idea che ci si fa, quindi, è quella di un pilota, più che di un primo capitolo di un lungometraggio. Il taglio è quello della serie televisiva. E d’altronde credo che un soggetto come Gantz meglio si presti alla serializzazione: un episodio a tankobon sarebbe stato perfetto.
Ma tant’è, s’è scelto il cinema e lo sfoggio di tecniche di ripresa invidiabili. In ciò restando persino fedeli al mangaka Hiroya Oku, che nel disegnare le sue tavole adoperava strumenti di precisione tipici del disegno architettonico.
Iper-tecnologia, quindi, e una sfera nera non tanto enigmatica quanto avrei desiderato.
La sfera richiama il monolito di 2001: Odissea nello Spazio. Essa è Gantz. Ora, così come appare, è non solo intelligenza artificiale, per la presenza di un essere umano vivente al suo interno, sebbene immobile e apparentemente privo di sensi, ma anche divinità, perché, nonostante celi dentro di sè innumerevoli armi, appare anche in grado di influenzare lo spazio-tempo.
Non sappiamo cos’è Gantz, ma il punto è che le immagini sprecano questa potenzialità: di fatto lo spettatore è più portato a seguire il lato action della trama, piuttosto che porsi domande sulla natura della Sfera Nera.

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Un gruppo di superstiti, tutti hanno infatti vissuto esperienze di pre-morte, colti nel momento del trapasso, si risvegliano ancora vivi in un’anonima stanza d’appartamento di uno dei tanti grattacieli di Tokyo. La casa è spoglia, eccetto per la presenza della Sfera, sulla superficie della quale si manifesta, attraverso messaggi di testo, l’intelligenza della creatura. I suoi ospiti sono chiamati a partecipare a un gioco la cui finalità è uccidere, di volta in volta, pericolosi alieni segnalati da essa, con tanto di foto segnaletica e scheda sulle caratteristiche comportamentali e, facendolo, guadagnare e accumulare punteggio, in modo da ottenere un premio, in cambio.
Un attimo di smarrimento e i protagonisti vengono cancellati (anche qui ottimi effetti, specialmente nella materializzazione della ragazza) per riapparire nel quadrante di gioco, lo stesso in cui risiede l’alieno che deve essere ucciso.
I partecipanti dispongono di tute nere che aumentano a dismisura la forza fisica, la resistenza e l’agilità di coloro che le indossano e armi a microonde che spappolano i soggetti investiti.
La prima scena è dedicata alla caccia del cosiddetto alieno Cipolla, un bambino, all’apparenza. I dubbi dei cacciatori non bastano a farli desistere dalla violenza, allorché si prospetta, dinanzi ai loro occhi, l’erronea convinzione che il loro sia un gioco a premi con relativa ricompensa in denaro.

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Ma è solo un’impressione. L’approfondimento psicologico è nullo, se si eccettua qualche inquadratura che, da sola, basta a sottolineare l’intensità emotiva di alcune scene. Regia ballerina e ambivalente che dà il meglio di sé non tanto nel tipo di scena, quanto in alcune scene in particolare, diverse per ambientazione e temi trattati. Il primo combattimento, ad esempio, contro l’alieno Cipolla, è dieci volte superiore al secondo, contro il Robot, ma allo stesso livello di perizia si può porre il confronto tra due dei personaggi, Tae (ragazza suicida) e Kurono, il protagonista. Questi ultimi non fanno altro che guardarsi l’un l’altro, nella stanza di lui, dopo che Tae gli ha chiesto ospitalità per la notte, ma è una scena che basta a comunicare, insieme ai dialoghi fatti di frasi brevi e concise, disagio e confusione.
Le tute che si gonfiano quando potenziano i protagonisti sono estremamente ben realizzate, così come i mostri, alcuni dei quali enormi. Ma la resa migliore spetta alle armi a microonde, non bastasse il design accattivante, l’effetto delle esplosioni che coinvolgono i corpi presi di mira sono ad altissimo livello splatter. Per i patiti del genere: una pioggia di sangue denso e frattaglie. Imperdibile.
Rispetto al manga, del tutto assente è il lato erotico-estetico tipico di Hiroya Oku, appassionato di idol nipponiche. Immancabili sia tra i personaggi che nelle tavole artistiche.
Direi tutto sommato che il film, considerata l’opera da cui è tratto, si rivela essere, per il momento, un ottimo adattamento. Peccato per la totale assenza di introspezione. Carenti anche il reparto sonoro, affossato da pessimi score e l’assenza di qualsiasi volontà registica di rendere la Sfera oggetto misterioso sul quale poter imbastire riflessioni elevate. Così com’è, Gantz resta un pezzo d’arredamento stylish e molto costoso. O poco più.

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