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Franklyn (2008)

by Germano on 24/08/2009
Book and Negative
Contents

Titolo sconosciuto che sta a indicare una produzione franco-britannica del 2008, affidata al regista Gerald McMorrow.
Interpreti la bella Eva Green che, a suo tempo, si fece le ossa coi ménage à trois di Bertolucci (The Dreamers, 2003), Ryan Phillippe (Flag of Our Fathers, 2006), Sam Riley (un paio di episodi di Law & Order) e Bernard Hill (durante la sua sterminata carriera ha persino impersonato il capitano del Titanic di James Cameron, 1997).
Quattro storie quattro per quattro personaggi, intrecciate non so quanto sapientemente da scelte registiche non sempre chiare o condivisibili.
Si inizia in una fumosa, cupa e barocca metropoli denominata Città di Mezzo – erronea traduzione, che ti scaraventa a torto in Hobbitville, dall’inglese Meanwhile City, la Città del Mentre, nome che ha sicuramente più senso, dopo essere giunti alla fine del film – ,

Meanwhile City

Panoramica di Meanwhile City

dominata dal fervore religioso dove le sue svariate migliaia o centinaia di migliaia di abitanti professano i culti più disparati, dove chiunque, letteralmente, può divenire un pastore salendo su un pulpito approntato per l’occasione e declamando il libretto di istruzioni della lavatrice come fosse un testo sacro e attirando, e qui sta il bello, anch’egli, da sacerdote improvvisato, la sua piccola combriccola di seguaci adoranti. Tra queste strade piovose, sulle quali incombono edifici gotici e soffocanti stile steampunk, affollate di pittoresca gentaglia, si aggira un individuo solitario che indossa una maschera che a me personalmente ha ricordato, macchie cangianti escluse, quella di Rorschach (Watchmen, 2009);

Jonathan Preest

Jonathan Preest

costui, sempre più simile al giustiziere in questione e voce narrante all’inizio del film, dice di chiamarsi Jonathan Preest (Ryan Phillippe) – facile l’assonanza con la parola “priest“, sacerdote – ed è l’unico ateo in una città-stato-regno dove tutti sono obbligati a credere in un dio per volere di un Ministero che detiene il potere assoluto. Preest ha un crimine da vendicare, un crimine che ha visto come vittima una bambina di circa undici anni ed è costretto, per forza di cose, ad avere a che fare con la feccia, costantemente inseguito dalle autorità – dei poliziotti inquietanti che indossano come copricapi enormi cappelli a cilindro – per la sua singolare professione di fede.

Agenti del Ministero

Agenti del Ministero

Nella Londra a noi contemporanea, intanto:
Emilia Bryant (Eva Green) è una bellissima tossica sociopatica aspirante artista, in rotta con mamma e papà che, non riuscendo a filmare nulla di particolarmente valido,

Eva Green versione Suspiria, o suicida (come preferite)

Eva Green versione "Suspiria", o suicida (come preferite)

decide di riprendere sé stessa mentre compie svariati tentativi di suicidio che, puntualmente, vengono interrotti dai paramedici che lei stessa – dopotutto non vuole mica morire, ma solo fare arte! – ha preventivamente avvertito.
Milo (Sam Riley) è un bamboccio – uno di quelli che attirano su di sé le angherie dei bulli – abbandonato dalla sua promessa sposa che insegue, dopo averla incrociata per caso in strada, la donna (sempre Eva Green, ma personaggi diversi…) dai capelli rossi che è stata il suo primo amore quando entrambi erano bambini.
Peter Esser (Bernard Hill) è un padre che cerca il figlio scomparso senza utilizzare quel grande e potente strumento che è Chi l’ha Visto.

Sembra strano, ma la follia, il cui confine con il mondo che noi definiamo reale non è sempre così chiaro, appare essere la sostanza unificante di queste quattro storie lontane anni luce l’una dalle altre.
Questa di Franklyn può essere considerata un degno esempio di trama complessa che, purtroppo, richiedeva, per risultare completa e godibile, una solidità d’intreccio inusitata e la capacità di insistere sulla strada bizzarra che si era voluto imboccare, a tratti ridicola e superficiale, a volte rischiarata da puro ingegno e visionaria passione, unitamente ad un notevole e inusuale sforzo di concentrazione da parte dello spettatore, che deve districarsi tra le quattro vicende che si alternano costantemente.
Con mestizia, devo ammettere che l’intrigo, la seducente atmosfera gotica e sanguigna, umida e malsana alla quale si accenna per l’intera durata della pellicola (circa 90′) non viene mai sviscerata in toto, non è mai mostrata al meglio delle sue indubbie potenzialità.
Altro punto a sfavore è il finale ecologico (o lieto fine), da pessima commedia romantica, sgualcito, dove, tuttavia, un ultimo guizzo della macchina da presa ci regala uno scorcio che ribalta la prospettiva di tutto ciò che lo spettatore può aver percepito, donandoci un ultimo dubbio sulla realtà oggettiva in cui, fino a quel momento, abbiamo pensato di dover credere.

fonte: Shamanic Journey

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