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Devil (2010)

by Germano on 29/11/2010
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Non sto qui a spiegarvi quanto mi piace M. Night Shyamalan. Sappiate solo che mi piace tanto e che sono disposto a perdonargli tutto. Almeno fino a quando non produrrà un aborto degno di Dario. Cosa che, finora, non è avvenuta.
Pensando a Devil, ci sono un paio di premesse da fare. Anche tre.
La regia è di John Erick Dowdle. Questo sconosciuto. Ho gradito talmente il suo tocco registico che non mi è andato neppure di aprire la sua pagina di IMDb per vedere se ha combinato qualcos’altro prima o nel frattempo. Possa scomparire.
Ma il signor Dowdle non è il capro espiatorio. Dietro alla storia, infatti, c’è lui, il signor Night, insieme a un altrettanto sconosciuto [come Dowdle] Brian Nelson.
Seconda considerazione è che questo film si annuncia essere il primo di una trilogia intitolata The Night Chronicles trilogy, cioè una roba commerciale nella sua quintessenza.
Terza e ultima, che mi è venuta adesso mentre sto scrivendo, il teaser poster è meglio del poster ufficiale, proprio come dice Luca e la lettera V di DeVil è il tasto dell’ascensore che i protagonisti schiacciano per rimanerci intrappolati: I nostri però salgono, anziché scendere. È alla rovescia perché il diavolo, si sa, ribalta tutto per prendersi gioco di Dio e degli uomini.

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The Devil’s meeting

I titoli di testa sono rovesciati, oppure è il panorama della città ad esserlo, e un’irritante voce con accento spagnolo introduce provando a spiegarci che esiste una leggenda popolare, a quanto pare autentica, chiamata L’incontro col Diavolo (The Devil’s meeting) che narra di come Lucifero, di tanto in tanto, salga in superficie per tormentare gli uomini assumendo sembianze umane e portando con sé una manciata di essi, di solito cattivi impenitenti.
Mentre guardavo il film riflettevo, io che non lo faccio mai, sul target che esso si prefiggeva.
Documentandomi ho scoperto due dati significativi: 1) Devil non è stato proiettato, in forma privata, di fronte a critici e giornalisti e 2) ha coperto, nel primo weekend di programmazione, l’intero budget.
Questo significa che la trilogia si farà. E che forse gli autori se ne sbattono delle critiche. E lo trovo giustissimo.
Il target, dicevo, non sembra un pubblico adulto. Non interamente adulto, per lo meno. Shyamalan, d’altronde, si è messo in testa di essere un affabulatore.
Tralasciando i risultati ottenuti, che a me piacciono in misura maggiore di quanto dispiacciano, è bene ricordare che la fiaba non nasce come racconto per bambini e che, fin dalle origini, contenga elementi neri, come sangue e mostri orribili. Compito delle fiabe è spaventare e far sì che da quei racconti oscuri fatti di orchi, lupi cattivi e compagnia bella, se ne tragga un ammaestramento morale. Niente albi disegnati da colorare, ma immagini truci e esplicite ad accompagnare Cappuccetto Rosso.

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C’è nessuno?

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[forse c’è qualche spoiler, forse no]

Ciò che disturba maggiormente di questo film è l’assenza di tensione. O, per lo meno, io non l’ho percepita affatto.
Scelta suicida il suggerire la violenza, che avviene rigorosamente al buio, per poi mostrare sotto una luce fredda e tremolante, i fatti accaduti. Ovvero, quasi come non succedesse mai nulla. Di tanto in tanto qualcuno cade per terra e lì rimane. E i protagonisti in preda al diavolo e all’ascensore fuori servizio sono solo cinque. Meglio sbrigarsi.
Infatti il film dura circa settanta minuti.
Credo che la volontà di Shyamalan sia stata quella di raccontare l’ennesima fiaba, come “Lady in the Water”, ma che abbia anche scelto di edulcorarla per evitare la censura e incassare un bel po’ di quattrini. Cosa che, come abbiamo visto, sta avvenendo.
Scelta discutibile dal punto di vista artistico, ma pratica ed efficace.
Lo spettatore esigente, però, che con una storia avente il diavolo per protagonista esige per lo meno un paio di brividi autentici, ne resterà deluso.

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The Mexican

Il messicano. Costui è una guardia di sicurezza del grattacielo dove avviene il fattaccio, ossia i cinque tizi bloccati in ascensore. È anche la voce narrante e risulta odioso.
Non sono rimasto particolarmente scandalizzato, come Elvezio, dalla fetta di pane lanciata in aria e lasciata cadere. È una scena del cazzo, siamo d’accordo, ma ci sta col personaggio insulso che più insulso non si può: una macchietta di messicano.
Un po’ come l’italiano mangia-spaghetti e suona mandolino, lo statunitense figo immagina di avere per vicino di frontiera un coglione in sovrappeso vittima di becere superstizioni e caratterizzato da abissale ignoranza. Davvero patetico oltre che irritante, che d’incanto divinizza Machete e le sue pretese di machismo misto a eroismo anti-stelle & strisce.
Ma questo è il film, ed è, nelle intenzioni, una messinscena nella quale il diavolo si diverte menando le mani e celandosi, sotto mentite spoglie, nelle vesti di uno dei cinque passeggeri dell’ascensore.
A voi indovinare di chi si tratta. Cosa abbastanza prevedibile, per giunta, nonostante l’abbondanza di depistaggi per far credere che siano tutti possibili sospettati.

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Royal Rumble

Una cosa che il diavolo non può fare, secondo la religione, più o meno tutte le religioni, è agire direttamente contro un essere umano. Può possederlo, vero, ma non può ucciderlo direttamente coi suoi superpoteri. Non è previsto che accada. Questo per la cronaca. Altrimenti finiremmo tutti all’inferno in men che non si dica.
Conseguenza è che mi riesce particolarmente difficile accettare un film che parte da presupposti pseudo-religiosi e manda tutto in vacca trasformando l’ascensore in un ring, al buio, di una Royal Rumble. Tra fette di pane tostato con burro e marmellata, faccioni demoniaci nei video della sorveglianza e crimini passati che trovano soluzione e redenzione nel crocevia dei miracoli: un ascensore.
Niente di che, insomma. Alla prossima.

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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