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Carne e Metallo (Hardware 4 di 4)

by Germano on 03/10/2015
Book and Negative
Contents

h14Metallo.
Umani che commerciano in metallo:
il Nomade (Carl McCoy) affronta il deserto alla ricerca di pezzi di metallo vendibili per un’inezia
Moses (Dylan McDermott) fa lo stesso del Nomade, ma lui è più furbo, conosce il vero valore della ferramenta
Alvy (Mark Northover), il nano che gestisce l’emporio della ferraglia, che (ri)scopre la verità sul prototipo MARK 13
Jill (Stacey Travis), che forgia le sue opere d’arte nel metallo
Richard Stanley ha voluto intingere Hardware (1990) di ferro e acciaio. Elemento e lega, e suoi derivati.
È un mondo, quello che ci viene presentato, che, epurato, a torto visti i risultati, del suo ecosistema, si è saldamente bilanciato sulla coesistenza di due fattori distinti: metallo e carne.


Quasi un nuovo yin/yang, l’equilibrio delle forze di una natura distopica.
Lo stesso Moses, col suo arto meccanico, è simbolo di questa realtà: è metallo vivente che tenta di riprodursi.
Sembra sia tutto qui, il mistero di Hardware, ridotto ai minimi termini: una sorta di materialismo assoluto, suggerito dalla concretezza dei suoi fattori di base.
Sia il metallo che la carne possono essere accarezzati, toccati, ma raramente combaciano. Impossibile poi la pretesa di renderli cosa unica.
Ci prova il MARK 13, tentando di penetrare Jill col suo fallo rotante.
E, più in là, verso la fine, assistiamo a un nuovo accoppiamento, nella scena della porta che trancia in due uno degli umani che cerca di attraversarla, come a suggerire che, in effetti, l’accostamento di metallo e carne è, salvo rarissimi casi, sempre esiziale.

h24A ben guardare, però, alla base del sottile equilibrio di questo mondo così tormentato, non c’è una diade, ma una triade.
Gli elementi sono tre. Il terzo, la spiritualità, è opposto agli altri due, in quanto astrazione, ma al contempo li compenetra entrambi.
Al di là della speranza stessa della vita, ben rappresentata da Jill, la spiritualità sottende ai ritmi quotidiani dell’uomo, incarnata nelle sedute di meditazione di Shades (John Lynch), che si droga per alterare la propria percezione, di fronte a idoli cui celebrare ideali sacrifici ctonii, per raggiungere uno stato di coscienza altra.
Spiritualità che appartiene a Moses, che nel momento del trapasso trascende i limiti materiali del suo corpo, una visione lisergica che gli consente di individuare il punto debole del MARK 13: l’acqua.
Acqua che è elemento sine qua non della vita.
E infine, spiritualità che caratterizza lo stesso MARK 13, che è in grado di “resuscitare”, in un ciclo di rinascite infinito, di tornare e ritornare, in forma ogni volta più letale della precedente.
Il robot è, nella sua incarnazione nefasta, quasi figura cristologica inversa, che predica l’oblio anziché la salvezza di anima e corpo. Difficile infatti non guardare nel MARK 13 così come idealizzato dalla visione di Moses, il predicatore di una fede distruttiva. L’Anticristo.

h34Ancora una volta, è Jill a fare da anello di congiunzione tra le parti, essendo stata raggiunta dallo spirito trasceso dal corpo di Moses, quindi divenuta conscia della vulnerabilità della propria nemesi, e, come sembra suggerire quest’ultimo fotogramma, letteramente investita dalla coscienza malvagia dell’intelligenza artificiale.

h44Il suggerimento ultimo di Hardware sembra essere non già un equilibrio delle forze, onde superare lo stallo sociale, quanto una unione profonda, fisica.
Una questione genetica.
Selezione naturale applicata alla carne e al metallo, come unica possibilità di sopravvivenza di un mondo che, in continuo conflitto, sta autodistruggendosi.

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