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Black Water (2007)

by Germano on 19/09/2011
Book and Negative
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Magari vi aspettavate la recensione di Contagion. Vi vengo incontro: me l’aspettavo anch’io. Poi si sono messi di traverso i Puffi (in 3D). E decine di altri blogger, equamente suddivisi in quelli che dicono faccia schifo, che sia così così e che, al contrario, sia bellissimo. Stando così le cose, io mi guardo un film che non c’entra nulla: Black Water di David Nerlich e Andrew Traucki, almeno non muoio di noia. O forse sì.
Ammettiamolo, se non l’avete ancora capito, questo è un periodo difficile, per il sottoscritto. E se la vita privata si riesce, più o meno, a gestirla, quel che manca è lo spirito per portare avanti questo posto. Ma visto che il mio unico fine, ormai, è la sopravvivenza, mi son detto che non occorrono ragioni, ma solo testardaggine. La vita virtuale è un lusso. Perché rinunciarci?
E si pensa al cinema come intrattenimento e null’altro. A volte, film di questo genere li benedico. Perché non sono nulla più di quello che mostrano. Niente simbolismo, sottotesti e tutte le altre stronzate che fanno fibrillare gli spettatori scassapalle. Vedere e basta. Come ho detto, un atto voyeuristisco, puro e semplice. Non è neppure questione di perturbante: le paludi di mangrovie infestate di coccodrilli che la fanno da protagonista in questo film, sono talmente lontane dal mio quotidiano da non provarci neanche a mettermi tensione addosso.
Però, nonostante tutto, nonostante voglia soltanto guardare, ecco che la riflessione è sempre lì, che spunta dietro un’inquadratura piuttosto che un’altra, quando ormai ero sicuro di aver guardato. E di non aver visto.
Mi chiedo quale sia lo scopo dei cineasti australiani. Sempre che ne abbiano uno che non sia recondito, o magari ficcato in profondità nel subcosciente.

***

Io guardo i film australiani e l’immagine dell’Australia che ne ricavo è quella di un posto in cui è sconsigliabile fare un giringiro, perché, fin dai tempi di Crocodile Dundee, o si finisce squartati, prede di qualche maniaco in una baracca sperduta nel deserto, oppure divorati da bestie feroci, o avvelenati da qualche serpente mai visto prima. Di contro, penso all’Italia, e l’immagine che mi viene in mente è un’indigestione da tortellini preparati dalla Zia Pina, mentre il curato passeggia allegro per le strade del paese col maresciallo dei Carabinieri, facendo la ramanzina all’extracomunitario, un buon diavolo. Proprio così, ciascuno ha il paese, e il cinema, che si merita. Inutile insistere.
Personalmente, non gradisco molto un film come Black Water, a meno che non sia Lo Squalo. Una contraddizione in termini. Però, sotto sotto, è vero. Ne Lo Squalo c’era poetica, quella della pesca, perché no, della sfida contro una creatura diabolica. Qui c’è solo natura selvaggia, che segue il suo corso, letale.
Punto di forza, l’ambiente. Qualche decina di chilometri percorsi in ogni direzione e in Australia ti perdi, qui hai raggiunto e superato almeno cinque paesini di fila. Ci si perde lo stesso, è vero. Ma laggiù è un po’ diverso. Si ha la consapevolezza delle dimensioni del disastro in cui ci si trova, nel caso le cose si mettano al peggio. La vita fa subito schifo, perché non solo sta per finire, ma terminerà nel modo più atroce possibile e, quel che è peggio, non ti sentirà nessuno.

***

Tre tipi, tre “scimmiette” in vacanza lungo un fiume cinto da mangrovie, che solo a pensarci ti si riempiono le gambe di graffi grossi così. Le barche hanno lo scafo metallico, perché il crocco, di solito, quelle di legno o di vetroresina le spezza come stuzzicadenti e se cadi in acqua ti afferra e ti ruzzola, finché non ti dimeni più. Dopo di ché ti seppellisce sul fondo, nella sua “dispensa”, a frollare
Tre attori, una coppia e la sorella di lei. Nessuna situazione stupida, nessuna idiozia spettacolosa da video clip e un cinismo non da poco. In più, il coraggio di far andare tutto sempre peggio, evitando pietosi sentimentalismi.
Non so se mi piace la conclusione, sono sincero. A un certo punto, dopo averne viste tante, non ci si aspetta più che debba finire come finisce.
Però… ci sono due scene che restano impresse. Entrambe più profonde, a percepirle, di come lo stesso regista deve averle concepite. Lo scambio di sguardi tra donna (Maeve Dermody) e rettile: insistito, tinto di rosso, evocativo, che dice tutto. O me o te, senza alcuna ragione. Con le pupille della ragazza che sono tanto piccole, circondate da iridi dorate, che sembrano avere forma di goccia… E il fatto che si chiami Maeve, l’attrice, rende il circo delle coincidenze sempre più divertente (ok, questa la capiranno in pochi).
E la seconda, la panoramica del fiume che scorre placido, fiancheggiato dalle piante che, personalmente, mi ha ricordato Il Mostro della Laguna Nera.

***

Medesima profanazione dell’Eden, di un paradiso perduto. Medesima vendetta. La Creatura ha una forma diversa che poco ha a che fare con l’evoluzione. I coccodrilli sono tali da milioni di anni. La lotta è sempre la stessa, uguale, giornaliera. Va così dall’alba dei tempi.

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