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Battle: Los Angeles (2011)

by Germano on 11/04/2011
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Veniamo subito al punto: questo film mi è piaciuto.
Non mi aspettavo niente di più e niente di meno di quello che ho visto. Magari, avrei gradito meno retorica e meno stereotipi affliggere i protagonisti.
A volte basta poco. Che so, mettere al comando della truppa un bastardo cinico e senza scrupoli, uno cha abbia una vita felice e sia solo uno schizzato figlio di puttana. Evitare di scritturare Michelle Rodriguez, che fa sempre la donna cazzuta, tosta e dura. E sta diventando uno stereotipo pure lei.
La guerra al cinema ha sempre il suo fascino. Specie se curata come questa.
E invece, l’affresco della battaglia è offuscato dai virtuosi, affranti, pieni di conflitti interiori e di senso di giustizia morale che, chissà come, si ritrovano sempre in prima linea a fare i marines.
Tutti bravi ragazzi, che stanno per sposarsi, che sopportano le smanie da cerimonia della fidanzata, che hanno la sorella corteggiata dal più cazzone del battaglione, che hanno perso i loro uomini in un’azione militare e che vivono “ogni giorno avendo davanti agli occhi le loro facce”.
Ho avuto dei lutti. Persone care. Per cui so di cosa parlo. E queste sono stronzate. Le facce non ce le hai sempre davanti agli occhi. Men che mai se si è un soldato. Se così fosse, mancherebbe solo la camicia di forza e un bel manicomio in cui essere rinchiusi. Capita, è vero, ma di rado.
Che nel 2011 mi ripropongano ancora la minestra riscaldata delle “facce dei compagni morti davanti agli occhi”, tipo Mel Gibson ne Il Patriota, anche se lui sentiva pure “le loro urla”, è cosa inaccettabile.
I lutti sono terribili, vero, ma sono fatti per essere superati. Punto. Altrimenti non c’è più vita. E un soldato che sente le voci non può continuare a fare il soldato.

***

Detto questo, Battle: Los Angeles (World Invasion) non ha nella fantasia il suo punto di forza. Lo si vede anche dal (doppio) titolo, che secondo me è ancora la versione beta.
Ciò che lo salva è il non approfondire la psicologia dei protagonisti e quindi la scelta di non travolgere lo spettatore con una vera tempesta retorica, ma di limitarsi a tracciare dei quadri di personaggi senza spunto, concentrati sulla battaglia.
L’invasione non è spettacolare, non è inquadrata eccetto che nei monitor delle televisioni. Ma è una scelta focalizzata sui personaggi e quindi apprezzabile.
Se l’attacco iniziasse proprio ora, io che sto scrivendo non potrei mai vedere agghiaccianti panoramiche delle astronavi, ma mi dovrei accontentare delle immagini sgranate degli sfigati morituri che si trovano sul posto a riprendere.
Ok la scelta della distanza, quindi.
Quel che manca è il pathos, lo stupore che dovrebbe caratterizzare l’avvenuto primo contatto.
Ma a questo punto ritengo che, sia a causa del cinema che ci ha abituato all’idea degli alieni, sia a causa del momento concitato, è giusto che si resti concentrati solo sull’azione di guerra. Ho optato per una scelta simile anche nel mio libro, evitando di catapultare il protagonista in stolide riflessioni sulla natura dei suoi nemici.
Sono alieni? Sì. Ci stanno invedendo? Sì. Conta solo questo, ai fini della messinscena.
Chi siano, da dove vengono, perché ce l’abbiano con noi sono sono domande pertinenti, quando questi vogliono farti saltare il culo.
Altro punto a favore.

***

Terzo e ultimo punto: Los Angeles.
Che in realtà non è Los Angeles, ma un qualche luogo della Louisiana dove la Città degli Angeli è stata parzialmente ricostruita.

– Gli americani sono pazzi. Ormai è acclarato. Non perderò più tempo a domandarmi perché vogliano rifare ogni film, dal momento che rifanno anche le loro stesse città. –

Los Angeles finta, quindi. Distrutta. È un bel vedere che va in progressione costante, con la quantità di macerie che cresce a ogni inquadratura e si accumula, tra carcasse d’auto sventrate, edifici abbattuti e truppe aliene he scorazzano in lungo e in largo lungo le strade.
Dieci volte meglio di quell’aborto che è Skyline.
Centodieci minuti di combattimenti e probabili sequel. Anche se, per una storia così, io ci vedrei bene una serie.

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