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AVP: Alien vs. Predator (2004)

by Germano on 19/11/2011
Book and Negative
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La fine della settimana più lunga della mia vita. Cominciamo, quindi, con un disimpegno: AVP di Paul W.S. Anderson. Regista che, come tutti sanno, considero, in questo momento, capace delle scene più cazzare mai concepite & girate. Capolavoro, in tal senso, Resident Evil: Afterlife. Dopo di lui, il nulla. E… Lucia, ti voglio bene lo stesso.
La gelosia per la bella moglie Milla non c’entra nulla. Sapete per chi sbavo, di solito.
Interessante il discorso portato avanti in certi ambienti, sul modo giusto per guardare i film di Poll Dabliù, ovvero come b-movie attualizzati (che poi, a leggere certe recensioni entusiastiche di RE: A, non pare proprio trattarsi di b-movie). Di modo che, si possa dire: a) sì, ok, è una puttanata, ma tanto non ha ambizioni elevate; b) i suoi film sono prodotti per l’intrattenimento. E basta.
Devo dire che non l’ho mai considerata in questo modo. Poco mi interessa del budget, risicato o faraonico. Come per quasi tutte le altre cose, non definisco un film di serie B seguendo la definizione del manuale.
Infatti, i film di Anderson non mi sono mai sembrati di serie B, ma semplicemente, con le (a questo punto) lodevoli eccezioni di Punto di non Ritorno e Resident Evil, dei pastrocchi fatti da un videoclipparo. Ecco, via il dente, via il dolore. Un po’ il mestiere di Russell Mulcahy che, a parte Highlander, film al quale sono legato per ragioni affettive, sarebbe stato meglio si fosse dedicato solo alla musica.
Gli effettacci ottici del caso, rallenty in testa, nei film di Poll Dabliù ci sono tutti. E lo odio per questo. Eppure, AVP è cazzaro in modo così spudorato, da non soffrire alcuna ipocrisia. Per questo mi piace.

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AVP non è nient’altro che Raoul Bova, Sanaa Lathan e Lance Henriksen contro il cubo di Rubik con, guest star d’eccezione, qualche xenomorfo affetto da deplorevole disturbo di personalità e una certa dose di narcisismo e tre predator ciccioni, che se le suonano per quasi tutto il tempo.
Ma andiamo con ordine: Bova dovrebbe essere italiano o messicano? Sebastian de Rosa, il suo personaggio, lavora in messico, impegnato a repertare tappi della coca-cola in scene che si “ispirano” ai minuti iniziali di Stargate che, a sua volta, s’è “ispirato” ai minuti iniziali de L’Esorcista, Sanaa Lathan (Alexa Woods) è una Wonder Woman, oltre che una donna bellissima, e si porta dietro il cellulare mentre scala una parete rocciosa di quinto grado. I due e altri cosiddetti esperti nei campi più disparati vengono contattati nelle zone più sperdute del globo terracqueo, perché i satelliti del miliardario Charles Bishop Weyland (Henriksen), modello per i futuri Bishop della saga di Alien, hanno captato un aumento della temperatura su un’isola appartenente al continente antartico. Tale innalzamento è stato causato dalla presenza di una struttura sotterranea di origini ignote; c’è chi dice azteche, c’è chi dice cambogiane o egiziane, mentre Bova, da buon italiano, quello che vince nelle barzellette, dà ragione a tutti e fa colpo sul Capo (Weyland. Ha dato ragione anche a lui). La piramide è un prodotto multiculturale di una civiltà antichissima, sorta quando il polo sud era abitabile, che adorava i Predator, gli alieni.
Ora, immaginatevi la scena: Weyland, che è ricco più di Paperone e paga pool di esperti che farebbero impallidire la squadra di Mistero, non ne ha uno, nemmeno uno, nel suo libro paga, bravo quanto Bova che, d’altronde, ha al suo attivo il rinvenimento di reperti importantissimi: il suddetto tappo della coca-cola.

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E poi, vero mattatore, Bova ci incanta col serafico aneddoto della luna del cacciatore, insinuandosi a poco a poco nelle grazie di Alexa che, come si dice a Vienna, ce casca come na pera cotta…
Ma lui, italiano-manciaspaghetti-suonamandolino è uber-figo, solo un po’ in ritardo sulle azioni altrui, ma la verità è che nessuno lo rispetta: Bova mette in guardia su una cosa, tipo non togliere quel coso lì che sembra un arma dal suo posto, sennò chissà che succede, forse una roba alla Indiana Jones con palla rotolante a seguito, e invece tutti a togliere il suddetto coso. E la festa aliena comincia. Predator e Xenomorfi che fosforeggiano e acideggiano. Divertente, persino. Senza atmosfera, ovvio, a quella ci pensa il nostro con la sua inarrivabile sagacia: sua l’intuizione geniale che la piramide cambi conformazione ogni dieci minuti perché gli aztechi (credo) basavano il loro calendario su multipli di dieci. E, di fronte a tale magnificenza intellettuale, gli ormoni di Alexa l’Avventuriera sono ormai fuori controllo e fuori scala.
Ma, il punto è che Bova è nient’altro che Daniel Jackson, per lo meno senza spocchia sopraffina, e fa la fine che fa per puro contrappasso, o per vendetta di qualcuno che non sopportava Jackson. E tutto il resto scorre liscio, mazzate, scontri e zero romanticismo, o poco più. Meglio avere un preservativo e non usarlo, che averne bisogno e non averlo: massima di Confucio che esprime al meglio, senza scherno, l’anima del film.

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Prendete l’Alieno che, lo sappiamo, si riproduce peggio dei conigli, e mettetelo nella stessa stanza con Predator, se vi va bene, e siete molto, molto fortunati, potrete ricevere un’arma a scatto, una specie di arpione, e una cicatrice sulla guancia. Se va male, diventerete genitori, con uno xenomorfo pargoletto che vi sfonderà il costato perché ansioso di nascere.
Non riesco neppure a prendermela con Paul per aver insozzato due tra le migliori creature della fantascienza, perché non è la verità. Questo film ha lo stesso spessore di certe graphic novel cazzone, brossurate (extra-lusso) che andavano un sacco nei Novanta. Cross-over improbabili creati con, boh, l’unico scopo di… non ne ho idea. Eppure ero lì a comprarle, sapendo già che le avrei trovate tiepide, tutta pubblicità e zero sostanza, e che un episodio qualunque degli X-Men di Jim Lee sarebbe bastato a oscurarle definitivamente.
Inutile confrontare coi predecessori, con gli originali. Stavolta, non ravviso alcuna cattiveria. Solo un film al quale avrei pagato per poter partecipare. D’altronde, se ne stiamo parlando ancora dopo sei anni, credo abbia raggiunto il suo scopo. Uno scopo qualunque. Che ci importa di conoscerlo?

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