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Wolf Creek (2005)

by Germano on 05/03/2012
Book and Negative
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Con sorpresa apprendo che questo film non è stato visto proprio da tutti. E che, anzi, sono stato uno dei primi a vederlo. Unusual, come dicevo in un altro tempo e in un altro luogo.
Film che mi piace. Film che non mi piace. Non sono mai stato il tipo che spasima per gli slasher, o per l’hovvov, non da quando mi sono reso conto dell’esistenza di un bacino di fruitori, degni degli otaku, coi quali è impossibile andare d’accordo. Più la gente si fissa, più la rifuggo.
E comunque Wolf Creek, al di là dell’hovvov, è un ottimo film. Non mi meraviglia affatto, dunque, che su IMDb vanti soltanto un 6.3. Significa che è più che buono, tradotto in termini razionali.
Film australiano, location australiane, pidgin english e un attore protagonista, John Jarratt, che ammiro molto, perché io il cinema lo guardo, sapete?
Settimana di disintossicazione dalla pellicola e dai suoi substrati insopportabili, gnegnegne del fandom annessi. Ho aspettato e mi sono rifatto gli occhi con Wolf Creek, che poi non è una baia, ma un cazzo di cratere enorme nell’ovest autraliano, in pieno outback.
Apprendo anche che appartiene al filone “Ozploitation”, ovvero exploitation australiana. Di solito sono sottigliezze che mi fanno sbadigliare, ma qui direi che ci sta tutto, per una volta trattasi di distinzione sensata e soprattutto sentita, perché è vera. Gli australiani hanno o stanno facendo un’arte del survival horror, o come lo chiamo io, dei turisti che si avventurano in luoghi selvaggi e ne vengono divorati. La natura del mostro che se li mangia è sempre la medesima, la forma no.

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Di Wolf Creek colpisce innanzitutto la fotografia, liquida. Non so se mi spiego. E la poetica, quella vera, quella che salta fuori dalle immagini e ti fa iniziare a sentire l’ambiente che è sul video, esce da una singola sequenza, il bagno mattutino di Liz nell’Oceano, all’alba. L’attrice, Cassandra Magrath, è convinta che quella scena dia l’impressione del caldo. Nulla di più errato. È una scena fredda, da farlo sentire addosso, col sole basso sull’orizzonte e poetica, quando Liz si volta ancora per qualche istante, prima di partire, per cogliere il momento, il cuore pulsante del paesaggio. Non è profetico dei fatti che verranno, soltanto profondo. Alcuni lo fanno, altri si fanno scorrere addosso tutto, e dei loro viaggi restano solo i souvenir e le calamite da attaccare al frigorifero. Questione di differenze di sensibilità.
Fotografia liquida anche perché, contro ogni previsione, è venuta giù la pioggia, in una zona del continente in cui, accertato, non pioveva da almeno dieci anni. Una benedizione per il film.
Wolf Creek si richiama a reali fatti di cronaca, perché lo sapete, l’outback australiano è una delle zone più letali della terra e in pochi vi si avventurano. E nel corso dei decenni, centinaia sono stati i casi di sparizioni misteriose ai danni di viaggiatori. Alcuni di questi casi si sono risolti in altrettanti processi a carico di sospetti serial killer.
L’idea vincente è prendere un attore dal volto amichevole, qual è Jarratt, e mettergli un coltello in mano. Fantastico, anche perché a questa combinazione corrisponde il senso di abbandono che deriva dai luoghi naturali scelti come set. Quando si è lì e, guardandosi intorno, si capisce che si è a centinaia di chilometri dalla civiltà e dalla salvezza, solo allora ci si rende conto di quanto grave possa essere la situazione.

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Jarratt, poi, è la versione sadica di Mick Dundee, Mr. Crocodile. Ne condivide persino il nome. Le battute/citazione al coltello non sono altro che omaggio e passaggio del testimone, dall’età scanzonata che erano gli anni ’80, dove ancora si poteva ridere del buon selvaggio, al nulla del dopo-duemila, che però incarna tutto il disagio accumulato (e mai riportato dalla cronache, se non in casi eccezionali) di un intero secolo di alienazione. Un abisso per l’anima.
Ruolo icona al quale Jarrett s’è preparato, lui della vecchia scuola, girovagando per qualche settimana nel deserto e non lavandosi. Questo è prendere il lavoro seriamente.
E d’altronde, i risultati pagano. La performance che egli concede insieme a Kestie Morassi (Kristy), risultò talmente convincente da ingannare lo stesso regista, Greg McLean, che irruppe sul set convinto che la Morassi stesse sul serio piangendo di dolore, per di più beccandosi la duplice occhiataccia da entrambi gli attori.
Cassandra Magrath, poi, è rimasta addirittura scossa dalla particolare risata di Jarratt, che a suo dire le ha causato incubi per diverso tempo.

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L’idea alla base del film è così potente e realistica che si materializza nella realtà. I membri della troupe addetti alle riprese del cratere, fermatisi nei paraggi nottetempo, furono davvero raggiunti da un locale, su un fuoristrada, che andò ad accertarsi su chi fossero gli intrusi. Come sempre, realtà e fantasia paiono andare a braccetto. Un episodio, in ogni caso, in grado di scuotere, se tentate d’immaginarvi la scena.
Ottimo, Wolf Creek, anche per tutti gli altri fattori, non ultimo il dipanarsi dell’intreccio, non banale, cinico e spietato quanto basta per non relegare questo film nel limbo del genere. È qualcosa di più.
Unico neo, il fatto che magari c’è troppa facilità, in certe sequenze, durante le quali chi dovrebbe essere impossibilitato ad agire se ne va invece a spasso. Peccato veniale, o forse fatto di cronaca, con citazione vera sul finale, i turisti col furgoncino.
Il director’s cut aggiunge due scene inedite, la presunta storia tra Kristy e Ben e Liz che si cala in un pozzo del nascondiglio di Mick per rinvenirlo colmo di corpi in decomposizione, richiami a altri ben noti film si sprecano, come il più evidente, a mio avviso, il girovagare di Kristy sulla statale abbandonata, in pieno stile massacro della motosega.
In una parola: ottimo.

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