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The Village (2004)

by Germano on 03/02/2011
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[contiene anticipazioni]

M. Night Shyamalan si è rivelato un ottimo argomento di discussione.
Nessuna sorpresa a riguardo. Coi suoi lavori è riuscito a emozionare, spaventare e stupire. E, per alcuni, anche annoiare a morte.
Io, forse l’avrete capito, gli attribuisco una carica innovativa dirompente. La cui efficacia, forse, è diminuita.
Quel che interessa è capire se ha finito con l’assopirsi, per entrare in letargo, oppure se riuscirà a ritrovare le giuste motivazioni.
Intanto, riguardare i suoi film, è sempre una sfida.
È il caso di The Village. Visto più e più volte. Rivisto anche ieri sera perché, in procinto di scrivere una recensione, di solito, riprendo confidenza con il film in oggetto per non cullarmi nei ricordi, spesso indorati.
Ebbene, qualcosa è cambiato.
Non nascondo che, a suo tempo, nel 2004, mi piacque. Già allora ero parte di una minoranza.
Molti, delusi, diedero la colpa al trailer ingannevole che, se non erro, si concentrava sul mistero delle creature innominabili che assediavano un piccolo villaggio e segnavano le porte delle case con della vernice rossa, con ovvio riferimento biblico al massacro dei primogeniti d’Egitto da parte dell’Angelo del Signore.
Insomma, l’attesa e gli spunti facevano presagire un massacro che, alla resa dei conti, non esiste. Se si eccettua la breve visione di qualche lepre spellata.
Altro aspetto ingannevole, la collocazione temporale. Nel trailer è una cosa antica, del passato.
Nel film, mi duole ammetterlo, ma ci si arriva subito, a intuire la verità. Non foss’altro che certe comunità, che rifiutano la tecnologia, sono ben note.

***

Il tipo

Sigourney Weaver e William Hurt erano ottime premesse. Attoroni, affiancati da tipi interessanti, quali Joaquin “Commodo” Phoenix e la figlia di papà, comunque brava, Bryce Dallas Howard.
Vabbé, tralasciando il solito Adrien Brody, che ha ottenuto la parte dello scemo del villaggio di rimbalzo, dopo tre candidature illustri. Cioè, non è la prima scelta manco per questo tipo di ruoli. Ed è tutto dire…
Ora, sembra una leggerezza da parte mia definire la sua figura lo scemo del villaggio, ma esso indica non la sventura di tanti, quanto il ruolo letterario, solo quello, quindi non fraintendete; in verità, poi, è un primo indizio dello strano ritmo e delle strane ispirazioni che pervadono questo film.
Brody è Noah, un ragazzone rimasto bambino. A lui il ruolo di Caino. Invidia, tradimenti, omicidio e rimorso. Sarebbe stato Giuda se avesse rivolto il rimorso verso sé stesso, ma non è così.
Eppure, proprio il suo ruolo è così scontato (e problematico) nella realtà che conosciamo, che nella latteratura esso è divenuto un tipo, o uno stereotipo, per l’appunto: lo scemo del villaggio. Che di solito ha un ruolo chiave, rivelatore.
Ricorrere a un tale stereotipo è indice o di una palese mancanza ispiratrice, oppure di una precisa volontà di non scostarsi dalle attese del pubblico, per confortarlo più che spiazzarlo. In entrambi i casi è una debolezza.

***

La città

La fotografia è affascinante. Chiara, quando deve esserlo. Nebbiosa in altri momenti, quando deve sfiorare la poesia. Ma è solo quella.
Il resto è un villaggio di una ventina di case fabbricate a proposito che sorge nel nulla, circondato da un bosco.
Prima dei famosi (e ammazza-suspense) discorsi sulla città di Sigourney Weaver che ti fanno capire che c’è qualcosa che non va, si ha quasi l’impressione di trovarsi in un limbo metafisico.
Perché, pur sembrando collocato nel XIX secolo, strana appare l’assenza quasi assoluta di riferimenti geografici vicini. Non viene usato alcun toponimo per indicare comunità limitrofe, che pure devono esserci, ma si preferisce il termine generico “città”. Quest’ultimo, non so se per la traduzione italiana, svela l’arcano quando non deve.
Ma, fino a quel punto, pur sussistendo i sospetti kafkiani, l’atmosfera surreale, sebbene rarefatta, è contagiosa.
Un gruppo di persone, un microcosmo, soggiogato a poche, rigide superstizioni, schiavo dei mostri che vivono nel bosco che circonda il villaggio. Ovvero, come sempre, la fiaba.

***

L’orco

Il colore rosso attira i mostri del bosco. L’ocra li respinge. Il rosso, in quanto colore del male, è esaltato dalla fotografia. Le bacche, i segni sulle porte sono suggestivi.
Così come i suoni e i sussurri. È il fascino dell’attesa.
Solo che… l’attesa tende all’infinito, ripiegandosi su sé stessa. Alla fin fine, dopo l’ennesimo tentativo di Lucius (Phoenix) di attraversare il bosco diretto in città in cerca delle medicine, ci si rende conto di aver passato la boa della metà del film e che ancora non è successo nulla, se si eccettua un cuore spezzato di una fanciulla ingenua e l’aver introdotto un’altra fanciulla (Howard) non vedente, ma in grado di distinguere i colori di certi individui, e di innamorarsene.
I mostri sono stati il punto debole del film, fin dalla pre-produzione. Modelli scartati più e più volte, fino al compromesso finale, una creatura dalle fattezze di cinghiale addobbata con un mantello rosso. Una sorta di orco delle fiabe che, però, non mangia i bambini. Quindi è buono.
Pessima idea.

***

Sospensione

Il problema di questo film, oltre che nella mancanza di scopi alla base dell’agire dei protagonisti, a parte gli inciuci pre-matrimoniali tra ragazzi, sta nella sospensione dell’incredulità. Non arriva mai. Ci si continua a domandare su cosa si fondino le assolute certezze di questa comunità. O le paure. O si deve veramente credere che bastino degli adulti mascherati a soggiogare un intero villaggio? O a impedire a chiunque di entrare nella foresta?
Le paure ataviche si basano su eventi ben determinati, di solito fraintesi. Per loro stessa ammissione, i mostri non hanno mai ucciso nessuno. Perché dovrebbero far paura?
Come può esistere una comunità senza passato? Quali sono le menzogne che gli Anziani, le guide del villaggio, hanno raccontato alle nuove generazioni? Su cosa si basa, in definitiva, il loro potere e la loro autorità? Sul mostrarsi mascherati una tantum?
E, in chiusura, il deus ex machina. Infatti, arriva su un fuoristrada, mentre Ivy (Howard) scavalca il muro della riserva.
Ora, il caso ha voluto che una ragazza cieca abbia scavalcato un muro alto tre metri, forse di più, e lungo chilometri proprio nel punto e nel momento in cui la guardia della forestale passava di lì per il solito giro d’ispezione?
Ma non basta, la suddetta guardia, vedendo una ragazza agitata, coi vestiti laceri e sporchi, disorientata, anziché chiamare i soccorsi collabora con lei? A maggior ragione dopo che questa gli ha fatto intuire che c’è una seconda persona, da qualche parte nel bosco, in punto di morte e bisognosa di cure mediche?
Ok, se si può credere a questo, allora il film è un capolavoro. Altrimenti è quello che è.
Ovvero, niente di ché.

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