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The Incredible Shrinking Man (1957)

by Germano on 19/10/2010
Book and Negative
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Uno dei temi caratterizzanti la fantascienza degli anni ’50 fu il size-changing, ovvero il mutamento della taglia del protagonista, sia maschile che femminile. Tale cambiamento poteva avvenire in senso gigantesco o microscopico, quasi sempre per fattori esterni quali l’assunzione involontaria di una sostanza chimica che, nel giro di poche settimane o pochi giorni, avrebbe alterato irrimediabilmente la statura della vittima, dando il via a una sequenza di eventi catastrofici sempre, però, in proporzione alla nuova forma del soggetto: devastanti per il mondo esterno in caso di gigantismo, con autobus sollevati, autovetture schiacciate o pali della luce divelti; viceversa, pericolosi per il soggetto rimpicciolito che avrebbe dovuto vederserla con oggetti quotidiani dalle dimensioni strabilianti e creature, dapprima innocue, trasformate repentinamente in mostri giganteschi.
Stupisce, tanto per cominciare, l’idea, o forse è meglio dire l’ambizione dei cineasti, per nulla spaventati alla prospettiva di inscenare tali invenzioni narrative, nonostante la limitata disponibilità di trucchi scenici e di effetti speciali artigianali.
Spesso si ricorreva alla sovrapposizione di immagine, o doppia esposizione, in modo da far apparire la statura del soggetto alterata, in positivo o in negativo, rispetto al quadro di insieme. Oppure, altro trucco [che trucco non è], si alteravano letteralmente, con l’ausilio di maestri carpentieri e delle loro squadre, le dimensioni del mondo reale, ricostruendolo per farlo apparire più grande rispetto al protagonista che, come in questo caso, è condannato a restringersi.
Altrettanto spesso, la doppia esposizione generava risultati deludenti a dir poco. Tali che la richiesta di sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore diventava più che necessaria; e ci si doveva contentare dell’idea che si era tentato di rappresentare, più che dello spettacolo in sé.
Nel caso di The Incredible Shrinking Man, però, questo non succede. A distanza di cinquantatré anni, infatti, il girato, finanche nelle scene più incredibili e dalla fantasia più sfrenata, risulta eccellente. Non è esagerato dire che lascia stupefatti.

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[può contenere anticipazioni]

Il Piccolo Uomo e i mass-media

Dal racconto di Richard Matheson, “The Shrinking Man”, diretto da Jack Arnold e sceneggiato dallo stesso Matheson, il film, conosciuto in Italia col titolo Radiazioni BX: distruzione uomo, e non chiedetemi perché, narra le gesta di Scott Carey (Grant Williams), un uomo come tanti, sposato a una moglie affettuosa, con un buon lavoro e un simpatico gatto domestico, che, esposto accidentalmente ad una nube tossica mentre è in barca insieme alla consorte a godersi una meritata vacanza, inizia a rimpicciolire.
Lentamente, ma inesorabilmente, giorno dopo giorno, i suoi vestiti appaiono essere più larghi e più lunghi ed egli si accorge di stare perdendo peso.
Scott si rivolge subito al suo dottore che, dapprima incredulo, è costretto ad ammettere la verità su quanto sta accadendo al suo paziente quando, confrontando e sovrapponendo due lastre ai polmoni scattate in due periodi diversi nell’arco di tempo di qualche settimana, si accorge che le dimensioni, a parità di macchina e di soggetto esaminato, sono variate.
Il singolare caso di Scott Carey, nel frattempo finito alla ribalta nazionale, viene seguito sia dalla tv, con appostamenti dei media fuori della villetta dei coniugi Carey, con tanto di giornalisti impiccioni e speciali televisivi sensazionalistici, sia da un’equipe di medici specializzati che tentano il tutto per tutto per arrestare la malattia che ha colpito Scott.

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Riduzione

Louise (Randy Stuart) è la mogliettina della famiglia nucleare. Quella che prepara l’american pie, la torta di mele, devota e affettuosa. Quella che rimane accanto al marito in difficoltà. Quella che guarda la televisione, mentre qualche anno prima avrebbe ascoltato la radio come puro e ricercato intrattenimento della upper-middle class. Ammetto che la prima parte del film non è così avvincente. Discutere della malattia che affligge Scott sulle basi di un paio di lastre sovrapposte o di una camicia oversize fatta indossare all’attore non è esaltante. Discutibile anche la scelta di rendere pubblica l’intera vicenda, cosa che dà gioco facile al regista per sparare bordate che, all’epoca, dovevano senz’altro apparire dure, contro la stampa assillante e curiosa, dedita allo sciacallaggio mediatico ante litteram, e contro la discriminazione ai danni del diverso, dal momento che il sempre più piccolo Scott trova momentanea consolazione da un mondo che lo esclude in un accenno di relazione adulterina con una donna minuscola che tira a campare esibendosi in spettacoli da circo, un freak.
Poi lo stacco improvviso, cosa che mi fa invidiare i film del periodo, sempre ed esclusivamente concentrati sull’intreccio, si concedono pochissime e controllatissime digressioni. Lo stesso stacco che, da qui in poi, dispensa meraviglia. Scott comincia a diventare davvero piccolo. Le poltrone sulle quali si siede, il telefono di casa, le matite che usa per scrivere e persino il quaderno appaiono enormi, mentre la sua voce e la sua presenza nel mondo si fa sempre più sottile. Oramai egli è soprannominato The Incredible Shrinking Man, l’uomo che rimpicciolisce.

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Il Mostro della Cantina

Il decorso è inarrestabile. Ben presto Scott descresce sempre più, tanto da essere confortevolmente ospitato in una casa per le bambole. Allo stesso modo, più egli diventa piccolo, minore è l’interesse del mondo verso di lui, quasi a suggerire l’idea che, terminata la sensazione e la curiosità della novità, svanisca anche l’attenzione morbosa, insieme alla luce dei riflettori. Ma il film, anziché ripiegare mestamente, si esalta e da qui in poi Jack Arnold mette in scena l’incredibile.
Il gatto domestico, Orangey, entrato inavvertitamente in casa per una disattenzione delle moglie Louise, si scatena in una caccia senza tregua ai danni di Scott fino a costringerlo a una rocambolesca fuga in cantina.
Louise, credendolo divorato dal gatto, abbandona la casa e Scott, oramai grande abbastanza da trovare riparo in una scatola di fiammiferi da cucina, è alle prese col suo nuovo mondo, la cantina della sua casa, dove ogni oggetto, dai barattoli della vernice, agli spilloni, ai gomitoli di spago, alla trappola per topi è di dimensioni ciclopiche.
In questo nuovo microcosmo, egli deve iniziare una nuova lotta per la sopravvivenza, cercare del cibo, affrontare il suo mortale nemico che altro non è che un semplice ragno divenuto per lui ineffabile e imbattibile quanto un drago delle fiabe.

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Solo preservativi, legno e fantascienza

Le gocce d’acqua che cadono in cantina grandi, in proporzione, quanto la testa di Scott, furono ricreate riempiendo dei preservativi lasciati cadere dall’alto. E le gocce sono solo una tra le tante meraviglie che si possono ammirare in questa avventura domestica.
Ogni tentativo, ogni passo compiuto da Scott per adattarsi alla sempre mutevole situazione è una gioia per gli occhi. Davvero maniacale la ricostruzione di dettagli infinitesimali, di scatole per il cucito, di pennelli, di molliche di pane e di formaggio, di spilloni e di chiodi che verranno usati come armi. Persino un fiammifero gigante che verrà acceso da Scott strofinandolo contro il pavimento. Divertimento allo stato puro e vera incredulità, questa volta. Quella che nasce vedendo l’impossibile fatto realtà in un’epoca in cui assistere a tali spettacoli era impensabile.
I trucchi, in questo caso, come detto all’inizio, se analizzati nel dettaglio sono più che elementari, ma mai come in questa pellicola sono stati usati con tale maestria.
La resa finale, a parte qualche inevitabile sbavatura dei contorni del protagonista quando è stato sovrapposto a un paesaggio a dimensioni normali, è eccellente.
“The Incredible Shrinking Man” è stato incluso nel 2009 nel National Film Registry dalla Libreria del Congresso degli Stati Uniti, l’elenco dei film da preservare.
Il film evita, come tanti altri casi in quel periodo, il lieto fine  scontato che avrebbe voluto, ad esempio, Scott tornare alla normalità. E lo fa tramite un ragionamento affidato alla voce narrante del protagonista che, accortosi della natura inarrestabile della sua mutazione, che lo ridurrà a dimensioni infinitesimali, da scomparire persino alla vista, riflette sull’illusorietà del mondo, costruito e realizzato a dimensione d’uomo e invisibile rispetto all’immensa maestà del cosmo. Struttura atomica e sistemi stellari, di fatto, condividono il medesimo aspetto.
Nuove paure, l’atomo, nuovi mezzi, la televisione, che avrebbero rivoluzionato la diffusione delle notizie e cambiato per sempre la nostra esistenza e la percezione di una nuova, ricercata dignità della persona da non individuarsi nella dimensione, vera o figurata dell’individuo, ma nei meriti o demeriti personali di ciascuno di noi. E insistono nel volerla chiamare solo fantascienza.

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