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The Hitcher (1986)

by Germano on 13/04/2010
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Quello che ti rimane dentro è la musica onirica, ipnotica, suggestiva. Poi il deserto brullo e roccioso tagliato da un’unica strada diritta e poi la notte umida e piovosa e le luci rosse dei fari posteriori sui volti dei protagonisti.
The Hitcher (1986) di Robert Harmon, per la sceneggiatura di Eric Red.
Ricordo che passava spesso in televisione quand’ero ragazzino. Su Rete 4, presentato dalla Folliero. I Bellissimi. E veniva anche pubblicizzato spesso. E, tuttavia, non mi è mai venuta l’intenzione di guardarlo. Ricordo, nella pubblicità, una pioggia scrosciante, un’auto che rallentava e accostava, uno sportello che veniva aperto. E ricordo un uomo zuppo, sotto la pioggia, la cui sola sagoma era capace di trasmettere un senso di disagio.
Quanti anni saranno passati? Bah, forse più di venti. La Folliero *ouch!* c’è ancora. E ci sono anche i Bellissimi. E la sera è ancora piacevole guardarsi un film come Dio comanda. Un film come questo.

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Jim Halsey (C. Thomas Howell) è in viaggio, da Chicago a San Diego, in California, per consegnare un’auto. La strada è lunga e buia e piove a dirotto. Il sonno sta impossessandosi di lui rischiando di farlo uscire fuori strada o  finire contro un camion. Egli decide, scorgendo un autostoppista sul ciglio della carreggiata, di caricarlo. Costui, John Ryder (Rutger Hauer), è un uomo imponente e, ben presto, Jim scopre essere anche pazzo e assassino. Non un maniaco occasionale o un rapinatore, ma il portatore di una violenza sistematica, di una follia distruttiva che chiede solo di essere affrontata e annientata a sua volta.
Jim è una preda non disposta a soccombere e, cogliendo un momento di distrazione del passeggero, riesce a liberarsene spingendolo fuori dalla vettura. In quest’atto coraggioso per quanto fortuito di Jim, Ryder, individua un motivo di diletto. La ribellione del suo ostaggio non fa che aggiungere gusto e scopo alla sua carneficina e, in una sfida atipica, poiché raccolta solo inconsapevolmente da Jim, egli dà vita a una mattanza memorabile e infinita colpendo persone e luoghi, fino a che l’atto di fermarlo non diviene per Jim, da libera scelta, conseguenza ineluttabile.

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Ormai dovreste saperlo. Raramente mi soffermo sulla poetica di un film. Questo per due ragioni. Non ne occorrono, infatti, più di due. La prima è perché non credo alla poetica e al sottotesto. Ritengo, anzi, senza malizia, che raramente un autore carichi il suo lavoro di significati reconditi che spetta al lettore attento e puntuale tirar fuori come fosse un cercatore d’oro. Queste infrastrutture sono spesso del tutto arbitrarie e assolutamente non previste dal creatore dell’opera, ovvero sono [spesso] creazioni del ricevente il messaggio. Rispetto per chi le cerca, creandole e trovandole, ovviamente. Ma è un lavoro che non ritengo appagante. E, seconda ragione, perché vedo le cose per quello che sono. Un mulino a vento è un mulino a vento e NON un gigante. Forse. E una caverna infestata di mostri è, solo, una caverna infestata di mostri e NON un utero abitato da aborti cannibali.
Eppure, alcune volte, bei film stimolano il ragionamento. Se questo sia fecondo, oppure no, a voi dirlo. Di certo, per il sottoscritto, è atipico.

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C’è un fascino misterioso nella figura di John Ryder. Mitologico e religioso al tempo stesso. John Ryder è un araldo di morte. È la Morte. Non ha identità, non ha passato. Nulla si sa di lui eccetto l’unico legame, morboso e distorto che sembra avere con la sua vittima. Due sequenze magistrali sono lì a testimoniarlo. Quella in cui lo stesso John, in un diner, sistema due monete sugli occhi di Jim. Le monete sono l’obolo che l’anima del defunto deve pagare nell’aldilà per soddisfare Caronte, il traghettatore. In questo caso Jim è ancora vivo, ma è stato iniziato, suo malgrado, al gioco, è stato toccato dalla morte; per lui è questione di ore e il suo destino è segnato. E l’altra in occasione del risveglio di Jim alla prigione: poco prima di rendersi conto del massacro tutt’intorno a lui, il nostro incrocia un cane, in una scena rallentata, a rappresentare il torpore del risveglio, ma anche un lido straniero, una dimensione ctonia. Il cane, nelle mitologie più antiche è il custode del sonno eterno.
Il film è incentrato, com’è ovvio, sul duo Jim Halsey/John Ryder, con altre figure minori, poliziotti, vittime occasionali e persino la co-protagonista Nash (Jennifer Jason Leigh), che finiscono tutti per essere fagocitati nello strano gioco che sta avvenendo tutt’intorno a loro, che li travolge, che li circonda mentre costoro stanno ancora, stupidamente e altrettanto normalmente, vivendo le proprie vite.
Si può addirittura pensare che Jim e John siano la stessa persona, in uno scambio stevensoniano. L’aspetto fisico dei due, così palesemente agli antipodi, potrebbe suggerirlo e la regia, anziché perdersi dietro facili indizi, in una sorta di ricercata schizofrenia, gestirebbe entrambi i personaggi inconsapevole anch’essa che sono tutt’uno. John potrebbe così essere l’ES di Jim, il suo inconscio, il lato oscuro, il suo desiderio occulto. Ma no… diverse sequenze testimoniano senza ombra di dubbio che Jim e John sono entità distinte, entrambe reali, ma che, tuttavia, sono destinate a completarsi, attraendosi irresistibilmente l’una con l’altra. John Ryder è tutto il cieco male del mondo. È odio puro. Il male nella sua forma perfetta. Jim Halsey è l’anonimo tizio che c’è o c’è stato, almeno una volta, in tutti noi. Vigliacco e disperato, mentre la vita, tutt’intorno a sé, tenta di mangiarselo vivo. Di solito, questo, si chiama destino. E capita a tutti. In un normale scontro di libertà, per quanto radicalizzate. Probabilmente un film manicheo®. Dove la figura del Male giganteggia su quella assorta e mezzo addormentata del Bene. Sembra quasi che il Male, John Ryder, debba ricordare a furia di scossoni a Jim Halsey, il Bene dormiente, che devono battersi, perché sono costretti a farlo. Devono farlo. È nella loro natura.

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Al di là del simbolismo, di quello che è o potrebbe essere, potreste trovare The Hitcher alquanto fracassone e esagerato. Specie se si considera l’apparente ubiquità che il mostro pare avere, in grado di arrivare e sparire senza preavviso, di uccidere persone su persone, di anticipare i movimenti non solo di Jim, ma di tutta la Polizia che è alle costole di quest’ultimo. Se sono difetti, essi sono facilmente superabili. Solo per i dettagli, per la sua capacità di non concedere mai cali di tensione, per la spietatezza che mostra di avere, è un degno spettacolo. E quasi dispiace che non duri qualche minuto in meno, quando Ryder avrebbe potuto uscire di scena alle prime luci dell’alba, arrestato è vero, ma in procinto di un viaggio verso l’ignoto ancora più evocativo.
Da parte mia l’ho trovato unico.

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