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The Black Hole

by Germano on 25/01/2010
Book and Negative
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Continuiamo il nostro viaggio nella fantascienza più spinta con questo film prodotto dalla Disney nel 1979.

The Black Hole è un ibrido che mostra, in parte, e sempre in maniera superficiale, ciò che la Disney avrebbe potuto essere e che, per paura, non è mai riuscita a diventare. Mi riferisco a quel continuo danzare sotto luci sulfuree che spaventano e che si radicano come le paure primordiali nella nostra infanzia, come quella dei mostri che dimorano sotto il nostro letto…

Da questo film sono nati personaggi robotici entrati nella nostra fantasia e la Touchstone Pictures, concepita per affrontare tematiche particolarmente legate al mondo degli adulti.
Ma… io sono uno di quelli che se lo ricorda bene Fantasia. Che si ricorda la spaventosa Notte sul Monte Calvo, quando il male si ergeva tra tenebre purpuree in una sinistra sinfonia diabolica. Me la ricordo bene la Danza degli Scheletri e la Strega di Biancaneve. Il male esiste ed è un archetipo dell’inconscio, oltre che della favola. Negare la sua esistenza terribile significa sfornare sirenette, pesci parlanti doppiati da voci famose e altre cagate del nostro misero, edulcorato, presente…

La volontà di recuperare questo film nasce da questo bell’articolo di CyberLuke che identifica in Maximilian il robot più cattivo che sia mai stato creato, anzi, di più, come la sorgente stessa del Male.
Io personalmente continuo a ritenere il T-800 ben più terribile, ma si sa, i gusti sono gusti.

Un vascello spaziale di ricerca si imbatte in un buco nero. A bordo un piccolo equipaggio composto dal Dott. Alex Durant (Anthony “Psycho” Perkins), il Capitano Dan Holland (Robert Forster), il tenente Charles Pizer (Joseph Bottoms), la Dott.ssa Kate McCrae (Yvette Mimieux), Harry Booth (il grandissimo Ernest Borgnine) e il droide V.I.N.CENT (acronimo di Vital Information Necessary CENTralized).
Un analisi del fenomeno stellare rivela la presenza di un’altra nave spaziale assai vicina al buco nero, ma inspiegabilmente immobile a dispetto della soverchiante forza attrattiva che avrebbe dovuto risucchiarla. La seconda viene presto identificata come la Cygnus una nave terrestre scomparsa vent’anni prima della quale non si aveva più alcuna notizia.
Riusciti ad attraccare, i protagonisti scoprono che l’equipaggio della nave è costituito interamente da robot agli ordini dell’unico superstite, il Dott. Hans Reinhardt (Maximilian Schell), uno scienziato noto per la sua eccentricità che, dopo aver, a suo dire, messo in salvo l’equipaggio in una capsula, è riuscito a creare un campo antigravitazionale che, di fatto, ha impedito che la sua nave venisse risucchiata e ha intenzione, sempre confidando nei suoi preziosi calcoli, di proiettare la stessa nel Buco Nero, convinto di poterne uscire del tutto illeso e di dare una risposta all’ultimo grande quesito dell’umanità, ovvero cosa ci sia al di là…
Appare evidente che il Dott. Reinhardt non è del tutto in sé e, mentre il suo genio conquista l’ammirazione incondizionata di Alex Durant, gli altri, compreso il robot Vincent, cercano di far luce sulle tante questioni poco chiare cui Reinhardt non ha risposto fino in fondo. In ciò ostacolati dagli innumerevoli droni di sicurezza, pesantemente armati e comandati da Maximilian, il robot color rosso sangue, muto e inamovibile, ma aiutati parallelamente da B.O.B, un modello simile a Vincent, ma antiquato e pesantemente danneggiato e vessato dai suoi simili.
Bob aiuterà i protagonisti a scoprire la verità sulla sorte dell’equipaggio della Cygnus: essi sono stati lobotomizzati da Maximilian su ordine di Reinhardt perché contrari al suo folle progetto e trasformati successivamente negli androidi che lo servono governando l’astronave.
Tutto ciò, però, non ferma il piano di Reinhardt che riesce a muovere la nave verso il buco nero costringendo tutti gli altri ad una forzosa verifica della bontà delle sue teorie scientifiche…

Fin dalle primissime battute, l’odore di zolfo aleggia nel film. Il Buco Nero, il più grande che Vincent abbia mai analizzato, viene subito apostrofato come “un’immagine da inferno dantesco” da Booth che osserva l’ologramma del fenomeno proiettato sul ponte della nave; e la sensazione di stare guardando qualcosa di luciferino viene rafforzata da Pizer che, di lì a poco, rincara la dose: “Quando vedo uno di quelli mi aspetto che appaia un tizio vestito di rosso con le corna e un forcone.”.
Spettacolari e maestose sequenze, accompagnate dalla musica di John Barry, ci mostrano il buco nero e la Cygnus che sussiste immobile accanto ad esso, intatta.

La nave spettrale è ancor più inquietante allorché tutte le sue luci si accendono per accogliere i visitatori.
Si gioca coi colori, col rosso del vestito del Dott. Reinhardt, mefistofelico anche grazie ai capelli scarmigliati e alla barba incolta e con la vernice sanguigna che riveste il suo droide e compagno, Maximilian, muto e dotato di un unico visore rosso col quale scandaglia, conscio della propria immunità, i poveri mortali che incrociano il suo cammino.
Si sentono tracce di Star Wars nei piccoli droidi e nelle sentinelle? Può essere, ma su tutti, ricordiamo, troneggia l’immagine di Robby il Robot. Ispirate sicuramente a 2001: Odissea nello Spazio, le sequenze del viaggio attraverso il buco nero.
Maximilian è la versione di Robby libera dalle leggi della robotica, per questo non soggetta ad alcuna morale o rimorso di sorta. Esso è un esecutore ed è certamente ben poco disneyano il destino che riserva al dott. Durant, trivellato al torace da uno dei suoi bracci rotanti.
C’è spazio per molta retorica, non ultima l’umanizzazione estrema di Vincent e ancor di più di Bob che tenta di attirare su di sé e sul suo corpo deforme un senso di pietà e che trema quando si sente minacciato dagli altri androidi.
C’è il tradimento e la sua punizione, per contrappasso, nelle azioni codarde di Harry Booth che fugge dalla Cygnus lasciando al proprio destino i suoi amici salvo poi essere distrutto subito dopo dai cannoni della nave madre.
E c’è una spettacolare visione infernale nelle sequenze finali del film, quando Maximilian che ha assimilato in sé il Dott. Reinhardt, domina silente un panorama di roccia, lava e desolazione, l’Inferno.

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Non immune a errori di sorta, mani di attrezzisti che compaiono nelle inquadrature, sequenze che scorrono al contrario, fili visibili, decompressione che non danneggia nessuno, asteroidi che si infiammano in assenza di atmosfera, etc… il film è una sinfonia riuscita a metà. I suoi robot sono entrati nell’immaginario dei bambini, compreso il mio; io che ero orgoglioso proprietario di un modellino di V.I.N.CENT.
All’epoca, tutto il male emanato da Maximilian, non mi sembrava affatto evidente.

Un film che avrebbe potuto e dovuto essere più coraggioso, ma che già allora si trovò costretto ad ubbidire alle leggi del mercato e a non deludere le aspettative di chi identificava la Disney con la quintessenza del cinema caramellato, in barba al sottile fascino del male.

Ma c’è tempo per tentare rifacimenti di ogni sorta. Ed anche The Black Hole è caduto nel Buco Nero dei remake. Questo a cura di Joseph Kosinski e Sean Bailey, il team dietro a TRON Legacy (2010). Rivedremo presto Vincent, Maximilian e il Dott. Reinhardt. In che salsa, però, non è dato sapere…

approfondimenti:
Scheda del film su IMDb
Remake di Black Hole su io9

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