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Stati di Allucinazione (1980)

by Germano on 12/12/2012

Primo film di Ken Russell in terra straniera, gli Stati Uniti, mi interessa parlare di Altered States non tanto dal punto di vista dell’intreccio, per una volta, ma come operazione nella sua interezza. Trattasi di film ispirato, nato come tutti da una suggestione particolare: l’alterazione dello stato di coscienza. Necessità principale, quindi, il rappresentare visivamente questo cambiamento.
Un po’ come fu, per Kubrick, la sequenza finale di Odissea nello Spazio, suggerita, si dice, dall’assunzione di acidi. Un vero viaggio.
L’alterazione dello stato di coscienza fu tema affascinante per Ken Russell, disciplina sotto studio ancora oggi, in quanto branca della scienza alle prese con gli enigmi del nostro cervello.
Stati di Allucinazione si affida alla sperimentazione scientifica, rappresentando al meglio l’esperienza della deprivazione sensoriale, tecnica realmente in uso, tramite la cosiddetta vasca d’isolamento, ne abbiamo parlato qui.
Parallelamente, si era nel 1980, il cinema progrediva così come ogni campo della tecnica e della scienza, il silicio stava per diventare qualcosa di più di un semplice elemento nella tavola periodica, avrebbe stravolto la faccia della terra attraverso la capacità di calcolo dei processori.
Ecco, il merito di Russell è di aver creato questo film che è uno spartiacque tra il vecchio cinema, coi modellini, e il nuovo, che impiega nuova tecnologia, la CGI, per sopperire alla limitata capacità di messinscena meccanica, e lo fa svolgendo una trama che si addentra nell’essere umano, in un viaggio a ritroso verso le sue origini.
Quindi, riassumendo: alta tecnologia e teorie scientifiche per andare a scoprire l’essere primitivo, la conoscenza insita nel dna della nostra specie, secondo le teorie dell’inconscio collettivo junghiano e altre cosette.
Stati di Allucinazione è un ossimoro.

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E già questo, la contraddizione in termini, la scienza usata per scoprire l’animo selvaggio, la pura essenza dell’uomo, azione che si dipana in tentativi sempre più devastanti per i personaggi e che culmina in uno spettacolo morboso, drogato, che si prende gioco, tramite i protagonisti, della morale convenzionale – infatti, essendo geniali, costoro aborrono le sovrastrutture sociali, il matrimonio, le cerimonie, per vivere una vita che soddisfi essenzialmente i bisogni primari, la completezza dell’essere – fa del film opera essenziale. Ciò non bastasse, l’opera apre la strada per una serie praticamente infinita di considerazioni e dibattiti, caratteristica propria del tema, la natura umana. E lo fa tramite le visioni mostrate.
William Hurt, nei panni di Eddie Jessup, un teorico, sperimenta su di sé gli effetti della deprivazione sensoriale, nel tentativo di interpretare le allucinazioni, o le visioni, che l’alterazione della frequenza cerebrale, derivante dal rilassamento totale, evoca.
Le immagini che ci vengono suggerite da Russell sono di matrice religiosa cristiana, croci, sofferenza, sangue, ma sono indicative di una corretta concezione della materia.
In sostanza, l’intenzione è rappresentare in pochi istanti, quanto può durare la scena di un film, la struttura dell’individuo Jessup, le sue costruzioni mentali, che possono derivare soltanto da una cosa, la sua esperienza di vita.

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Riallacciandomi anche a una riflessione posta da Robert Neville, protagonista di I am Legend di Richard Matheson, che rimuginava sui motivi per cui alcuni vampiri temessero la croce mentre altri, appartenenti a fedi diverse, no… Jessup incarna l’uomo occidentale, imbevuto della storia umana a matrice cristiana, che è anche la nostra. Le paure del suo inconscio sono le nostre, le pene ultraterrene, immagini di passione e dolore legate a un simbolo, la croce cristiana, che per i Romani era solo mezzo d’esecuzione di un castigo, mentre è diventato, dopo certi eventi, simbolo di una cultura millenaria.
Quindi giusta teoria, che vuole il nostro mondo fantastico (a tal proposito, vi rimando all’articolo odierno di Alex) essere nient’altro che una rielaborazione delle nostre conoscenze, riattivate da uno stato di alterazione della coscienza, allorché il cervello, liberandosi degli stimoli esterni più immediati, rivolge le proprie risorse di calcolo altrove, con risultati spesso spiacevoli. Ricordo, infatti, che non solo il personaggio di questo film, ma anche gli attori e il regista hanno voluto provare di persona gli effetti della camera d’isolamento, restandone traumatizzati.

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Ma Stati di Allucinazione va anche oltre, ipotizza, attraverso un uso continuo della camera, una regressione dell’inconscio che non è più solo ipotetica, ottenuta tramite l’apertura a ricordi e suggestioni nascoste, sebbene ancora mentali, ma che diviene vera regressione fisica, molecolare, che porta fino all’Unico, l’antenato cui tutti apparteniamo.
Il fascino dell’inconscio collettivo e in più la bellissima applicazione della genetica alle colpe, di matrice classica, greca nella fattispecie. Che sicuramente non è esatta dal punto di vista scientifico, ma che è assoluta da quello narrativo, per potenza ed efficiacia: le colpe si trasmettono attraverso il proprio dna, come tratti distintivi, così che i figli sono destinati a ripercorrere gli sbagli dei padri, senza possibilità di scelta. Il protagonista di Altered States somatizza, trasformandosi; il lato selvaggio della natura umana, contenuto, in quanto discendenti, nelle cellule di ognuno di noi.
Forse l’avete intuito, trattasi di un approfondimento della stessa idea alla base di Jekyll e Hide, ma presentato in maniera più organica, affascinante, e soprattutto partendo da vere teorie scientifiche, dotate di riscontri.
Come dicevo all’inizio, perfettamente al passo coi tempi di una società che non era più romantica, ma che stava cedendo il posto, e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti, alla tecnologia.
L’animo umano ora coesiste con la macchina, ma il lato selvaggio è sempre lì. Siamo nel Cyberpunk.

Link utili:

La Camera d’Isolamento sensoriale

Permalink: http://bookandnegative.altervista.org/blog/antologia-del-cinema/stati-di-allucinazione-1980/

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